«La Belle Dame Sans Merci»: Frank Dicksee, John Keats e l’immaginario Pre-raffaellita

Una dama senza cuore, spietata, e un cavaliere miserabile dal tragico destino. Queste le premesse di una delle più importanti poesie del Romanticismo inglese: La Belle Dame Sans Merci (1819) di John Keats (1795 – 1821). Mescolanza di tradizione folkloristica medievale e di una novella mitologia romantica, La Belle Dame Sans Merci rappresenta un punto di svolta non solo a livello poetico, ma anche e soprattutto pittorico, dando inizio ad una lunga tradizione di opere Pre-raffaellite dedicate.

Che mai ti cruccia, o cavaliere armato,
solo e pallido errante?
Giace prostrato il giunco in riva al lago,
né uccello canta

Fra i numerosi artisti cimentatesi in tale rappresentazione, è necessario soffermarsi su Frank Dicksee (1853 – 1928) e sulla sua versione de La Belle Dame Sans Merci, dipinta nel 1901 e oggi conservata al Bristol Museum & Art Gallery. Il dipinto di Dicksee è infatti diventato un’illustrazione da libro scolastico, come Il Viandante sul Mare di Nebbia di Friedrich (1818), che tormenta gli studenti nel loro primo approccio allo Sturm und Drang. La poesia e il dipinto sembrano essersi amalgamate, diventando una coppia inseparabile. Il dipinto di Dicksee presenta infatti tutte le caratteristiche necessarie a far sì che un’immagine s’imprima nella mente: tema d’amore, ambientazione medievale, una splendida figura femminile e un destriero possente, la presenza di un’affascinante e ammaliato cavaliere nella sua scintillante armatura, senza contare poi le grandi dimensioni della tela (137,2 x 188 cm).

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La qualità di tale rappresentazione sta nell’aver giocato sull’opposizione di moto e staticità, creando una perfetta armonia di opposti. La dama è infatti raffigurata con lunghi e folti capelli rossi (elemento tipico dell’arte Pre-raffaellita che richiama la chioma della Beatrice dantesca) e un leggero abito di tessuto rosa. La consistenza di tali elementi è morbida e leggera, consentendo al vento di muoverli in delicate onde. Anche la scelta di colori sembra richiamare un delicato movimento, tramite le sfumature del rosso, dall’aranciato dei capelli al rosa antico dell’abito, unendoli in una bellissima fusione cromatica.

Una dama incontrai
bella nei prati, figlia delle fate;
lunghi i capelli e il passo suo leggero,
e gli occhi folli.

Punto di incontro fra le due figure umane è il cavallo: il maestoso animale è infatti fermato nel suo incedere dalla mano del cavaliere, che ne afferra le briglie. Il gioco di gesti è qui estremamente affascinante, in quanto non solo tende ad unire tutte le figure in un unico insieme, ma al tempo stesso segna una parentesi fra il dinamismo della dama e l’immobilità del cavaliere. Esso è infatti fermo, come pietrificato, nell’ammirare lo splendore della donna. La sua posizione, con le braccia spalancate lateralmente, contribuisce ad accentuare l’effetto “pietrificato” del soggetto. Anche qui il contrasto dell’abbigliamento è essenziale: il cavaliere indossa infatti la sua splendida armatura, impassibile al soffio del vento, ferma ed immobile. Il gioco di sguardi è sublime. La fissità nello sguardo del cavaliere sembra riflettere quello ipnotico della dama, celato dalle palpebre.

Cercò per me dolci radici e miele
e rugiada di manna;
nel suo ignoto linguaggio ella mi disse:
«Amo te solo»

Il dipinto di Dicksee riesce a comunicare con grande sapienza le sensazioni evocate dalla poesia di Keats: il silenzio, l’incanto, l’inganno, tutto nell’arco di un’unica scena. Sebbene vi siano moltissime rappresentazioni di tale tema, tra cui quella di John William Waterhouse (1893), quella di Frank Dicksee rimane la più celebre e amata, dipinto simbolo di un’epoca legata ad un’emotività antica e all’oscurità dei miti medievali.

Per questo io qui soggiorno
solo e pallido errante,
benché il giunco è prostrato in riva al lago,
né uccello canta.

 

Anna Maria Giano
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