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JFK – Fiumicino: cronaca di un esodo

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Venerdì 13 marzo alle 17:45 ora locale è partito l’ultimo volo certo per l’Italia dagli Stati Uniti. Tutto è cominciato qualche giorno fa, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara il Coronavirus (COVID-19) pandemia e il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump blocca i voli dall’Europa, tranne dal Regno Unito.

La situazione si fa preoccupante, e mentre gli americani continuano la loro vita come se niente fosse, un certo disagio si diffonde tra gli italiani all’estero. La situazione ben presto precipita. Annullare tutti i voli dall’Europa significa infatti bloccare anche tutti i voli per l’Europa. L’Italia, già in un grave stato di emergenza da giorni, consente il rientro dei cittadini italiani ma le compagnie aree stanno tagliando di ora in ora ogni ponte con l’Italia.

Per questo, rientrare diventa sempre più complesso, in alcuni casi impossibile. Se dalla Francia ancora alcuni TGV circolano, dalla Spagna si progetta di rimpatriare gli studenti Erasmus con una nave attraverso il Golfo del Leone.

In questo ultimo esodo da New York la maggior parte dei passeggeri ha tra i 20 e i 30 anni: studenti, ricercatori, giovani lavoratori. Alcuni arrivano da Detroit, altri dal Michigan, qualcuno da Philadelphia. Hanno tutti acquistato il biglietto nelle ultime ore a caro prezzo, nella maggior parte dei casi supportati da genitori preoccupati da un Paese imprevedibile e con sistema sanitario a dir poco fragile e inaffidabile. Molte delle assicurazioni sanitarie per gli Stati Uniti non coprono infatti le cure mediche in caso di pandemia, per non parlare delle rigide norme per i visti internazionali che dopo una certa data rendono il soggiorno illegale.

Se fino a pochi giorni fa le autorità americane, a partire dal sindaco della Grande Mela De Blasio, assicuravano che la situazione era comunque stabile e del tutto normale, le ultime informazioni sono confuse e preoccupanti. Inquietanti “Breaking News” annunciano la chiusura delle università, dei campus, delle orchestre, delle scuole, dei musei e dei ristoranti. A New York viene dichiarato lo stato di emergenza, ma la gente esce ancora. Per noi è un film già visto: c’è chi si accalca nei supermercati “per fare scorte” e chi crede ancora di “sfidare il virus” uscendo la sera a ballare.

Se la situazione fa paura agli americani, il blocco dei voli spaventa ancor di più gli stranieri. Anche se Trump ha annunciato che si tratterà di solo 30 giorni, chi sta leggendo sa bene che questa crisi è destinata probabilmente a durar di più.

Nel timore di perdere l’ultima occasione per rientrare in Italia, siamo arrivati molto presto venerdì mattina, stracarichi di zaini e valigie. Pochi hanno voglia di parlare, si mantengono le distanze, tutti sono dotati di guanti e mascherina, mentre si condivide il gel disinfettante con chi non ha avuto la fortuna di trovarlo. Questo chiaramente non era un viaggio programmato, tutti in poche ore abbiamo smantellato le nostre camere, i nostri armadi e quella parvenza di quotidianità che ci eravamo costruiti in un Paese cosi entusiasmante eppure così diverso. Nel gruppo pochi sono i turisti, la maggior parte vive qui da tempo.

Su questo volo con destinazione la Capitale, viaggiano ragazzi diretti in ogni angolo di Italia. C’è chi ritorna in Veneto, chi deve raggiungere la Sicilia, la Toscana, la Campania. I treni sono difficili da trovare, però va bene lo stesso, arrivati a Roma una soluzione si troverà.

La fila del check-in per Alitalia è accanto a quella per Shangai. E così, mentre qualche curioso scatta foto ai protagonisti del cosiddetto “viaggio della speranza”, come in uno strano gioco di ruolo le due file si scambiano occhiate confuse, ci si sente sconfitti e un po’ delusi da un sistema che ci ha fatto credere che tutto era possibile in un Paese tanto potente quanto incauto, che promette molto ma che garantisce poco.

Ascoltiamo in diretta le ultime parole di Trump, scorrendo il bollettino giornaliero divulgato dalla nostra Protezione Civile. L’Italia è l’unico Paese che ogni giorno fornisce dati ufficiali e specifici sulla situazione. All’aeroporto internazionale John Fitzgerald Kennedy si teme fino all’ultimo che anche questo volo possa essere cancellato, annullando lo sforzo che molte famiglie hanno fatto per far rientrare i propri cari.

In fila al gate c’è chi dice di aver acquistato il volo solo poche ore fa, chi l’ha acquistato ieri notte, ancora indeciso sul da farsi. Una volta passati i controlli, le chiamate a genitori e amici finalmente sollevati invadono la hall.

Si inizia a chiacchierare: come funzionano le autocertificazioni, chi vuole prestarsi i cani a vicenda per poter uscire, ci si chiede se le sigarette sono ancora in vendita. Di certo, ci aspettiamo un’Italia ben diversa da come l’abbiamo lasciata.

Finalmente è il momento di imbarcarsi, non ci si abbraccia per paura del contagio, ma ci si scambia sguardi di sollievo, mentre la hostess ci augura buona fortuna in italiano. Ne avremo bisogno. Non sappiamo ancora se questa sia la scelta giusta, ma per una volta abbiamo seguito l’istinto, le direttive delle nostre istituzioni, i consigli dei genitori e delle persone che ci vogliono bene.

Saliti a bordo, la tensione si scoglie alle parole del comandante «a Roma ci aspetta bel tempo». Dopo otto ore di viaggio atterriamo in un Fiumicino deserto, l’accoglienza è inconsueta e l’atmosfera lunare. «Bentornati, vi stavamo aspettando», ci dicono gli addetti del Ministero della Salute accompagnandoci ai controlli per il rilievo della temperatura corporea.

Forse in questa Roma silenziosa è il momento di riconsiderare le priorità, forse è il momento di riconsiderare il coraggio e l’impegno del nostro Paese. Questa situazione, sicuramente critica, ci darà del tempo per pensare all’Italia del domani, che avrà bisogno di tutti noi, da subito e senza esitazioni.

@ Valentina Cognini, tutti i diritti sono riservati

Valentina Cognini

Nata a Verona 24 anni fa, nostalgica e ancorata alle sue radici marchigiane, si è laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia. Tornata a Parigi per studiare Museologia all'Ecole du Louvre, si specializza in storia e conservazione del costume a New York. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.