Lorenzo Viani, l’espressionista emarginato

La Caserma IV Novembre a Ostia nasconde un tesoro che nessuno sa. Dietro la facciata assolutamente anonima, tra le pareti di un complesso stravolto dal tempo e dall’incuria dei più si celano gli affreschi di un pittore dimenticato, soffocato dall’ipoteca di un’ideologia in cui non credeva e dal moralismo dei benpensanti comuni. Lorenzo Viani era nato a Viareggio e per tutta la vita fu sempre e costantemente anarchico convinto, pur con qualche debolezza che l’umana natura spesso non riesce a perdonare. Aveva fatto la guerra, la Grande Guerra che la maiuscola “merita” solo in virtù dell’orrore e della devastazione che portò con sé. Una guerra logorante, un’illusione di rivalsa per tanti intellettuali che vi avevano partecipato volontari per contribuire vanamente a un’idea di uguaglianza per tutti.

Ma la guerra fu orrore, rivoluzione mancata e svenduta sotto la maschera di un’identità patriottica da ricostruire. I de Chirico, Appollinaire, Gadda vi cadono con tutte le scarpe. Viani vi partecipa convinto, proprio lui che paradossalmente aveva dato vita a un album di disegni polemico e dissacratorio contro la guerra di Libia. Ma l’anarchismo è utopia, è vitalismo e furore, e il peso della delusione porta con sé traumi e lacerazioni che lasciano intravedere il baratro: o ci si rialza, o la caduta delle illusioni genera altri mostri cui aggrapparsi in buona fede.

Fu così che dopo la guerra Lorenzo Viani aderì al fascismo. Apparentemente rivoluzionario, antiborghese e anticlericale, violentemente spazza-tutto e perfetto dunque per stuzzicare la mente dei (dis)illusi intellettuali, lacerati ormai da una ferita profonda, reduci ed emarginati di una società e di un governo espressione di tutte le mediocrazie più becere. Il regime era l’antidoto marcio dalla patina dorata, l’equivoco grandissimo in cui caddero grandi intellettuali che finirono poi per essere invisi agli stessi gerarchi per libertà di espressione e di pensiero.

lorenzo viani

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Lorenzo Viani cadde nell’illusione e in virtù di essa accettò di dipingere gli affreschi dell’odierna caserma, all’epoca Collegio Nautico inaugurato in pompa magna dalla presenza del Duce stesso. Ostia era perfetta del resto per curare il suo asma, il quale lo attanagliava da sempre finendo per assumere anche l’aspetto metaforico dell’insofferenza alla conformità borghese, ai suoi riti vacui e aridi, alle sue metropoli alienanti e paralizzanti. Nel 1936 scriveva alla moglie: «Che vita faccio? La vita del signore…Ostia è bella, ariosa, moderna, incantevole…l’asma è quasi sparita», ma nel novembre dello stesso morì per complicazioni dovute alla stessa. Non fece in tempo ad assistere all’inaugurazione, con il suo ciclo degli Orfani del mare ad abbellire il Collegio cozzando forse un po’ troppo con gli stereotipi trionfanti della classicità di regime.

I personaggi, infatti, altro non sono che l’ennesima messa in scena di quei Vageri da lui celebrati e intimamente indicanti con un neologismo indicante il vagare. I Vageri che sono categoria universale, rappresentazione allargata e perfetta dell’umanità degradata e sofferente, spiazzata dinnanzi al male del mondo e di un’epoca di ansia e disorientamento. Marinai e vedove del mare, vagabondi e folli, clochard parigini incontrati nelle strade, soldati mandati allo sbaraglio senza armi e artiglieria adatta; tutti accomunati da una concezione umanitaria, dove i poveri e folli sono la “gentugliora” sfigurata dalla vita.

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“L’approdo” de il ciclo “Orfani del mare” nell’ex collegio IV Novembre a Ostia
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È questo del resto il nodo caratterizzante della poetica di Lorenzo Viani, che non solo aveva affiancato e rappresentato gli emarginati nel corso della vita, ma si era persino sentito parte di loro, sin da quando il padre, factotum dei Borboni, distribuiva pane e necessità ai poveri che si accalcavano fuori dalla residenza viareggina dei reali. «Chi non è stato vagabondo non può afferrare l’intimità delle cose mie»«È necessario sapere la comunanza di vita che io ho col popolo» e del resto non si può penetrare l’opera del nostro senza tenere profondamente a mente questa comunione di anime. Protagonisti di romanzi e quadri sono gli stessi, campioni di un’umanità disastrata resa espressionisticamente attraverso il filtro della deformità.

Non c’è comunicazione tra i personaggi di Viani, sulla pagina o sulla tela esistono di per se stessi e tesi soltanto a mostrare la loro intima sofferenza. Non c’è armonia, bellezza classica, maschera classicista. Come Munch, Grosz e i coevi espressionisti Lorenzo Viani riapre la bocca agli ossessi, e per quel che può restituisce loro dignità e spazio.

Anche per questo non fu mai pienamente amato dagli esponenti di regime. Mino Maccari nei suoi confronti parlò addirittura di devianza artistica, con un’eco hitleriana inquietantemente reale. Basterebbe questo a far comprendere come per Viani – al pari di Pirandello, Bontempelli e altri – il fascismo abbia rappresentato un equivoco profondo. Un’ipoteca ideologica che ha finito per prevalere su se stesso, una zavorra ingannevole e asfissiante da cui liberare la figura di questo sfortunato ma immenso intellettuale.

Ginevra Amadio
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