Kierkegaard e la vertigine della libertà: l’alba dell’esistenzialismo

Il 5 maggio 1813 nasce a Copenaghen il filosofo e teologo danese Søren Aabye Kierkegaard, settimo e ultimo figlio di Michael Pedersen, facoltoso commerciante danese che, con il suo carattere severo e intransigente, segnò le sorti e la formazione del suo ultimogenito. Prima ancora di diventare ventenne, Kierkegaard perde cinque dei suoi fratelli, un dolore immenso rimasto all’origine di quel senso d’angoscia nei confronti dell’esistenza che, successivamente, caratterizzerà la vita e la produzione filosofica dell’autore.

Nella biografia di Kierkegaard viene spesso ripresa la vicenda d’amore ricca di ostacoli e contrasti con Regina Olsen, donna di dieci anni più giovane, conosciuta per la prima volta nel 1837. Tra i due vi è un rapporto sincero che verrà però interrotto dallo stesso Kierkegaard, il quale riteneva che il cammino da lui intrapreso non avrebbe mai potuto conciliarsi con la scelta del matrimonio con Regina.

Ecco il concretizzarsi dell’aut-aut, della decisione che deve essere fatta scegliendo tra una vita spensierata e felice con la sua dolce amata o il cammino della fede che già ha intrapreso. Kierkegaard lasciò così Regina e i due, non senza difficoltà, iniziarono a percorrere nuove strade, continuando a mantenere vivo il fuoco inestinguibile del loro amore.

Per capire le scelte di vita intraprese dal filosofo danese è necessario comprendere il suo discorso filosofico e il forte contrasto nei confronti di Georg Wilhelm F. Hegel, uno tra i più grandi filosofi mai apparsi in Occidente.

Kierkegaard

Nei Lineamenti di filosofia del diritto (1821), Hegel afferma che tutto «Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale». In questa citazione, ormai divenuta celebre, è condensata una delle massime più importanti del pensiero hegeliano. Per Hegel, infatti, ogni accadimento, ogni fenomeno, ogni essente è razionale. È quindi evidente il trionfo della ragione in questa visione del mondo, in cui l’uomo viene metaforicamente ridotto a semplice  burattino razionale,  manovrato dalla mano invisibile della storia.

L’astuzia della ragione, per Hegel, dà forma alla grande mediazione tra la razionalità individuale e quella universale. Detto in parole semplici: gli individui fanno ciò che fanno non perché hanno la libertà di farlo, bensì perché vi è una ragione che li trascende e li dirige verso un determinato scopo.

I cosiddetti eroi cosmici, tra i quali Alessandro Magno, che partì dalla Grecia per conquistare l’India e  l’Oriente, non sono dei condottieri padroni del proprio fato ma, come spiega Hegel, sono dei mezzi utilizzati dallo Spirito Assoluto per il raggiungimento dei propri fini.

Nettamente in disaccordo con questa visione dell’uomo, imprigionato nel disegno escatologico della ragione, è Kierkegaard, il quale inizia a concepire l’esistenza umana nell’ottica di una scelta autonoma, e angosciata, tra infinite possibilità. Se dunque da un lato abbiamo Hegel, il filosofo della sistematicità, agli antipodi troviamo Kierkegaard, il filosofo del caos esistenziale.

Kierkegaard si autodefinì filosofo di Danimarca, espressione che rimanda all’opera La tragedia di Amleto, principe di Danimarca di William Shakespeare nella quale il protagonista, Amleto, è dilaniato da ambiguità e conflitti interiori. Con questa autodefinizione, Kierkegaard viene dunque ad identificarsi con l’Amleto shakespeariano, sospeso nell’angoscia esistenziale che sottende la scelta tra l’essere e il nulla, o ancora meglio, il celebre «essere o non essere».

In Enter-Eller (Aut-Aut), libro fondamentale pubblicato nel 1843, spiegando le prime due modalità esistenziali (vita etica e vita estetica), il filosofo di Copenaghen afferma:

Immagina un capitano sulla sua nave nel momento in cui deve dar battaglia; forse egli potrà dire: bisogna fare questo o quello; ma, se non è un capitano mediocre, nello stesso tempo si renderà conto che la nave, mentre egli non ha ancora deciso, avanza con la solita velocità. Cosí anche l’uomo, se dimentica di calcolare questa velocità, alla fine giunge un momento in cui non ha piú la libertà della scelta, non perché ha scelto, ma perché non l’ha fatto.

Bisogna seguire il suggerimento di Kierkegaard, immaginando metaforicamente l’uomo nei panni del capitano di una nave che, dinanzi a sé, trovi un gorgo marino: egli può scegliere se virare a destra o a sinistra, ma ciò che è realmente importante è che scelga in tempo, affinché, nell’attesa di decidersi, non finisca per sprofondare nellabisso dellangoscia. 

La corda tesa tra l’angoscia della scelta e la libertà che ne può conseguire è fondamentale nell’esistenza umana, infatti «più è profonda l’angoscia e più è grande l’uomo».

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Con la decisione forgiamo dunque la nostra personalità più propria: «la scelta fa uomo l’uomo!» e non solo, perché scegliendo, l’uomo prende coscienza del carattere assoluto della libertà. Ogni scelta comporta l’accettazione di un paradosso e la sopportazione dell’angoscia, che per il filosofo danese rappresenta la vertigine della libertà. Per Kierkegaard la libertà può quindi essere considerata in due modalità differenti: da un lato come esperienza costante dell’angoscia e, dall’altro, come possibile possibilità di scelta tra alternative.

È inoltre interessante notare come nel discorso filosofico di Kierkegaard, oltre ai principi cristiani che fanno da cardine, vengano riprese alcune massime del pensiero greco, a partire dal “gnōthi seautón” (conosci te stesso) scolpito nella pietra dell’Oracolo di Delfi.

Nel Breviario, Kierkegaard afferma che «la grandezza non consiste nell’essere questo o quello, ma nell’essere se stessi; e ogni uomo, se vuole, può esserlo!»In questo senso è inevitabile pensare che la grandezza di un uomo sia direttamente proporzionale alla sua libertà; l’uomo che sceglie diventa un uomo che ritrova dinanzi ai suoi occhi nuovi spazi di libertà «per farsi grande con le proprie mani».

Con Kierkegaard l’angoscia propria dell’esistenza umana viene a rappresentare la meta di un nuovo orizzonte filosofico nel quale, forse, diviene possibile scorgere i primi bagliori dell’esistenzialismo.

Pietro Regazzoni


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Pietro Regazzoni
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