«La mia vita con John F. Donovan»: il ritorno trionfale di Xavier Dolan

Appena usciti dalla sala dopo aver visto un film superlativo, è sempre difficile trovare le parole per descriverlo. Troppa paura che nessuna parola possa essere all’altezza delle emozioni provate. Ci si sente un po’ così dopo aver visto La mia vita con John F. Donovan del canadese Xavier Dolan, uscito in Italia lo scorso 27 giugno.

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Donovan
La locandina del film.

Un’amicizia “da lontano”

Il film ruota attorno all’amicizia nata e sviluppatasi “da lontano” tra Rupert Turner (Ben Schnetzer), un giovane attore, e John F. Donovan (Kit Harington), anche lui attore, morto di overdose undici anni prima. Perché “da lontano”? Perché i due si sono scambiati lettere per cinque anni, senza mai incontrarsi.

A soli sei anni, aiutato dalla madre (Natalie Portman), il piccolo Rupert (Jacob Trembley) scrive una lettera a Donovan, il suo idolo. A sorpresa, la star gli risponde, dando così il via a una strana corrispondenza che entrambi tengono segreta al mondo per anni. Da un lato, Rupert – americano, incapace di ambientarsi in Inghilterra – teme che possa interrompersi l’amicizia con la sola persona che sembra davvero capirlo. Da un altro, John F. Donovan sa che nessuno capirebbe perché mai un uomo di più di vent’anni scriva con assiduità a un bambino.

Il punto di non ritorno nelle loro vite, come ricorda lo stesso Rupert, sarà quando le lettere saranno scoperte e date in pasto ai media. Non vi faremo però spoiler né su questo né sulle conseguenze che il fatto ha sulle vite di Rupert e John.

Tra vecchio e nuovo

Chi ha visto gli altri film di Dolan ritroverà con piacere alcuni elementi e richiami anche in questo, ma non mancano le novità. Dolan gioca a citarsi da solo: l’intervista a Rupert, che fa da filo conduttore al film e unisce passato e presente, ricorda molto quella con cui si apre Laurence Anyways, così come la scena in cui John torna a casa dalla madre (Susan Sarandon) ricorda un po’ per i toni È solo la fine del mondo. Ritroviamo anche alcune tematiche care a Dolan, come l’omosessualità del protagonista (pressoché onnipresente nella sua produzione) e il rapporto madre-figlio, già esplorato in J’ai tué ma mère, Mommy, È solo la fine del mondo.

La principale novità, invece, riguarda il cast, e di conseguenza la lingua di questo film. La mia vita con John F. Donovan è infatti il primo – e per ora unico – lavoro di Xavier Dolan con attori anglofoni. Per la prima volta un suo film non parla francese. Il cast vanta vere e proprie celebrità, come Natalie Portman, Susan Sarandon, Kit Harington, Kathy Bates, tutte all’altezza delle aspettative. Menzione d’onore per il piccolo Jacob Trembley, vero e proprio enfant prodige, come lo era stato una decina d’anni fa Xavier Dolan.

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Donovan
Jacob Trembley nel ruolo del piccolo Rupert Turner.

Un’altra novità riguarda l’atmosfera del film, diversa da quelle che il cineasta canadese ci ha fatto respirare finora. C’est fini con il barocco dei primissimi film, con le scene cupe di Tom à la ferme. I sentimenti non vengono più urlati con la stessa forza di Mommy ed È solo la fine del mondo, né tantomeno mostrati in modo così claustrofobico. Stavolta siamo davanti a una pellicola che racconta in modo potente le emozioni e i rapporti umani, ma con una nuova delicatezza, amplificata rispetto ai lavori precedenti.

La vertigine delle maschere

Al centro del film ci sono le maschere che John F. Donovan deve indossare costantemente, arrivando a sposare una donna per nascondere la propria omosessualità. Dolan offre un ritratto spietato del successo che annienta la vera personalità di chi ne diventa vittima. John F. Donovan sembra avere tutto, ma non può vivere alla luce del sole né la storia con l’uomo di cui è innamorato né l’amicizia con Rupert, per paura di mandare a gambe all’aria tutto quello che ha costruito. È un gioco pericoloso, si rischia di cadere da un momento all’altro, sembra dirci Dolan, che non a caso ci regala tantissime inquadrature vertiginose di New York, la città dove si svolge il dramma di Donovan. Il successo, se si perde il controllo, dà solo un gran senso di vertigine.

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Xavier Dolan sul set del film.

Un finale risolto

No, non vi faremo spoiler neanche stavolta, ma una cosa sul finale va detta. Per la prima volta, dopo un’intera carriera all’insegna dei finali aperti, Dolan dà allo spettatore l’idea che un cerchio nella vita dei personaggi si sia chiuso. La vicenda dolorosa di John F. Donovan lascia molto al giovane Rupert Turner, che una volta diventato un attore di successo, come il suo mito, sa bene quali errori non dovrà ripetere. La mia vita con John F. Donovan chiude il cerchio che era rimasto aperto tre anni fa con È solo la fine del mondo, film in cui era il non detto ad avere la meglio.

La colonna sonora

Per concludere, se si parla di piacevoli riconferme, non si può non dire che, come al solito, Dolan non sbaglia un colpo quando si tratta di scegliere le colonne sonore dei suoi film. Stavolta la canzone che rimarrà nel cuore degli spettatori, lasciandoli incollati alla poltrona del cinema mentre scorreranno i titoli di coda, è Bitter Sweet Symphony, celeberrimo brano dei The Verve. Altrettanto potente è la cover di Stand by Me a opera dei Florence and The Machine, che accompagna una sequenza dolcissima tra il piccolo Rupert e sua madre.

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Francesca Cerutti

Classe 1997, laureata a pieni voti assoluti in Scienze Linguistiche e specializzanda in Traduzione. Innamorata della letteratura e dell’arte. Sempre alla ricerca di storie che meritino di essere raccontate.
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