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I nostri “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri”

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4 minuti di lettura

Capita, nella vita, di sentirsi impotenti. Di perdere il controllo degli eventi e vederseli sfuggire davanti, senza poter far nulla. Succede a Mildred Hayes per esempio, quando sua figlia Angela viene violentata e brutalmente uccisa una notte qualunque. E le succede di nuovo quando a distanza di quasi un anno dall’accaduto non è ancora stata fatta giustizia. E allora il senso di impotenza si mescola al rancore non solo verso il responsabile della morte di Angela, ma anche verso i poliziotti che non l’hanno trovato, che sono «troppo impegnati a torturare la gente di colore, per riuscire a risolvere un crimine vero».

Inizia così Tre manifesti a Ebbing, Missouri, che quest’anno si è aggiudicato ben quattro Golden Globes. Con un lutto ingiusto e la rabbia di una madre che pretende di farsi sentire e, per questo, stampa i suoi dubbi riguardo l’affidabilità dell’ufficio dello sceriffo e li espone su tre cartelloni pubblicitari in disuso.
Questo gesto forse irrazionale, forse estremo, sicuramente malgiudicato da tutti i cittadini di Ebbing, ha comunque il grande pregio di rimettere in moto una comunità arrugginita, in cui gli eventi si osservano da dietro le finestre di casa.

Tre volti diversi per tre manifesti

Si uniscono a Mildred (una Frances Mcdorman forte e diretta) in questa storia che è un’immensa celebrazione dell’errore umano, altri due personaggi magistralmente interpretati: lo sceriffo Bill Willoughby (l’ex coprotagonista di True Detective Woody Harrelson, che ancora una volta riconferma il suo talento) che non è stato in grado di trovare il colpevole e Jason Dixon (nei cui panni si cimenta il meritevole Sam Rockwell), il poliziotto razzista e integralista, al limite dell’ottusità. Tre personaggi, tre idee di giustizia. E tre modi diversi di affrontare il tema della violenza, che compatta e cuce insieme perfettamente ogni scena del film, che è comica rissa da bar e parole dure da far male anche attraverso lo schermo, privazione di un diritto e pubblica diffamazione.

Il paradosso della giustizia

Sulle strade inventate di un Missouri che sa ancora di Western, in un’aria drammatica che flirta con la dark comedy si muovono personaggi che sono al cento per cento esseri umani, senza sconti e vie di mezzo tra gesti eclatanti al limite della credibilità e momenti d’intima ed estrema delicatezza. E insieme a noi ragionano sul significato della giustizia, con la sua morale ed i suoi compromessi che fin troppo spesso lasciano con l’amaro in bocca.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film complesso, ironico, forte non solo nei dialoghi e nella sceneggiatura premiata a Venezia ma anche negli sguardi, negli schiaffi, nei non detti che urlano in faccia ad attori e a spettatori. Sono anche i nostri, i tre manifesti di questo film catartico, da vedere e da tenere dentro. Una metafora per quando anche noi, nel nostro piccolo, ci sentiamo impotenti davanti ad una giustizia che sembra non vedersi.

 

Marta Mantero

Sulla carta c'è una ventitreenne laureata in scienze delle relazioni internazionali.
Sulla pelle ci sono i libri, la musica, il buon cinema e il mare mosso.
Nella pancia c'è il teatro.

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