ḫarǧāt

L’incontro tra mondo arabo e mondo occidentale nelle ḫarǧāt

Il Mozarabico

Nella metà del IX secolo, nella Spagna meridionale, dominata dagli arabi, era stata elaborata una lingua che si può definire semi-romanza, il Mozarabico.

Lingua che nasce dall’unione tra l’arabo e la varietà di latino volgare usata in quell’area. Insomma, un ibridismo linguistico molto interessante e ampiamente diffuso nel territorio, visto che era di fatto la lingua madre della maggior parte della popolazione.

I muwaššaḥat e gli ḫarǧāt

Questa lingua però non ebbe solo un ruolo meramente utilitaristico-commerciale come le altre lingue romanze allora presenti in Europa, ebbe anche un ruolo molto importante in una forma poetica arabo-andalusa denominata muwaššaḥa.

Le prime attestazioni di questo genere poetico si hanno nel IX secolo nella penisola iberica, e ben presto dilagò in tutto il mondo arabo, anche grazie alla sua struttura innovativa, costituita di versi sillabici brevi a carattere polimetrico e poliritmico, che si opponeva ad un tipo metrico precedente, molto diffuso nella letteratura araba, e fatto di serie regolari di versi lunghi di tipo quantitativo.

La cosa interessante di questa poesia è che non è completamente composta in arabo, ma vi sono in ogni componimento clausole finali che contano dai due agli otto versi composti in mozarabico.

Questi versi, che stando agli stessi trattati arabi di poesia, divenivano poi il fulcro dell’intero componimento, erano chiamati ḫarǧāt.

ḫarǧāt
Tribuna di San Baudelio de Berlanga, Caltojar, Soria.
Fonte: Wikipedia.org

Tra le due parti della poesia, quella in arabo e l’ḫarǧā, non c’è solo una contrapposizione di tipo linguistico, ma anche di tipo tematico. Mentre la parte araba era introdotta da una voce maschile e poteva articolarsi su diverse tematiche, come quella panegiristica, quella bacchica e quella amorosa (sia eterosessuale che omosessuale), la parte romanza poteva trattare soltanto l’argomento amoroso ed era introdotta esclusivamente da voci femminili. Quest’ultima caratteristica ha fatto ipotizzare ad alcuni studiosi che ci si trovasse davanti ad una prima forma di poesia femminile, composta proprio da poetesse arabo-andaluse. Ma è un’ipotesi molto difficile da dimostrare, perché difatti è molto più probabile che i versi fossero comunque composti da poeti uomini. Comunque sia, la muwaššaḥa è una poesia versatile, che punta ad una semplicità e naturalezza di espressione nella sua prima parte in arabo, per poi culminare nell’harǧā, ossia una serie di versi mozarabici che erano nel loro stile molto acuti, maliziosi e taglienti.

La scoperta delle ḫarǧāt

La scoperta delle ḫarǧāt come idioma mozarabico è molto recente. Infatti il primo a scoprire l’esistenza di questa forma letteraria ibrida fu Samuel Stern, nel 1948, quando pubblicò venti ḫarǧāt tratti da varie muwaššaḥat. Dopo di lui altri filologi si interessarono a questo genere di poesia, tanto che oggi disponiamo di un corpus che comprende una sessantina di ḫarǧāt.

Il motivo per cui è stato così complesso scoprire l’esistenza delle ḫarǧāt è legato a due motivi. Prima di tutto perché la scrittura araba non contempla l’indicazione precisa delle vocali, rendendo talora difficile l’analisi linguistica. E secondariamente, questa contrapposizione anche tematica che c’è tra la parte in arabo e la parte in mozarabico, che di norma doveva avere un tema completamente incongruo rispetto alla prima parte, ha reso molto difficile la comprensione semantica dei versi.

Il soggetto poetico delle ḫarǧāt è sempre costituito da una fanciulla che vive nel contesto urbano dell’al-Andalus e che è sottoposta alle regole di comportamento islamico. Tali regole le precludono la possibilità di vedere l’amato, il quale è sempre lontano e talvolta fedifrago. La presenza ingombrante che impedisce gli incontri tra gli innamorati è il guardiano, designato col termine arabo al-raqib, come nel seguente frammento:

«Adamey
filyuol alyieno
ed él a mibi;
keredlo
de mi botare
su ar-raqībī».

(Amai
un ragazzo straniero
e lui me;
vuole
allontanarlo da me
il suo guardiano.)

Poi vi è la confidente della fanciulla che solitamente è la madre, la quale ha anche il ruolo di consolatrice verso la giovane, che si trova preda di un forte dolore causato dall’assenza dell’amato e che lo esprime in una serie di esclamazioni e interrogazioni. Il suo tono è triste, cupo, anche se spesso, per voler creare attorno alla complessità del peso del sentimento non appagato una parvenza di naturalezza, di semplicità, arriva a cambiare radicalmente, divenendo malizioso, scostante, fino a sfociare in una dimensione quasi dissacrante.

Le ḫarǧāt come origine della poesia romanza

Ma ciò che è davvero interessante di questo genere di poesia è che mentre in quel periodo in tutta Europa le lingue romanze si trovavano in una situazione letteraria di stallo, perché di fatto non venivano ancora usate per la produzione letteraria, in al-Andalus questa strana lingua semi-romanza assumeva già quei tratti artistici a cui l’Occidente cristiano sarebbe arrivato almeno un secolo dopo.

ḫarǧāt
Fonte: Wikipedia.es

Inoltre, secondo il punto di vista di molti filologi romanisti, le ḫarǧāt avrebbero condizionato, se non addirittura istituito, una grammatica espressiva per tutte le forme letterarie posteriori in area iberica e non solo.

Infatti troveremo la stessa struttura prosodica di una forma specifica di ḫarǧā chiamata zagal in un inno cristiano del sud della Francia, in lingua d’Oc, chiamato In hoc anni circulo che è una traduzione di un precedente testo scritto in lingua latina, per renderne più semplice l’intendimento agli incolti.

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Ma possiamo anche citare il Liebesstrophen, una delle più antiche attestazioni di una lirica volgare romanza diversa dalle ḫarǧāt. Lirica ritrovata in un manoscritto molto antico, risalente all’XI secolo, e scritto in lingua d’Oil nel nord della Francia. Si racconta qui del matrimonio tra l’imperatore tedesco Enrico III con Agnese di Poitiers ed è forte in tutto il testo una certa carica erotica simile a quella delle ḫarǧāt. Inoltre il tema dell’amante-uccello, presente nel testo, che sogna di trasformarsi in un volatile per poter superare il limite che lo separa dall’amata, è un topos della poesia mozarabica.

Un’altra cosa interessante per la poesia successiva è stata scoperta da un filologo del ‘500, Giovanni Maria Barbieri, famoso per aver trascritto e per averci quindi fatto pervenire alcune canzoni della poesia siciliana non toscanizzate.

Questi ipotizza che lo stesso concetto di rima nella poesia occidentale derivi di fatto dalla ḫarǧā. Insomma un tratto poetico che avrebbe caratterizzato la poesia siciliana, lo stilnovo, Francesco Petrarca e tutta la tradizione poetica italiana, sarebbe derivante da un genere di poesia così remoto e lontano. Dunque, si può dire in conclusione che il mondo della cultura è un mondo dove pare non esistano dei confini netti tra le diverse culture, ma è tutto basato su uno scambio, su un dialogo che prescinde da qualsiasi divisione o avversità politica, sociale o religiosa. E ne è un esempio lampante questa forma di poesia che sembra essere così importante per tutte le forme poetiche occidentali posteriori e che, arrivando da un mondo lontano e diverso dal nostro, è riuscita a permeare indissolubilmente il nostro modo di fare poesia.

Vladislav Karaneuski

Redazione

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