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Il baratto del banjo per la chitarra elettrica dei nuovi Mumford & Sons

5 minuti di lettura

Esce il 4 Maggio 2015 il terzo lavoro firmato Mumford & Sons: Wilder Mind.

Il disco era atteso dai fan da diversi mesi, preceduto dalla pubblicazione del singolo Believe il 9 Marzo e Snake Eyes il 20 Aprile.

Era il 20 Settembre 2013 quando il gruppo annunciò che si sarebbe preso un lungo periodo di pausa, per riposarsi, dopo l’uscita del disco Babel e il lunghissimo tour che ne è succeduto. Il tastierista, Ben Lovett, disse a Rolling Stone che non ci sarebbero state attività almeno per tutto l’inverno. Infatti, solo nel Febbraio 2014 i Mumford si riuniscono a Londra per scrivere nuova musica, del nuovo materiale per dare forma ad un disco.

Un gruppo che si era posizionato in testa alle classifiche per capitanare quel movimento neo-folk/country del quale era diventato il simbolo cambia strada improvvisamente: a tre anni dall’uscita di Babel e a sei dall’uscita di Sigh No More, avviene la temuta svolta elettrica.
Definito “inevitabile”, da Ben Lovett, il nuovo sound preve l’eliminazione del banjo dai pezzi cosa che precedentemente aveva caratterizzato fortemente la band, questa è la classica svolta che divide anche i fans più accaniti.

Mumford-Sons-Wilder-Mind-2015-1200x1200Wilder Mind è il disco internazionale più venduto, forse a causa della svolta elettrica che sembra aver funzionato. L’album prende il primo posto in America, Gran Bretagna, Canada, Irlanda, Olanda e Australia secondo posto in Germania, Danimarca, Singapore, Austria, Svizzera e Svezia.

Le chitarre acustiche, ascoltando l’album, sembrano un lontano ricordo, relegate nel sottofondo e sovrapposte da elettrici assoli di chitarra che mai prima d’ora erano stati sotto il marchio della band. Le canzoni, dicono, abbiano mantenuto la stessa dinamica, partendo piano e salendo fino a dare l’adrenalina che siamo abituati a conoscere ed associare al loro nome. Ma il banjo? Quell’elemento così diverso, così originale che dava ai pezzi un’identità? La scelta di eliminarlo è discutibile visto il fatto che tutta la band lo usava come perno centrale delle canzoni. 
Nei primi due dischi è utilizzato pesantemente e questo ha portato a pensare che fosse un elemento caratteristico che fin dagli esordi è stato inserito per passione, per scelta artistica personale e originalità, non essendo semplice introdurre uno strumento così particolare in una canzone senza farla suonare “texana”. Senza motivo, poi, l’eliminazione che fa sospettare una mossa commerciale, un ampliamento degli orizzonti sul pubblico, prendendo sotto la propria ala una fetta ancora più grande del mondo degli ascoltatori. E questo riporta alla domanda precedente: il banjo era stato inserito davvero per passione oppure, ora, è stata dettata la sua eliminazione dai piani alti della musica per una mossa puramente commerciale?

Interviste dirette che diano una risposta sincera e valida, per ora, non ce ne sono e quindi ognuno può affidarsi alle proprie opinioni.

Le canzoni del disco sono belle, una qualità alta che un nome come Mumford & Sons non poteva deludere. Il sound, però, è diverso e molto più pop di quello che siamo abituati a sentire dai loro dischi. Perdersi nell’omogeneità della musica popolare commerciale non è una mossa che fa pensare ad una svolta di qualità, nonostante possa far entrare nelle casse della band diverse cifre a molti zeri in più avvicinando tipologie diverse di ascoltatori.

Forse estemporanea e decontestualizzata la citazione del politico Francesco Saverio Nitti, ma di certo applicabile applicabile ad ogni scelta di qualsiasi personaggio di successo: «Se cambi idea e cambiando ci rimetti, io ti stimo. Se cambi idea e nel cambio ci guadagni, io ti sospetto».

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Andrea Brunelli

Studente di ingegneria a Trento con la passione per la musica, quella vera. Cercatore di verità oltre il muro grigio.

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