In memoria di Gabo

gabriel garcia marquezUn’attesa.

Una predestinazione.

«Cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni con le loro notti».

Tanto è il tempo della vita di un amore, dell’amore più intenso che il Novecento ci abbia saputo donare, tanto è il tempo dell’amore di Florentino Ariza.

Questo sono le pagine di Gabriel Garcia Marquez, pagine di struggente poesia e di emozionato pudore. O meglio, questo è Gabo.

Luce e forza letteraria.

Amore folle e dolore straziante.

 

Premio Nobel per la letteratura nel 1982 grazie all’indimenticato e indimenticabile “Cent’anni di solitudine”.

Cinquanta milioni di copie e più di venticinque lingue per raccontare la storia di Macondo, la storia di un viaggio e di una meta che è divenuta nell’immaginario dei lettori di tutto il mondo l’emblema di una dimensione quotidiana e reale, ma allo stesso tempo e allo stesso modo, assurda e allusiva.

L’enorme merito di Marquez è precisamente questo, raccontare la realtà con straordinaria veridicità ed essere capace, un secondo dopo, di rivoltarla e stravolgerla per mostrarne il rovescio.

“Realismo magico” è stato definito, quello di Gabo.

Recto e verso di un mondo travagliato, la società contemporanea e i suoi dissidi umorali, esteriorità ed interiorità, orgoglio ed intimità, narrati – quasi dipinti – attraverso le figure, le parole e i colori dell’America Latina.

Solo uno dei Paesi più straziati dalle brutture dell’ultimo Novecento e al contempo così indiscutibilmente toccato da una bellezza dolente poteva dare alla luce un’entità come quella di Marquez.

Decisamente oltre ogni convenzione, ogni schema ed ogni stilema letterario, oltre ogni ridicolo tentativo di sperimentazione – una tempesta in cui, ahimè, il Contemporaneo pare destinato ad annegare – la scrittura di Gabo è totale.

Ogni pagina è pregnante e significativa, ogni pagina ha qualcosa di noi e molto, moltissimo di lui, ogni pagina ci dà coraggio, ci dà spinta, scava ed estroflette.

Ieri, a 87 anni, è morto a Città del Messico Gabriel Garcìa Màrquez.

 

Possiamo illuderci che egli continuerà a vivere attraverso le sue pagine, come ogni grande autore, o che la sua presenza non fosse poi così significativa dietro alla sua penna, a fronte delle sue parole.

La realtà è che la sua esistenza fisica era una sicurezza per il mondo culturale e letterario contemporaneo così incerto e insicuro.

Come se la sua presenza desse ancora maggior forza alle parole.

Come se la sua vita fosse garanzia di partecipazione.

Come se fosse speranza.

«Sognava sempre alberi, mi disse Plácida Linero, sua madre, 27 anni dopo, nel rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. La settimana prima aveva sognato di trovarsi da solo su un aereo di carta stagnola che volava in mezzo ai mandorli senza mai trovare ostacoli, mi disse».

(da Cronache di una morte annunciata, 1981)

Grazie Gabo, per avermi dato la spinta e regalato l’incontro,

grazie per aver dato parole al cuore quando io non ne ho avuto la forza.

MARQUEZ

Francesca Cogliati

Redazione
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