Nostoi del Novecento:
cinque libri da leggere

Quando il personaggio di un libro rimette piede in casa, o immalinconito o controvoglia o casualmente, allo scrittore si prospetta un’indefinita varietà di modi di costruire la scena; ed è per giunta una scena madre, se non madre madrina, perché è una sequenza centrale. La casa è il luogo in cui il personaggio, che si appollai su antiche convinzioni, prosegua nel suo cammino esistenziale, o si senta ingabbiato o coccolato dal ciclico ritorno alle radici, fa immancabilmente qualcosa di importante. È un fatto letterario. Può essere uno scacco come un rifugio.

Nella Galassia Gutenberg, nell’oceano quasi sterminato di libri di personaggi che tornano a casa, in una barchetta ecco cinque libri a cui abbiamo pensato.

“Una piccola nube”, James Joyce (1914)

La Dublino di James Joyce è un luogo dell’epos novecentesco, lì l’ideologo del modernismo ha messo i suoi personaggi sotto la cappa della mortificazione. La speranza abbattuta – dopo aver progettato una nuova vita fuori dalla tiritera esistenziale della provincia senza alcun pepe mondano, e bigotta, con le fantasticherie che seguono (poter avere il coraggio di essere ambiziosi, l’utopia di spantanarsi dalle sabbie mobili) – solo speranza abbattuta. Solo questa rimane alla gente di Dublino.

In Dubliners c’è un racconto (fra i meno antologizzati) che è emblematico di questo stagno casalingo. A little cloud si apre coi rimorsi di Thomas Chandler per la propria timidezza ed è chiuso dal pianto di suo figlio quando, a casa, il Piccolo – nomen omen – Thomas gli recita qualche verso di Byron. Non è un ciclo, semmai un punto adimensionale. Il volto minuto di Chandler che si estende piano piano su tutta Dublino.

E il Piccolo Chandler macera nella sua invidia per il suo vecchio compagno di scuola Gallagher, il Guido Speier del racconto. Mentre Gallagher è riuscito a smettere di essere un dubliner, lui continua ad imbarazzarsi della propria vita, ritornare a casa dopo un brindisi con Gallagher è perciò l’ennesima dimostrazione del suo fallimento.

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“Cent’anni di solitudine”, Gabriel Garcìa Marquez (1967)

Macondo è costruita su mattoncini porosi dove si infiltrano qualche pezzo di storia sudamericana e molte delle città letterarie che hanno attratto il Marquez lettore. Chi non si è perso nel magma di miti che imbeve Cent’anni e il suo paese di un forte liquore, che invischia e intontisce il lettore, tra donne bellissime che ascendono in cielo o altre che si cibano di terra o che muoiono spargendo un torrente di sangue durante il parto, e farfalle gialle che accompagnano corpi umani fino alla loro sparizione?

I pesciolini d’oro a cui lavora il colonnello Aureliano dietro le tende di casa, il sudario di Amaranta, non sono altro che un tentativo di arginare lo spaesamento nel proprio paese. Il titolo del romanzo è temporale ma se Márquez avesse scelto una coordinata spaziale sarebbe stato Macondo – cento modi diversi di pensare a casa. Del resto gli Aureliani e gli José Arcadio rispecchiano la malinconia e il tumulto con cui è possibile rapportarsi alla Macondo di turno.

bne.es

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“Dalla parte di Swann”, Marcel Proust (1913)

Il nome, appena il nome e la memoria perde controllo, sconfina in ogni momento perduto del passato assottigliando le pareti della mente, il frammento di tempo che trova lo trasforma in ricordo, s’invecchia con un solo nome; quando un oggetto sussurra quel nome, Combray, avviene come uno stravolgimento astrale e così il piano dell’infanzia ritorna a galla, e assume altre forme.

Alla ricerca del tempo perduto inizia, nel primo volume, con una sezione tutta dedicata alla città dove il Narratore trascorreva le vacanze della propria infanzia. Combray (e, con questa, il rapporto con l’infanzia) è un elemento primario dell’opera proustiana, torna in ogni volume – non solo nell’episodio della madeleine mummificatosi nelle antologie scolastiche.

La casa di zia Léonie è insomma il nido di Marcel, che vi ritorna mentalmente. Le linee della memoria seguono la figura del campanile del paese: smuovono tutti i granelli del presente, confondendoli; gli anni passati da allora, i baci della buonanotte negati, l’insonnia, in un baleno rievocati dal nome. Combray, e la sabbia della clessidra compie il percorso contrario.

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“Il Gattopardo”, Tomasi di Lampedusa (1958)

Nel ’58 fu un successo editoriale. L’opera decretò il tramonto del Neorealismo, ispirò uno dei cineasti che lo fondarono, entrò nei dizionari coniando un nuovo aggettivo come gattopardesco. Ma la ricezione del Gattopardo non è pacifica: la Sicilia che ne esce, infatti, e il messaggio politico dell’autore sono stati interpretati come reperti di un mortorio esistenziale.

Quando nel novembre del 1860 i Salina stanno per concludere il soggiorno a Donnafugata, inaspettatamente Tancredi ritorna, avvolto «nell’enorme mantella azzurra della cavalleria piemontese». Assieme a lui il conte Cavriaghi, un soldato lombardo attratto dalla marmorea Concetta. Il rincasare di un giovane siciliano che si è battuto a fianco dei garibaldini.

«Don Fabrizio non capiva bene: li ricordava entrambi rossi come gamberi e trasandati. “Ma insomma, voialtri garibaldini non portate più la camicia rossa?”»

Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna sfoderare la parola gattopardismo. Un siciliano – per giunta vicino a un lombardo con la erre moscia – che da garibaldino passa a fedele servitore sabaudo, chiaro episodio gattopardesco (fatalismo, immobilità, i siciliani amano il sonno, eccetera). Ma la sicilianità dell’episodio sta nei contorni sfocati assunti da Donnafugata in tale situazione.

La dimora aristocratica diventa, cioè, un luogo in cui la storia si aggroviglia, trascinando con sé la stessa identità di una classe sociale e, più in generale, di un popolo che a stento riesce a comprendere il corso degli eventi. Il principe Fabrizio, l’osservatore normanno amante della meccanica celeste, sa bene che Tancredi, tornando a casa da piemontese, non fa rimanere tutto come è.

Un dettaglio: il romanzo edificante, poco fa, prima dell’arrivo di Tancredi, nelle mani del Gattopardo, pater familias impegnato a educare la sua famiglia con storie tranquille, «giaceva rovesciato dietro una poltrona». Sotto il tappeto della Sicilia gattopardesca c’è un cumulo di non detti che con gli anni si increspano.

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“Ritorno”, Franz Kafka (1920)

È difficile parlare di Franz Kafka perché vi si può ragionare per ore, da soli o in compagnia, essendo puntualmente rimbalzati da ogni interpretazioni. Il suo mondo sembra protetto da uno schermo antroporepellente, in difesa da ogni pensiero umano.

Eppure sono storie semplici: al liceo almeno un racconto, anche solo sulla vita mutante di Gregor Samsa, l’abbiamo letto. Anche in Ritorno lo stile è piano, comprensibile – e la comprensibilità del lessico aumenta la paura.

ll racconto occupa a stento una pagina. Il protagonista (un uomo?) ritorna a casa del padre. «Ti senti a tuo agio, senti di essere a casa tua? Non lo so, sono molto incerto». Si sente inutile agli oggetti, più che reificato, nientificato. Tornare a casa e sentirsi estranei assoluti, assolti da ogni legame con chi occupa la casa. «Non afferro nulla, odo o credo forse soltanto di udire un leggero ticchettio d’orologio che pare mi giunga dai giorni dell’infanzia». In questo racconto ecco il dramma dell’uomo che aspetta qualcosa sull’uscio di casa sua, desolato, un caffè che gorgoglia in silenzio.

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Andrea Piasentini

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Redazione

Frammenti, rivista online di attualità e cultura, nasce nel 2017 come prodotto dell'associazione culturale "Il fascino degli intellettuali” con il proposito di ricucire i frammenti in cui è scissa la società d'oggi, priva di certezze e punti di riferimento. Quello di Frammenti è uno sguardo personale su un orizzonte comune, che vede nella cultura lo strumento privilegiato di emancipazione politica, sociale e intellettuale, tanto collettiva quanto individuale, nel tentativo di costruire un puzzle coerente del mondo attraverso una riflessione culturale che è fondamentalmente critica.
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