Il Museo della Follia a Mantova:
i mille volti della pazzia

Lorenzo Alessandri Gioconda modella invereconda 1982

Lorenzo Alessandri, Gioconda modella invereconda

La follia è da sempre strettamente legata all’arte. Negli artisti eccentrici si tende spesso a vedere un briciolo di pazzia, ed effettivamente molti dei pittori, registi o scrittori più celebri hanno avuto serie difficoltà nel sentirsi parte integrante della società, chiudendosi così in se stessi e preferendo quindi l’alienazione all’incontro con il mondo esterno. Proprio di questo delicato argomento si occupa il Museo della Follia, ospitato a Mantova – ironicamente nel Palazzo della Ragione – dal 19 maggio al 22 novembre. La mostra è stata allestita in occasione di EXPO ed è stata curata da Vittorio Sgarbi.

Seppur accolto in un’ampia sala, il museo ha una struttura labirintica, proprio a voler ricreare la sensazione di confusione e instabilità causata dalla pazzia. Tra vicoli ciechi e snodi improvvisi, il visitatore può trovare i più svariati tipi d’arte: oggetti, documenti, fotografie, lettere, dipinti, statue. Tutto racconta la follia in ogni sua forma, dalle più colorate alle più tristi, fino ad arrivare alla pazzia come estrema condizione di dolore e umiliazione.

follia ritrattoLa prima via che percorriamo ci mostra per esempio oggetti comuni, come scarpe, cucchiai, chiavi, lettere. Proseguendo possiamo invece ammirare le stanze desolate dell’ospedale psichiatrico di Teramo, ormai abbandonato e immortalato per noi dal fotografo Fabrizio Sclocchini. A colpire lo spettatore è anche una griglia illuminata con delle luci a neon in cui vengono mostrati i volti sbiaditi di chi ha pagato la pazzia sulla propria pelle, chiuso in un ospedale psichiatrico o in un carcere; come ha spiegato Vittorio Sgarbi, si tratta di «uomini e donne come noi, sfortunati, umiliati, isolati. E ancora vivi nella incredula disperazione dei loro sguardi. Condannati senza colpa, incriminati senza reati per il solo destino di essere diversi, cioè individui». Il documentario Dove vive l’Uomo? di Francesco Cordio ci informa poi sulle condizioni degli ospedali psichiatrici giudiziari, mostrandoci l’inadeguatezza delle strutture e le ingiustizie subite dalle persone che vivono in quelle stanze da decenni.

Cesare Inzerillo, Parocco e chierichetto; Penitente

Cesare Inzerillo, Parocco e chierichetto; Penitente

Tra un corridoio e l’altro, passiamo davanti ai corpi “mummificati” di Cesare Inzerillo, inquietanti nelle loro pose ed espressioni, ma possiamo ammirare anche le immagini vivaci ed evocative di Lorenzo Alessandri, con la sua doppia versione di una Gioconda fuori dagli schemi che Sgarbi definisce con queste parole: «non è soltanto una delle rare testimonianze del surrealismo italiano ma esprime l’euforia dell’alienazione, il protocollo della follia come manifestazione di libertà e contro le regole dell’habitat artistico torinese». Abbiamo poi i dipinti di Carlo Zinelli, sgargianti e ripetitivi, ossessivi, ma anche i ritratti di Gino Sandri, pallidi e privi di sorrisi, spenti.

Uomini irrilevanti, non considerati dalla storia e dimenticati dai propri compagni: queste sono le persone che incontriamo lungo l’intricato percorso del Museo della Follia. Citando nuovamente Sgarbi: «il manicomio, più del carcere, è il luogo dei rifiuti dove vengono chiusi quelli che non si adeguano, che non sono disposti ad accettare l’ordine del mondo, quelli che urlano la loro indisponibilità». È quindi una mostra fatta di visioni e turbamenti, realizzata da artisti con storie tormentate o che vogliono raccontarci terribili esperienze di vita vissute da altri. L’arte legata alla pazzia ha un grande unico fine: è liberazione, è il ritrovare la luce, la speranza, se stessi. È la storia di chi viene messo ai margini della società perché diverso, incompreso, solo.

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Antonio Ligabue, Testa di tigre

Proseguendo verso la seconda parte del museo si possono poi ammirare numerose opere di Antonio Ligabue e di Pietro Ghizzardi. Ligabue ritrae animali sia selvaggi che domestici con colori vivaci e pose dinamiche, quasi rabbiose, isteriche. È un mondo di tigri che attaccano e galli che lottano tra loro, di insetti in ogni angolo dei dipinti e di ritratti di donne dai pesanti contorni neri. Le immagini visionarie dell’artista sono quelle della mente altrettanto allucinata di William Blake, tanto che le tigri di Ligabue sembrano adattarsi perfettamente ai versi del poeta inglese:

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?

Ghizzardi, al contrario, dipinge perlopiù persone nella loro solitudine, mettendo in mostra numerosi personaggi con diverse sfaccettature, molto più silenziosi e immobili.

follia Agostino Arrivabene Lucifero. Pesante ho l’anima, di una tenebra perenne, 1997

Agostino Arrivabene Lucifero. Pesante ho l’anima, di una tenebra perenne

Il museo mette quindi in mostra la follia in ogni sua forma: dal degrado degli ospedali psichiatrici al volto della donna amata; dalla spregiudicatezza all’abbandono; dalla provocazione all’ossessione di figure colorate ripetute all’infinito. E noi, probabilmente sani, non possiamo fare altro che ammirare, apprezzare e in alcuni casi inorridire davanti al frutto di tanta disperazione e – soprattutto – solitudine. Concludendo con le parole ancora una volta molto efficaci di Vittorio Sgarbi: «il Museo della Follia non è una storia della follia. È una serie di suggestioni, di paure, di prepotenze che dovranno riguardare anche noi, protetti e attratti dai matti. D’altra parte, non potendone fare a meno, li abbiamo fatti diventare artisti. Se la follia vive nei sogni non ci possiamo liberare di lei.»

Museo della Follia
Mantova, Palazzo della Ragione, Piazza Erbe
Dal 19 maggio al 22 novembre

 

 

 

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