Chi era Umberto Spezzafumo, simbolo delle mutazioni del fascismo

Umberto Spezzafumo. Dimenticato da tutti, di lui sul tavolo della Storia restano solo poche briciole, nessuna fotografia, qualche ricordo dei conoscenti. Rubacuori, uomo miserabile e portentoso, dedito alla truffa e alla sopravvivenza, fu l’ultima macchietta di strapaese.

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Ottone Rosai, fiaccheraio, 1927

Umbertòn, il compagno dagli occhi senza cigli

Umberto Spezzafumo. Con un nome così, non poteva avere una vita normale. Era destinato a diventare l’incarnazione dell’Italia strapaesana, antieroica, grossolana, un personaggio da operetta, buffone, truffatore, ma puro e sincero. Spezzafumo era nato a Bologna nel 1898. Figlio di un garagista, era un bel ragazzo, alto, biondo, forte, esuberante e sfrontato. Per tutta la vita si è fregiato di essere stato ex-compagno di D’Annunzio e di essere lui il “compagno dagli occhi senza cigli” cui il poeta aveva dedicato il suo romanzo.

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Ottone Rosai, “Trattoria Lacerba”, olio su tavola, 1931, collezione privata

Oltre al fatto che i due avevano 35 anni di differenza e che lui non era certo tisico né diafano come il protagonista del libro, la verità è che a 17 anni Spezzafumo era ancora in terza media e, grosso com’era, intimoriva i suoi compagni 13enni che lo avevano soprannominato “Umbertòn”. Li intimoriva, beninteso, solo quelle poche volte che a scuola ci andava. Passava infatti le sue giornate, più che tra i banchi di scuola o sui libri, tra le sale biliardo e le peggiori bettole. Le sue apparizioni in classe però cominciarono miracolosamente a farsi più assidue quando il vecchio professore di matematica lasciò il posto a una supplente neo laureata che fece breccia nel cuore del giovane somaro.

Il patriota Umberto Spezzafumo

Spezzafumo, dando prova di un’insperata galanteria (c’è chi dice addirittura che rubasse dei fiori per lei), fece a sua volta breccia nel cuore della timida maestrina. La povera Elisa B. rimase incinta. Spezzafumo, denunciato, dovette dimostrare chi fosse. E, proprio per dimostrare chi fosse, sgraffignò l’oro di casa, vendette tutto, corruppe un usciere per risultare 18enne e si fece arruolare volontario.

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Nel giro di qualche giorno marciava, baionetta in spalla, sul Col di Lana. Neanche a dirlo, Spezzafumo fu ferito in quattro e quattr’otto ad una gamba. I maligni diranno che non gli piaceva il clima della Dolomiti e che un colpo, per sbaglio, parte facile. Fatto sta che fu portato a Padova, all’ospedale militare. Dove ebbe un’avventura con un’infermiera. Sotto “consiglio” dei superiori, rinunciò a quel poco che gli rimaneva di convalescenza e dimostrò il suo spirito patriottico arruolandosi negli Arditi. E negli Arditi rimase fino all’armistizio, quando tornò a Bologna con il grado di tenente.

L’impresa di Fiume

Bologna, però, era piccola e borghese. Così, appena seppe che “il suo compagno” D’Annunzio aveva intenzione di occupare Fiume, non se lo fece dire due volte e salpò alla volta della Dalmazia. Lì si trovò in un clima ideale per un uomo come lui: droghe, libero amore, anarchia. Stette a Fiume diversi mesi, lavorando o cavandosela sempre in qualche modo, ma poi, come al solito, dovette andarsene nel cuore della notte a causa di una donna.

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D’Annunzio e i tanti Spezzafumo durante l’impresa di Fiume

Aveva avuto una storia con una fiumana e i quattro fratelli non l’avevano presa bene. Anche Fiume era piccola e, per evitare di ritrovarseli all’improvviso di fronte, il tenente Spezzafumo fu costretto a imbarcarsi di nascosto con un peschereccio direzione Italia, guardando lentamente sfumare il suo covo di sogni e avventure.

Umberto Spezzafumo e il fascismo

Venne il ‘22 e Umberto Spezzafumo, che da bravo perdigiorno scapestrato aveva aderito al Fascio, entrò in Roma con Leandro Arpinati alla testa. Pensava di essersi sistemato, di essere dalla parte vincente, ma nel giro di pochi giorni fu espulso dal partito per i suoi comportamenti impresentabili. Deluso, tornò a Bologna e incominciò, come si dice, “a vivere di espedienti”. Quel “buono a nulla ma capace di tutto” si aggirava come uno spettro tra le campagne romagnole a comiziare, agitare e elemosinare.

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Quando faceva i suoi discorsi, alzava sempre la mano mostrando tre dita. Diceva: «numero uno, numero due, numero tre», come tutti gli oratori che vogliono sembrare tipi concreti. Si diceva fascista ma credeva nella “rivoluzione dei lavoratori”, faceva una vita bohémienne, dormiva all’addiaccio, barava alle carte, sapeva il Purgatorio a memoria e in qualche modo se la cavava sempre. Ogni tanto andava da D’Annunzio, che non lo riceveva mai, ma che gli faceva avere qualche foto autografata. Sapeva che il povero Spezzafumo le rivendeva a 100 lire l’una.

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L’impresa d’Africa

Qualcuno doveva averlo visto, infreddolito, errabondo, e ne aveva parlato ad Arpinati, che ne aveva a sua volta parlato a Mussolini. Era pur sempre un eroe di Fiume, un marciatore di Roma, uno della vecchia guardia. Non lo si poteva lasciar morire così. Mussolini si ingegnò e, venuto a sapere che la “simpatica canaglia”, come la chiamava lui, aveva la madre egiziana, lo mandò come interprete al seguito delle truppe in spedizione in Africa. Se avesse la madre egiziana davvero non lo sappiamo, ma sappiamo per certo che, malgrado quello che diceva lui, oltre al dialetto bolognese non spiccicava una parola. Questo non gli impedì, sia chiaro, di partire alla volta del deserto e delle colonie. Stava nel fortino di Graziani e faceva la bella vita. Poi, ebbero bisogno davvero del suo aiuto. Doveva tradurre ai nemici le condizioni della resa.

Ottone Rosai, I giocatori di toppa, 1928. Collezione Banca Monte dei Paschi di Siena
Ottone Rosai, I giocatori di toppa, 1928. Collezione Banca Monte dei Paschi di Siena

Nessun problema, aveva detto Umberto Spezzafumo afferrando il megafono. Dopo poche parole però i nemici se ne andarono a gambe levate. Graziani, incredulo, chiese spiegazione a un vecchio arabo che parlava qualche parola di italiano. Venne fuori che lo Spezzafumo sapeva, in arabo, solo qualche insulto imparato dai facchini del porto. Graziani, furioso, lo condannò a morte e lo chiuse in gattabuia. Ma, anche qui, Arpinati venne in soccorso. Spezzafumo fu liberato con tante raccomandazioni che continuasse le sue scorribande lontano, lontanissimo dall’Africa. Ottenne una pensione come reduce di Fiume, ma gestire i soldi non era il suo forte ed era facile che spendesse tutto in una notte e che, per campare il resto del mese, dovesse far ricorso alle sue solite truffe.

La RSI e la scomparsa di Umberto Spezzafumo

Visse a Milano per qualche anno combinando i suoi soliti impiastri. Per Longanesi, romagnolo come lui, Spezzafumo era morto nel ‘38 di freddo. In realtà nel 1944 venne raccattato dalle “brigate nere” che si rifacevano allo squadrismo della prima ora. Ma neppure lì seppe mantenere il suo posto. Si innamorò dell’amante di un alto membro della Feldpolizei, la polizia segreta tedesca. E con i tedeschi, si sa, non c’è Arpinati che tenga. Fu mandato in Germania, forse in un campo di lavoro. Non sappiamo se se la cavò in qualche modo, e non lo sapremo mai. Di lui si persero per sempre le tracce e così finisce la storia di quell’uomo disgraziato, sgraziato, sanguigno, cialtrone, pugnace, turbolento ma vero. Montanelli ne ricordò un aneddoto esemplare:

L’ultima volta che lo vidi fu in piazza di Spagna. Mi chiese cosa doveva fare del suo palazzo di Napoli. Gli dissi che al suo posto lo avrei venduto. «Hai ragione — rispose —,ora faccio un telegramma a mia sorella ». Staccò un foglio dal taccuino e vergò, allungandole all’infinito, una cinquantina di parole. Poi le contò e disse: «Ci vorranno almeno trenta lire. Me le presti?». Aveva inventato un palazzo e una sorella per scroccare trenta lire.

L’epurazione di Umberto Spezzafumo

Di Spezzafumo nessuno vuole fare un elogio (ammesso che sia possibile farlo), ma è importante conoscere la sua figura su un piano storico, in quanto simbolo di mille e mille uomini come lui e testimone della mutazione interna al fascismo. Umberto Spezzafumo, infatti, oltre ad essere uno degli ultimi personaggi rocamboleschi e pittoreschi ad aver popolato la romagna, è anche, nella sua piccola storia ai margini della Storia, l’esempio più lampante della disunitarietà del fascismo. Il movimento fascista, infatti, non fu una cosa unica ma un insieme disomogeneo in cui convivevano Giovanni Gentile e Umberto Spezzafumo.

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Fu un’accozzaglia mal costituita di gente di qualsiasi tipo, un fattore che univa gli interessi dei furbi, industriali e affaristi, e le velleità dei fessi, come Spezzafumo, che vide la sua cretineria ricompensata con due stivaloni e una divisa di orbace. Spezzafumo è testimone e simbolo dell’epurazione interna al fascismo, che vide la progressiva estromissione dal potere dei ras locali, quali Arpinati, e delle relative squadracce, popolate per la maggior parte da tipi come lo Spezzafumo, utili e nerboruti idioti che, una volta conquistato il potere, non interessavano più. Fu proprio in questa estromissione che il fascismo si indebolì, lasciando marcire i gerarchi in lussi tardo imperiali.

L’eutanasia del fascismo

Si perse così la componente sociale del fascismo, rendendo la deriva autoritaria anche apolitica, priva di una direzione sociale o programmatica, mirando solo al potere e ai soldi. E laddove muore la politica, regnano il potere, i soldi e la sopraffazione. Iniziò così il lento declino di un fascismo che man mano perdeva le radici sociali, assumendo il suo volto più truce e crudele (quello di Salò o le 120 giornate di Sodoma, per intenderci) fino ad arrivare al momento della sua eutanasia, la notte del 25 luglio 1943.

Fonti

Gian Carlo Fusco, Mussolini e le donne, Sellerio, 2006. Indro Montanelli, Storia di un legionario truffaldino
che imbrogliò anche Mussolini
.
Leo Longanesi, Parliamo dell’elefante, Longanesi, 1947.

 


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