La televisione italiana è ferma agli anni ’70 e questo piace allo spettatore medio

Fare zapping è un’attività quotidiana, un’abitudine gestuale che poco ha a che fare con la necessità fisica ma molto con quella della quotidianità. Non è raro, soprattutto tra i più maturi, accendere la televisione, girare qualche canale e poi tenerla come piacevole sottofondo ad altre attività. Sentire una frase o due, senza impegno intellettuale, un sinonimo degli altri elementi che fanno atmosfera, che creano quella piacevole aria di disimpegno che spesso accompagna un rilassamento serale o un pranzo domenicale.

E’ a questo canone che si adegua la maggior parte dei format televisivi attuali: una serie di programmi che non hanno a che fare con la concentrazione, ma con la piacevolezza di un occhio buttato alla tv senza la paura di dover restare incollati allo schermo. Così la televisione italiana trova il proprio fulcro in talk show dalla scenografia patinata, dove luci calde sono pronte a illuminare attori di serie B o soubrette avviate, ormai da decenni, su un viale del tramonto tortuoso e mal lastricato. Non è arduo imbattersi in discussioni relative temi religiosi, gossip o attualità politica trasformata nelle frasi brevi di una conversazione da salotto. Voci basse e voci urlate si alternano in un equilibrio quasi studiato così che occhi e orecchie si volgano alla televisione cercando il punto più alto di un climax verbale che è fatto solo di toni e mai di contenuti.

Programmi di approfondimento politico esistono e sono ben fatti, ma rischiano talvolta di vestire la veste caricaturale di un talk show per casalinghe quando chiamano l’intervento di un attore o un personaggio televisivo che non ha competenze per affrontare una conversazione di approfondimento su un tema politico, ma ha le caratteristiche giuste per far accrescere lo share. La definizione di un programma, la sua struttura, la sua scaletta fanno un inchino alla necessità dell’audience e, a volte per l’esigenza di esistere, si deformano in un ibrido che allontana sia i veri interessati al programma sia i disinteressati che si cerca di attrarre. Uno specchietto per le allodole mal riuscito, che assume presto le fattezze di uno spaventapasseri.
Il risultato di questo compromesso forzato è una televisione che sa di banalità e che non riesce a coniugare intrattenimento e informazione, con programmi privi di reale contenuto e che, al massimo, possono costituire un tenue sottofondo alla quotidianità.
Il problema emerge quando, in tv, si cerca qualcosa che va al di là di questo strato formale di voci vuote. La ricerca, infatti, il più delle volte è destinata a fallire.

Questa menomazione del palinsesto coinvolge anche le fiction e i film tv prodotti dagli stessi canali televisivi. Ad eccezione di rari casi, le fiction si rivelano semplici al solo scopo di poter attrarre un numero maggiore di spettatori a discapito della qualità del prodotto: le puntate si trasformano nella ripetizione scontata di una trama facilmente intuibile così che chi si perde una scena, o una puntata, possa facilmente tornare a seguire la storia. Una concezione della televisione ferma al passato e all’idea che il disimpegno sia il modo giusto di interessarsi a un qualcosa.

Nonostante queste caratteristiche facilmente individuabili, però, lo spettatore medio non cede all’insofferenza, anzi resta fermo nell’idea di una televisione che faccia a gara con la stasi della quotidianità e che porti, nel tepore di un salotto o di una cucina, nulla di più che un qualcosa di già visto o sentito. Una ricerca del banale, insomma, che ben si concilia con la continua distrazione dettata dai social e dallo spostare lo sguardo tra due schermi: quello della televisione e quello del cellulare. La verità è che lo spettatore medio è ben consapevole della scarsa qualità dei programmi che il palinsesto televisivo gli propone, ma non se ne cruccia, sapendo che può trovare programmi più gradevoli su televisioni satellitari a pagamento o su Netflix. Ragion per cui la televisione resta il luogo del disimpegno, dei temi vaghi, delle fiction da abbandono dell’intelletto.

Non sempre, tuttavia, questo meccanismo resta tale. Ci sono casi in cui si è tentato di scavalcare la mediocrità con esiti di share anche più che positivi. Ultimo esempio è quello della serie Rai L’Amica Geniale con la regia di Saverio Costanzo: otto puntate che superano il tradizionale impianto della fiction Rai, rendendosi più simile alle produzioni di stampo internazionale, mantenendo comunque un’impronta nostrana che fa l’occhiolino al vecchio cinema d’autore. Si tratta, però, di perle rare, non destinate, purtroppo, ad aprire la strada a un format nuovo ma che si pongono come una miracolosa commistione di più circostanze (successo editoriale della storia, interesse da parte del pubblico estero, partecipazione del canale americano HBO alla produzione) che difficilmente si ripresenteranno. Un allineamento dei pianeti che, molto probabilmente, non avverrà più.

Il risultato di questa televisione fatta di poche mosche bianche è che la qualità viene ritenuta un’eccezione da non meritare, il frutto di un caso che non si può pretendere torni a presentarsi con frequenza. E’ abitudine, nonché cosa più familiare, districarsi tra programmi che guardano al passato come unica fonte di un intrattenimento puro. Pur conoscendo quale sia la televisione del futuro, lo spettatore non la vuole sempre e per tutti, riservandosi la possibilità di passare al satellitare o accendere Netflix per i propri gusti più selettivi. Il vino a portata di mano, ma non sempre, non per tutti. Per gli altri e per sé è sufficiente l’acqua, magari servita da Antonella Clerici mentre si guarda, tra un sorso e l’altro, il remake di Portobello.

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Gianluca Grimaldi

Napoletano di nascita, milanese d'adozione, mi occupo prevalentemente di cinema e letteratura. Laureato in giurisprudenza, amo viaggiare e annotare, ovunque sia, i dettagli che mi restano impressi.