László Krasznahorkai

László Krasznahorkai: la melancolia della disillusione

Nella serata del 4 dicembre 2019, la libreria milanese Gogol & Company ha ospitato un evento letterario imperdibile per i lettori appassionati di letteratura ungherese e non. L’ospite di questa serata, infatti, è stato László Krasznahorkai, scrittore di peso della letteratura mondiale, soprattutto ungherese, noto ai più per la sua collaborazione con il regista ungherese Béla Tarr e per aver vinto nel 2015 il Man Booker International Prize. Fresco di vittoria del National Book Award per la letteratura tradotta di quest’anno, l’autore ungherese ha presentato ai lettori Il ritorno del Barone Wenckheim, pubblicato in Ungheria nel 2016 (titolo orginale: Báró Wenckheim hazatér) e qui in Italia nel 2019 per Bompiani, assieme a Francesco M. Cataluccio, scrittore e curatore delle opere di Witold Gombrowicz per Il Saggiatore, con traduzione simultanea di Dóra Várnai, traduttrice delle opere di Krasznahorkai per Bompiani.

László Krasznahorkai
Manifesto dell’evento

La trama de «Il ritorno del Barone Wenckheim»

Il romanzo presentato affronta la storia del barone Béla Wenckheim, membro di una famiglia nobile ungherese che, dopo esser emigrato in Argentina e successivamente aver perso tutto il suo patrimonio per il gioco d’azzardo e aver accumulato debiti, ritorna in patria, più precisamente in un villaggio isolato nella pianura ungherese, suo paese d’origine. La scena iniziale, che occupa quasi 120 pagine, è il viaggio del Barone da Vienna alla stazione di Keleti a Budapest, un viaggio che procede a rilento. Arrivato al suo paese, viene organizzato un comitato d’accoglienza, persino invitando Marietta, il vecchio amore giovanile del Barone ormai anziana. Questo ritorno, però, si rivela presto essere un fallimento e una delusione. 

Personaggi protagonisti della propria vita

Nella versione ungherese del romanzo, la storia parte velocemente e poi procede a rilento. Questo perché si inseriscono personaggi secondari che fermano la storia principale introducendo la propria storia e la propria vita, dicendo di non essere personaggi secondari, ma protagonisti della propria vita. Si tratta, dunque, di un romanzo a tante velocità che rallentano la velocità finale della storia. Tutti i personaggi non sono ancora entrati nell’esistenza. Cercano di entrare nella realtà. Ognuno di loro, con la propria vita, sorte e destino, spinge a esistere in questa storia. Una volta che attraverso le parole cominciano ad esistere, restano nell’esistenza e nella realtàIl principe Miškin, ad esempio, non è un personaggio: lui c’è, esiste.

Mario Merz: un aneddoto tra realtà e finzione

Per spiegare meglio questa idea, László Krasznahorkai racconta un aneddoto interessante. Uno dei suoi romanzi, Guerra e guerra, finisce con Korim, il protagonista, che giunge a Sciaffusa per suicidarsi nell’igloo dell’artista italiano Mario Merz, ma arrivato a mezzanotte al museo non lo fanno entrare e si spara fuori dal museo vicino al muro. Dopo aver letto il romanzo Guerra e guerra in tedescoMario Merz si reca di persona al museo e litiga con il direttore per sapere come mai Korim non sia potuto entrare nel suo igloo, al punto che il direttore gli dice che si tratta di una storia inventata. Alla fine, per calmarlo, l’artista è stato portato nella città fittizia dove è nato Korim per fargli costruire l’unico igloo all’aria aperta della sua carriera. Questo aneddoto spiega come il confine tra realtà e finzione non sia sempre evidente e univoco, poiché ognuno lo gestisce come vuole.

Il nostro bisogno di illusioni

Come Mario Merz, tutti i personaggi di László Krasznahorkai, anche quelli di Satantango e Melancolia della resistenza, sono persone che credono a un sacco di storie, sono dei creduloni. La credulità è una caratteristica profonda e antica nelle persone. Non abbiamo bisogno di verità, poiché sappiamo che la nostra vita va male, bensì di conforto, illusioni, bugie e speranze. Abbiamo bisogno, perciò, di qualcuno che riempia gli spazi vuoti del nostro animo con qualcosa da contrapporre alla realtà che già conosciamo. Le persone, però, non sono stupide: semplicemente si arrendono difficilmente all’evidenza della vita che hanno. Ciò di cui abbiamo bisogno, quindi, non sono dei semplici profeti, ma profeti falsi. Questo tema della credulità ritorna frequentemente nelle opere dell’autore declinato in maniera comica, grottesca e tragica.

Marietta l’anti-Beatrice

Un personaggio tragico de Il ritorno del Barone Wenckheim è Marietta, vecchio amore giovanile del Barone. Essa rappresenta un ideale che viene spogliato subito, rivelato per quello che veramente è. Rappresenta un’anti-Beatrice, una presenza non eterna. Dal viaggio in Argentina fino al ritorno in Ungheria, il Barone vive con l’idea di una Marietta eternamente giovane e diciassettenne. Tornato in patria, cerca la stessa ragazza, ma in una delle scene più drammatiche del romanzo, in cui i due si incontrano, il Barone si rende conto di non trovarsi più di fronte a una ragazza giovane, bensì a una donna anziana ormai settantenne, scatenando una doppia delusione da parte di entrambi. Tornando, il Barone si è esposto eccessivamente alla sorte: gli tocca più o meno la stessa sorte del Don Chisciotte, ma la sua storia è meno divertente.

László Krasznahorkai
László Krasznahorkai assieme a Francesco M. Cataluccio e Dóra Várnai

L’apocalisse di un mondo fragile

Come in tutti i romanzi di László Krasznahorkai, il finale è sempre un’apocalisse: i sogni e le illusioni finiscono per l’arrivo di fattori esterni che portano un elemento di rottura di queste realtà chiuse, che si rivela essere tragica. Ciò è dovuta all’eccessiva fragilità del nostro mondo. Le bugie e le falsità, infatti, creano una struttura della nostra esistenza talmente fragile che al contatto con un elemento esterno crolla subito a pezzi. Le storie raccontate non le ha inventate l’autore: le ha scritte come se qualcuno gliele avesse dettate per portarle nella realtà. L’apocalisse non è nel finale, ovvero non è qualcosa che prima o poi arriva, non è il futuro: è ciò che già stiamo vivendo, poiché fin dall’inizio ci comportiamo male.

Romanzi a ritmo di tango

Un aspetto importante della prosa di Krasznahorkai è la sua musicalità. La struttura de Il ritorno del Barone Wenckheim, infatti, è determinata musicalmente seguendo la struttura del tango, il cui ritmo dà struttura al libro.

Per spiegare il ritmo del tango l’autore porta l’esempio del film A qualcuno piace caldo di Billy Wilder, in particolare la scena dove Daphne alias Jerry, interpretata da Jack Lemmon, continua a cantare il tango al ritmo de La Cumparsita suonando le maracas sul letto dopo averlo ballato la sera stessa. Così come in Satantango, anche qui vi sono gli stessi 6 passi in avanti e 6 indietro. L’aspetto musicale, pertanto, è importante sia per il testo che per la lingua: se il ritmo, la melodia e il tempo del testo non sono perfetti, ci si trova di fronte a un fiasco

Storie di fiaschi e falsi profeti

Fiaschi, che l’autore afferma sempre di aver collezionato scrivendo libri dopo libri, poiché pensava inizialmente di voler scrivere un solo libro, ma questo primo libro non gli piaceva, e ha continuato a scrivere altri libri, ognuno dei quali non lo soddisfaceva. Ciò fa sì, allora, che i suoi libri siano considerati facce diverse dello stesso discorso per via delle varie similitudini presenti fra loro.

Parlando di fiaschi, l’autore sostiene che anche la storia ungherese ha collezionato dei fiaschi. Essa oscilla da un lato verso una produzione cinica di una mitologia e dall’altra verso una fede il cui oggetto in realtà non è mai esistito. Le persone non vogliono sentirsi raccontare il fallimento, ma una storia gloriosa, e si torna di nuovo ai falsi profeti di cui abbiamo bisogno. Il problema non sono i politici, ma le persone che vogliono credere a questa bugia, che vogliono qualcuno che continui a raccontare questo mito finché la gente davvero non ci crede. Ciò è tragico da entrambi i lati, e a quel punto arriveranno i poeti, che scriveranno cose molto tristi sulla nazione ungherese e tutto continuerà come prima.

La naturalezza della prolissità

Quello delle illusioni è sicuramente un tema che si collega a quello della lingua. Quella di László Krasznahorkai è una lingua caratterizzata da frasi lunghe, con pochi punti, che esercitano un sortilegio sul lettore trasportandolo in una spira linguistica ipnotica che lo trascina in una dimensione senza tempo né spazio. Una lingua che Francesco M. Cataluccio ha definito nel corso della presentazione una lingua capace di rendere la doppiezza della realtà e delle nostre illusioni, dotata di una distensione manzoniana in cui un punto arriva molto tardi.

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Questo perché la frase breve risulta artificiosa, poiché è quella che secondo l’autore abbiamo inventato. Quella di scrivere frasi brevi l’una dietro l’altra è un’abitudine che ci è stata inculcata, ma Krasznahorkai  parte con una frase e non vuole fermarsi. Quando si parla di qualcosa di importante non si interrompe sempre il flusso del pensiero. L’autore non vuole scrivere delle frasi concise, poiché ritiene di non avere il compito di mettere dei punti, che alla fine del libro mette mostrandosi comunque pentito.

La collaborazione con Béla Tarr

Un punto, però, è stato fatto sul rapporto di László Krasznahorkai con il regista Béla Tarr. Non è stato Krasznahorkai a lavorare con lui, ma il contrario, dichiara lo stesso scrittore. Fino alla pubblicazione in Ungheria di Satantango nel 1985, Béla Tarr aveva già una carriera importante con molti film alle spalle, ma il romanzo di Krasznahorkai ha fatto sì che il regista magiaro decidesse da quel momento fino a Il cavallo di Torino, ultimo film realizzato in comune, di girare tutti film tratti dalle opere dello scrittore, tra cui l’omonimo Satantango e Le armonie di Werckmeister, tratto quest’ultimo dal romanzo Melancolia della resistenza.

Ovviamente, oltre a Krasznahorkai, hanno collaborato anche altre persone, tra cui il compositore Mihály Víg, che in Satantango interpreta il protagonista Irimiás. Nel cinema, però, è come stare su una nave con un solo capitano: quando hanno cominciato a lavorare insieme, tutti hanno sottomesso e consegnato ciò che potevano a Béla Tarr.

Sia Krasznahorkai che Tarr erano d’accordo sul fatto di non voler fare un semplice adattamento dai suoi libri. Ciò che tutti hanno cercato di fare è stato capire cosa Béla Tarr pensava e immaginava visivamente e aiutare a realizzare la sua visione. L’autore gli ha consegnato le sue storie, i suoi personaggi, i titoli, la filosofia e le atmosfere. Ovviamente, tutti i collaboratori sapevano che quando il film andava in sala, era Béla Tarr come regista a fare la passerella nei vari festival, tra cui Cannes, poiché dopotutto i film erano i suoi.

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