Mauro Rostagno, una persona libera

«È per me ancora doloroso parlare di lui, perché risento la sua voce, rivedo i suoi occhi, lo rivivo da vivo quando rideva, quando cantavamo abbracciati su una spiaggia in Calabria “Emozioni” di Lucio Battisti, quando mi raccontava la guerra civile in Spagna, quando mangiava le sue adorate uova fritte e i ravanelli, e quando l’ho trovato sulla macchina, al buio e senza più voce, quando gli ho accarezzato i polpacci che a lui non piacevano per l’ultima volta, quando al cimitero l’ho guardato negli occhi, per l’ultima volta. Mauro era una persona libera, non è appartenuto a nessuno».

Chicca Roveri, compagna di Mauro Rostagno, nel ritratto scritto per I pizzini della legalità, Coppola Editore.

ROSTAGNO

Mauro Rostagno era nato nel 1942 e cresciuto a Torino, figlio di due dipendenti della Fiat. Prima dell’esperienza universitaria aveva viaggiato molto, in Germania e in Inghilterra dove aveva trovato lavoro. Era stato anche in Spagna a manifestare contro il regime franchista e, tornato a Milano, aveva rischiato di essere investito da un tram mentre protestava pacificamente seduto sulle rotaie sotto il consolato spagnolo per la morte di un ragazzo ucciso in terra spagnola dai soldati di Francisco Franco. In Francia invece lo avevano espulso nel corso di una manifestazione giovanile. Tornato in Italia si era iscritto alla neonata facoltà di Sociologia dell’Università di Trento dove aveva conosciuto, tra gli altri, Marco Boato, Renato Curcio, Mara Cagol e Marianella Pirzio Biroli, allora tutti studenti, con i quali dal 1966 aveva cominciato ad animare il movimento politico giovanile che culminerà poi nelle contestazioni del 1968. Un’esperienza per certi versi irripetibile nel panorama accademico italiano, d’altro lato tanto estrema da condurre alcuni degli studenti coinvolti nella lotta armata di stampo brigatista. La Cagol e Curcio sono stati infatti tra i fondatori delle Brigate Rosse, una scelta non condivisa dal “Che di Trento”: così era soprannominato Rostagno. Nel confronto con gli studenti trentini furono presenti professori come il sociologo Francesco Alberoni, il politologo Giorgio Galli e l’economista Beniamino Andreatta, con i quali non mancarono momenti di discussione, affiancati da occupazioni della Facoltà, scontri con gli studenti del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante e con le Forze dell’Ordine.

Muro Rostagno alla guida di un corteo di Lotta Continua

Mauro Rostagno alla guida di un corteo di Lotta Continua

Nel 1969 Rostagno aveva fondato con Adriano Sofri, Guido Viale, Marco Boato, Giorgio Pierostefani, Paolo Brogi ed Enrico Deaglio il movimento di Lotta Continua. Una delle maggiori formazioni della sinistra extraparlamentare italiana, di stampo rivoluzionario, era nata spontaneamente dal basso, dalle rivoluzioni che avevano infiammato le università e i movimenti degli operai, soprattutto in Piemonte e Lombardia. Oggetto di numerose contestazioni e di episodi violenti, il movimento si era sciolto dopo il Secondo Congresso nazionale del 1976. A proposito del ’68 a Trento, Rostagno vent’anni dopo in un’intervista diceva: «Facevamo tutto, tutto e il contrario di tutto, il rovescio di tutto, il bianco e il nero. Semplicemente affermavano il diritto di vivere senza nessuna limitazione, di studiare, di diventare intelligenti, di esprimere la propria cultura, la propria voglia di cambiare il mondo. Abbiamo cominciato bene, come eravamo allora un poco tutti, masticando molti libri, mangiando libri come fossero carote, nazionali, internazionali, frantumando ogni forma di provincialismo culturale».

Dopo la laurea, con una tesi di gruppo dal titolo Rapporto tra partiti, sindacati e movimenti di massa in Germania, per due anni aveva lavorato come ricercatore al CNR. Poi aveva deciso di trasferirsi a Palermo, dove tra il 1972 e il ’75, era stato assistente alla cattedra di Sociologia dell’Università.

«A Milano soffriva un po’, gli stava un po’ stretto chi dirigeva (…) Accettò quindi di andare in Sicilia. Io avevo 22 anni e avevamo deciso di fare un figlio, per l’esattezza Totò, Salvatore, perché lui si sentiva già siciliano. Nacque una femmina e scegliemmo Maddalena. A Palermo coinvolse tutti con la sua carica umana, la simpatia, l’energia e la capacità di lavorare, studenti, quartieri, proletari. A casa nostra venivano tantissime persone, mi ricordo quando preparammo la polenta per 2 famiglie di un quartiere. Lì imparammo molte cose: non mangiarono nulla»,

ricorda la compagna Chicca Roveri.

Alle Elezioni politiche italiane del 1976 Rostagno si era candidato alla Camera come LC nella lista Democrazia Proletaria nei collegi di Milano, Roma e Palermo, ma per pochi voti non era andata a buon fine. Con lo scioglimento di Lotta Continua, da lui fortemente voluto, era ritornato a Milano e qui aveva fondato il locale Macondo, un centro culturale che era diventato punto di riferimento per l’estrema sinistra alternativa, fino alla chiusura nel febbraio del 1978 per attività legate allo spaccio di stupefacenti, per cui anche Rostagno venne arrestato e poi prosciolto.

MACONDO-COVER

Mostre, grafica, musica, spazio di aggregazione: a Macondo si incontrava la gioventù della metropoli milanese, una sorta di centro sociale ante litteram. Solo cento giorni di vita per questa piccola oasi-scommessa ispirata al romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine.

Dopo la chiusura di Macondo era arrivata l’India. Qui Rostagno aveva deciso di andare a vivere con la compagna Elisabetta Roveri, detta Chicca, conosciuta all’Università degli Studi di Milano, e loro figlia Maddalena: «Mauro qui lavora a Chiyono, reparto pulizie di questo ashram, fa il lavandaio, si mette gli stivali e con una scopa gira e rigira vestiti arancioni rosa e rossi», spiega nel breve ritratto la compagna.

Muro Rostagno in India con la moglie Chicca Roveri

Muro Rostagno in India con la moglie Chicca Roveri

A Poona si erano uniti infatti alla comunità degli arancioni del guru noto come Osho, di cui Rostagno era diventato seguace dopo la lettura di un suo testo nel periodo del carcere. Mauro diventa così Swami Anand Sanatano, “eterna beatitudine” e quando Osho si trasferisce nell’Oregon, Rostagno torna in Italia e vicino a Trapani fonda la Comunità Saman. Nata all’inizio come una comune, sul modello dei centri di meditazione indiani, si trasformò poi in una comunità terapeutica che si occupava anche di recupero di persone tossicodipendenti, una delle prime in Italia. Il numero degli abitanti cresce, la comunità si dota di falegnameria, studi fotografici e audiovisivi ma non ottiene i fondi richiesti per il suo mantenimento.

Con la collaborazione di alcuni ragazzi della Saman, Rostagno aveva cominciato inoltre a lavorare come giornalista e conduttore per Radio Tele Cine, un’emittente locale della provincia di Trapani: aveva iniziato a raccontare le collusioni tra la mafia e la politica della zona. Mauro Rostagno aveva seguito, tra i tanti altri, anche l’omicidio del sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, ucciso il 13 agosto del 1980. Uno degli imputati era il capo mafia Mariano Agate, poi condannato all’ergastolo per la strage di Capaci, il quale aveva minacciato Rostagno nel corso di un’udienza del processo. Tra le numerose interviste contenute nelle videocassette ritrovate dalla sorella di Rostagno ce n’è una inedita a Paolo Borsellino, visibile anche sul web, in cui Rostagno chiese se Borsellino da magistrato fosse soddisfatto dell’atteggiamento della classe politica e dello Stato rispetto alla lotta alla mafia in Sicilia, e Borsellino rispondeva: «La risposta dello Stato al problema della criminalità mafiosa deve essere, come ho detto più volte, una risposta globale e che quindi impegna, deve impegnare, soprattutto le amministrazioni. La magistratura si occupa di un momento particolare della cosiddetta lotta alla mafia, cioè della repressione, ma la mafia va combattuta con ben altre armi».

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Il 26 settembre 1988 Mauro Rostagno venne assassinato in un agguato nella contrada Lenzi di Valderice, a poche centinaia di metri dalla comunità Saman, all’interno della sua auto, da alcuni uomini che gli spararono con un fucile a pompa calibro 12 e una pistola calibro 38. Da subito venne indicata la responsabilità della mafia nell’omicidio, ma nel 1996 la procura di Trapani sollevò dubbi sulle certezze di questa pista e su come erano state condotte le indagini, evidenziando possibili tentativi di depistaggio, che portarono ad accusare anche gli ex compagni di Lotta Continua, la moglie e persino la comunità Saman per presunte connessioni con traffico di droga internazionale.

Nel febbraio 2011 è stato riaperto il processo dopo 23 anni dall’uccisione del giornalista: la Corte di Assise di Trapani nel maggio 2014 ha condannato all’ergastolo i boss Vincenzo Virga e Vito Mazzara, decretando la morte di Rostagno come “morte di mafia”. La figlia Maddalena, nel ricordo scritto per I pizzini della legalità, sceglie questo tra i tanti insegnamenti del padre: «Noi non vogliamo trovare un posto in questa società ma creare una società in cui valga la pena di trovare un posto».

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