In Italia non c’è coscienza civica e le code per il Black Friday lo dimostrano

Le code davanti agli stores non sono nuove al Black Friday. Si direbbe quasi ne costituiscano la quintessenza. Una corsa a La migliore offerta che di filmico ha ben poco, se non quel suo costituire, quasi inconsapevolmente, un’istantanea tanto angosciante quanto icastica di quali siano, in tempo di pandemia, le vere priorità del nostro Paese.

Ciò che difatti va in scena nei nostri televisori, che si stampa sulla carta dei giornali, e che ci incolla addosso un vischioso sentimento di rabbia commisto a sgomento è uno sceneggiato che, avvalendosi di eccelse performance attoriali di incoscienza, ci restituisce uno spaccato forse indigesto, ma tristemente verace sulla deriva culturale — in senso davvero lato, forse anche troppo — che imperversa nel nostro Paese. Deriva culturale che si nasconde, sorniona, dietro le vette incoraggianti ma illusorie dei tassi di alfabetizzazione (99,9% per le donne, 99,7% per gli uomini; fonte: “The World factbook”, CIA, 2015), cullandoci tra le braccia di un «finché c’è alfabetizzazione, c’è speranza» che strizza l’occhio alla soglia del 46,1% (fonte: rapporto nazionale “All”, 2019) di analfabeti funzionali. La rimozione della percentuale costituisce un vero e proprio squarcio ad un velo di Maya che ci regala l’epifania di ben oltre 33 milioni di individui che non raggiungono il livello base di comprensione di un normale brano in prosa.

black friday code
27 novembre: code davanti al Primarck Store, Roma.
Fonte: www.affaritaliani.it

Gavin Wiesen perdonandoci per l’irriverenza con cui profaniamo il titolo con cui esordì alla regia nel 2011 —, alla luce dell’anno trascorso, L’arte di cavarsela sembrerebbe proprio quella in cui il governo del Belpaese ed una fetta sostanziale dei suoi cittadini si mostrano più brillanti, contribuendo significativamente a questo intermezzo di aperture e chiusure che all’incompetenza di alcuni aggiunge l’impietosa irresponsabilità di altri, incrementando vertiginosamente le probabilità di un 2021 all’insegna dell’”arrivederci, alla prossima ondata”. Probabilità corroborata dalla penuria, ad oggi, di soluzioni a lungo termine concrete per la convivenza con il virus. Che ci si aspetti forse che l’anno venturo, a velocità bonus, monopattini il Covid in vacanza nello stesso buco nero che ha inghiottito le centinaia di banchi a rotelle che non sono mai giunte a destinazione? Non è dato saperlo.

Ma, tornando al discorso iniziale, cosa centreranno mai le file del Black Friday con la cultura? Niente se ci si ferma alla fila in sé, ma tutto se si guarda a ciò che la fila vuole veramente significare. Soprattutto se la suddetta fila — o meglio, “assembramento”, giusto per impiegare uno dei must have del gergo pandemico di questo bisesto-funesto 2020 — ha origine in un luogo deputato alla vendita di prodotti tutt’altro che necessari alla sopravvivenza, ammesso e concesso che non sia sfuggito di annunciare a reti unificate che, date le circostanze emergenziali, tra i corridoi gremiti di tv al plasma e melafonini, o di scarpe e capi d’abbigliamento scontati fino al 50%, d’ora in poi sarà possibile acquistare anche beni alimentari e varie ed eventuali di prima necessità.

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Eppure nel bel mezzo di un’epidemia, in un momento storico in cui si richiama al buon senso e alla responsabilità individuale per scongiurare il collasso di un sistema sanitario (N.B. lo stesso flagellato dai tagli di quella politica che ora ci vorrebbe responsabili) le cui sorti si affidano ora al coraggio e alla perseveranza di chi, in prima linea, si barda dentro una tuta ermetica per prendere parte ad una lotta sfiancante che non concede tregua nemmeno per chiedersi come e perché l’umanità intera ci sia finita dentro, la priorità rimane il Black Friday e la migliore offerta. Di fronte a 52.028 morti dall’inizio dell’emergenza sanitaria (fonte: Dashboard ECDC, 26 Novembre 2020), la priorità rimane la migliore offerta. E forse, per una volta, varrebbe la pena di sbarazzarsi dei drappi dei convenevoli e del politically correct e sarebbe giusto che ammettessimo, nauseandocene, vergognandocene anche, di vivere in un Paese in cui la cifra in rosso su un volantino che segnala la migliore offerta può avere più risonanza di quella che evoca gli oltre duecento tra medici, infermieri e membri del personale sanitario che non ce l’hanno fatta.

Forse è colpa dei media. Ci hanno ingozzato così tanto di cifre che ci siamo assuefatti ai grandi numeri, ed ora “mila” è solo un’unità di misura tra le tante, niente che meriti il nostro turbamento. O forse sarà colpa dei limiti delle nostre facoltà immaginative: d’altronde come fai ad immaginarle oltre 52mila persone tutte insieme in uno spazio? Ma laddove l’immaginazione ci tradisce, lasciandoci soli con i nostri limiti, perché anche l’immedesimazione ci trova freddi ed impassibili? Quando è stata l’ultima volta che dietro un unico numero di due, tre, sei cifre che in realtà ne contengono altre migliaia, siamo riusciti a scorgere un volto, un nome, un’età, una storia, l’unicità e l’atrocità di una vita strappata a se stessa?

Le code davanti ai negozi per il Black Friday, la necessità di ricorrere a presidi anti-assembramento nei centri nevralgici dello shopping cittadino delle maggiori città italiane dimostrano che le lacune culturali di questo Paese non riguardano solamente la comprensione testuale, la correttezza grammaticale o la capacità di discernimento di una fonte veritiera da una illusoria, di una notizia da una fake news; che le lacune non sono solo concettuali, che non riguardano solo il gender-gap, il clima, l’immigrazione, la cultura del diverso, e, anche qui, una lunga lista a seguire.

Una delle lacune culturali più abissali di questo Paese riguarda soprattutto la cultura civica, la cosiddetta coscienza civica. La stessa che mai come oggi si mostra indispensabile e che mai come oggi, proprio a fronte di questi scenari, si professa però manchevole; una mancanza di certo figlia di quella contemporanea incapacità di guardare alla reale portata delle proprie, individuali esigenze per sacrificarle nel nome di una visione d’insieme, per il bene della cosa pubblica. Un’incapacità che sussiste anche quando non viene riflessa dallo specchio di una vetrina o documentata dalle immagini di un televisore. Una mancanza che in nome di un niente, ma di un niente prezzato, si rivela disposta a vanificare il sacrificio di molti, liquidando ad un ribasso umano inaccettabile — ma che fa riflettere — l’unica cosa che al momento dovrebbe contare davvero.

È davvero questo ciò che di migliore abbiamo da offrire? È davvero questa la nostra migliore offerta?

 


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