«La coscienza di Zeno» e il successo sveviano di un antieroe

Ci sono voluti «venticinque anni di silenzio» affinché Aron Hector Schmitz fosse riconosciuto come un grande romanziere. O meglio, venticinque anni e un capolavoro indiscusso, inizialmente snobbato da critica e pubblico e poi destinato a divenire punto di riferimento imprescindibile della narrativa modernista. Già noto con lo pseudonimo di Italo Svevo, lo scrittore triestino formatosi in Baviera, coniugato con la figlia di un uomo d’affari che «per credere nella letteratura doveva vedere denari» e firma sconosciuta de L’Indipendente, in seguito ai tanti rifiuti occorsi ai suoi lavori, volle convincersi ad abbandonare la sua vocazione. In realtà, quegli anni lontani dalle amate carte non furono di silenzio – come risulta dalle lettere inviate alla moglie -dagli esercizi di scrittura «per non perdere il ritmo», dai numerosi racconti iniziati e poi ripresi in un regime di giocosa clandestinità. Svevo non abdicò dunque alla ricerca del successo letterario, ma di certo mai si sarebbe aspettato che un suo libro, scritto tra le mille fatiche di una narrazione in prima persona, riuscisse ad avere un’enorme fortuna prima in Francia e poi in Italia.

la coscienza di zeno

Foto da: www.museosveviano.it

Quel libro era La coscienza di Zeno, «un’autobiografia per interposta persona» come ebbe a dire lui stesso a Eugenio Montale, un testo paradigmatico della modernità. Scritto sotto l’impulso della liberazione di Trieste, portato a termine dopo la morte del suocero-collega e pubblicato con un’accurata revisione linguistica targata Attilio Frescura, il capolavoro sveviano risente fortemente dell’incontro con le teorie freudiane, sperimentate in prima persona dal cognato di Schmitz, in cura presso il Maestro viennese all’inizio del secolo.

Tutto il romanzo è però una dura, sferzante, critica nei confronti della psicanalisi, considerata una «sciocca illusione, un trucco buono per commuovere qualche vecchia donna isterica». Che Svevo nutrisse sentimenti di sfiducia nei confronti della disciplina dell’inconscio è cosa nota, e lo dimostrano i passi del suo diario in cui, con sprezzante ironia, sottolinea l’inefficienza della cura cui si era sottoposto il cognato Bruno Veneziani. Il desiderio di mettere alla berlina le teorie freudiane ha però radici più profonde, che affondano inevitabilmente nel tessuto modernista di inizio secolo; la sfiducia nei confronti dei sistemi conoscitivi totalizzanti, che pretendono di poter dire una parola definitiva sull’Io e sul mondo è un tratto distintivo dei narratori del Novecento e rappresenta, qui come altrove, uno dei motivi fondamentali della narrativa sperimentale. Svevo ha qui fatto scuola, tratteggiando un personaggio decisamente antieroico, scisso, a tratti nevrotico e, soprattutto, costantemente inadeguato che, attraverso la consapevolezza della propria incapacità, ha saputo ribaltare l’illusione di una terapia fallimentare costruendosi, efficacemente, un successo su cui nessuno, nel corso della lettura, avrebbe mai scommesso.

La coscienza di Zeno, prima edizione 1923

La coscienza di Zeno, prima edizione 1923

Il romanzo ha una struttura composita e non simmetrica, presenta una cornice (costituita dai capitoli più pregni di psicanalisi nel senso vero del termine) e un corpus centrale, strutturato come un racconto di lunga durata e cronologicamente ordinato. La storia, che presenta gli eventi e i fatti non come accaduti nella realtà ma secondo la percezione che la coscienza di Zeno ha di questi, inizia con un’interessante prefazione firmata da un certo Dottor. S. (Freud? Svevo? Steckel? Weiss?) che, senza giri di parole, ci mette in guardia circa l’attendibilità delle parole che andremo a leggere. Lo psicanalista – di certo non al di sopra di ogni sospetto – dichiara di voler pubblicare le memorie del suo paziente a scopo di vendetta, per convincerlo a riprendere la terapia; ciò che tale memoriale contiene è però definito «accumulo di verità e bugie», frutto della mente e della soggettività del narratore. E che Zeno menta, rivelandosi ben presto un narratore inaffidabile, il lettore non tarda a scoprirlo, tanto da interrogarsi più di una volta circa le interpretazioni forniteci dal protagonista.

Foto da: www.libriantichionline.it

Zeno Cosini parla di sé, della sua infanzia segnata dal vizio del fumo e dalla pesante ombra paterna, figura ingombrante che, fin da subito, sembra rubare al figlio l’amore della mamma. Come un moderno Pollicino, nel corso delle pagine del suo memoriale il narratore sembra disseminare indizi, elementi che conducono, quasi inevitabilmente, a quel complesso di Edipo che, alla fine del romanzo, gli sarà effettivamente diagnosticato. Eppure il lettore ha come il sospetto che una certa aura di menzogna serpeggi in ogni parola, che tutto sia quasi costruito a tavolino per condurre l’odiato dottore verso una diagnosi tanto banale quanto strumentalmente usata per esprimere il proprio disprezzo verso la psicanalisi. La stessa storia matrimoniale di Zeno appare ambigua e conduce il lettore, più di una volta, a un bivio interpretativo; è la bella Ada che ama oppure la sorella Augusta, che poi realmente finirà per sposare? È Carla, l’umile amante, a lasciare Zeno o è tutta una sua invenzione? Nel romanzo tutto appare il contrario di tutto. Dopo aver chiesto in moglie – e dopo ben due rifiuti da parte delle sorelle! – Augusta, Zeno dà inizio ad una grande mistificazione che lo porterà a indicare Ada come una sorella e Guido (il cognato, l’anti-Cosini per eccellenza) come un fratello, concretizzando, in una narrazione sul crinale tra autobiografia e finzione, quel sogno di stabilità e sanità borghese da lui sempre desiderato. Ma è nel penultimo capitolo che la menzogna zeniana raggiunge l’acmé: in un rovesciamento totale della realtà, Zeno ci parla di un Guido perdente, bizzarro, quasi pazzo. E a questo fallimento (di un uomo bello, colto, esperto commerciante) corrisponde l’apoteosi del protagonista che, attraverso la scrittura, riesce a costruirsi un’improbabile, ma non meno gratificante, rivincita. Una rivincita resa ancora più possibile dal suicido di Guido, tentativo di simulazione sfociato in tragedia per una serie di circostanze sospette tra cui quella, fortemente plausibile, di una responsabilità zeniana nell’accaduto:

«Gli consigliai, per chi non volesse morire, di assumere del Veronal puro. […] Veronal. Dunque non Veronal al sodio. Come nessun altro io potevo ora essere certo che Guido non aveva voluto morire. Non lo dissi però mai a nessuno».

Zeno usa la scrittura come terapia, una terapia assai più efficace della psicanalisi che, arroccata su se stessa e figlia di uomini deontologicamente scorretti come il Dottor S. non può che risultare fallimentare. Così Cosini, nell’ultimo capitolo dichiara di essere guarito: «Io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione». E guarisce dunque nell’unico modo in cui poteva guarire chi, più di cento pagine prima dichiarava: «La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione»; è diventato sano convincendosi di essere tale. Ecco che tutta La coscienza di Zeno può essere allora letta come il tentativo del suo protagonista di rappresentare la propria vita come un’esperienza positiva, dominata dalla salute e dalla felicità. Poco importa se così non è stato, se Zeno resta inetto come la vita lo ha condannato; la scrittura, incredibilmente, ha trasformato un antieroe in un improbabile, eppur vincente, eroe modernista.

La coscienza di Zeno, regia di Sandro Bolchi, 1989

La coscienza di Zeno, regia di Sandro Bolchi, 1989

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