«L’ospite (una questione privata)»: la bestialità dell’essere umano nel nuovo spettacolo di Ciro Masella

È uno spettacolo nato da poco, un primo studio che sta prendendo sempre più forma, quello dal titolo L’ospite (una questione privata), tratto dall’opera di Oscar De Summa e per la regia di Ciro Masella, che interpreta anche uno dei due protagonisti insieme al giovane attore ed autore Aleksandros Memetaj.

La trama di questo spettacolo appare in superficie come lineare e non poi troppo lontana dalla realtà e dai fatti di cronaca: la storia è quella di un uomo che, rientrando a casa, sorprende un ladro intento a rubare i suoi effetti personali.

È partendo da questo episodio, però, che l’opera cerca di creare un ritratto più profondo, crudele e doloroso dell’umanità: ciò che lo spettatore vede è la fotografia di una società violenta, di una bestialità umana pronta ad attaccare, a torturare, a non porre limiti al proprio potere su di un altro essere vivente.

Nonostante i numerosi impegni, tra prove e spettacoli, Ciro Masella è riuscito a concederci un po’ del suo tempo per una piacevolissima chiacchierata telefonica, in cui ha raccontato il suo spettacolo e la sua visione dell’opera.

Da una sua recente intervista, lei ha sottolineato come nel testo del progetto che Oscar De Summa le ha sottoposto apparissero ancora le cifre in lire, il che fa dedurre che questo progetto fosse stato creato parecchio tempo fa, eppure trova tutt’ora un motivo per essere messo in scena. In veste di regista, che cosa l’ha spinta, oltre all’evidente tema di attualità, a dare voce e rappresentazione a questo testo?

Il progetto che Oscar De Summa mi aveva proposto riguardava un episodio che colpiva personalmente sia me che lui, ovvero l’arrivo degli albanesi in Puglia: sia io che De Summa siamo pugliesi ed entrambi abbiamo assistito a questo evento che, all’epoca, era del tutto sconosciuto: la gente non sapeva cosa aspettarsi, si sono tutti ritrovati ad accogliere persone da un paese straniero, in fuga da una dittatura terribile, in cerca di una vita migliore.

Io ricordo perfettamente questo sconvolgimento della vita degli abitanti nel mio paese, vivevo in un piccolo centro di 8000 abitanti e sono arrivati tantissimi stranieri. Era un fenomeno che in Italia non aveva ancora preso piede e, di conseguenza, questo ha distrutto certezze e convinzioni nella quotidianità delle persone.

Lo spettacolo vuole, sì, rappresentare l’accoglienza che nacque a quel tempo: paesi interi, parrocchie – associazioni religiose si mobilitarono subito per aiutare questa gente in fuga – ma suggerire anche che non ci fu solo solidarietà: iniziò a crescere infatti anche un senso di enorme paura, nacque la percezione dell’invasione e, di conseguenza, questo portò ad un inevitabile sentimento di diffidenza, di separazione tra “noi” e “loro”.

Nel testo di De Summa c’è un italiano, una persona comune, un italiano medio, che sorprende un albanese a svaligiare la sua casa e, invece di denunciare e fare ciò che era nei suoi diritti e doveri, decide di optare per una giustizia fai-da-te, una giustizia in forma privata.

Per quanto riguarda il motivo che, da regista, mi ha portato a dire a De Summa “assolutamente sì, facciamolo!”, esso è legato al fatto che io venivo già da un altro spettacolo, “Il Generale”, che rifletteva sul senso di potere e di giustizia, un’elaborazione del tema dell’essere umani, che pone questa domanda: “Dov’è il limite del nostro potere sulla vita degli altri?”

Viviamo in una società in cui l’abuso di potere è all’ordine del giorno, e non mi limito al mero discorso politico, ma anche alla sfera familiare, alle relazioni all’interno della società.

Il punto è: quanto siamo in grado di capire qual è il limite del nostro diritto di esercitare quella che noi definiamo giustizia?

Anche il termine giustizia, inoltre, inizia pericolosamente a variare sempre di più nella mente dei singoli individui: viviamo in un momento storico in cui un uomo si sente in diritto di accendere l’automobile e investire il vicino perché la sera prima aveva dato una festa in casa sua troppo rumorosa, o di colpire un conoscente con il crick per una discussione riguardante un parcheggio.

Viviamo in un periodo in cui la follia liberata dai manicomi, quei luoghi che giustamente sono stati chiusi per rispetto alla dignità umana, si è sciolta nella quotidianità.

La gente quotidianamente arrabbiata, perché infelice, decide di aprire la porta e, contemporaneamente, la bestia della sua animalità.

Non ho voluto fare uno spettacolino con la tesi in cui parlo dell’attualità di certi problemi sociali che si protraggono nel tempo, ho voluto invece parlare della bestialità che da sempre muove gli uomini, ne sono un chiaro esempio le tragedie greche, le tragedie di Shakespeare: la bestia è nascosta in ognuno di noi e, dopo aver accumulato e ingoiato, ad un certo punto esplode.

All’inizio, io avevo in mente di cambiare il personaggio del ladro: al posto di un albanese volevo che il personaggio fosse di colore, ma ho fatto un’indagine che mi ha poi condotto a questa conclusione: nell’immaginario collettivo, i neri stuprano, mentre sono i rom e gli albanesi a rubare.

E’ incredibile come la società cerchi di ricondurre un reato ad una determinata etnia, in realtà i ladri e gli assassini provengono da ogni parte del mondo, indistintamente, eppure c’è questo bisogno di associare un’etnia ad un reato per poter liberare il nostro diavolo interiore.

Tutto ciò è ancora più ridicolo se si pensa che siamo arrivati in un periodo in cui, dopo l’avvento di un presidente di colore, e dopo Martin Luther King, vi è questo ricorso alla semplificazione immediata, alla visione, agli occhi come unici mezzi di riconoscimento: basta vedere il colore della persona per ricondurlo ad un reato.

La verità è che ciascun essere umano può trasformarsi in un torturatore non appena la sua quotidianità viene sconvolta, non appena si scoprono le lacune interiori che maniacalmente si cerca di colmare con cose futili: nell’opera, la vittima del furto continua a sottolineare quanto abbia pagato le cose che il ladro stava cercando di rubare (per questo è venuto fuori il discorso delle cifre in lire): si vede come si tenti di sottolineare il valore economico delle cose che fungono semplicemente da tappi per i buchi dell’anima.

Una sorta di nascondiglio: celare ciò che non si ha comprando e accumulando oggetti futili per far apparire la propria persona come giusta e priva di imperfezioni…

Esatto, è un tentativo di costruzione della personalità e della felicità completamente instabile, perché costruito sulla sabbia, sul niente. Con la crisi e il crollo del sistema bancario si è creato il mito del Dio denaro, questa affannosa ricerca di restare a galla attraverso i soldi, ma il Dio denaro non può nutrire l’uomo, che inevitabilmente perde l’equilibrio cercando di aggrapparsi a questa debole idea di felicità.

Questo spettacolo vuole far parte di quei numerosi progetti che fortunatamente in questo periodo stanno prendendo vita (non solo a teatro, ma anche nel mondo del design, delle associazioni culturali, ecc.) sul tema dell’essere umano e di essere umani, progetti che cercano di sottolineare il fatto che siamo in un momento storico in cui, dopo aver distrutto il muro di Berlino, vediamo alzarsi altri muri di confine: siamo alla distruzione del concetto di convivenza.

Questo è uno spettacolo sull’immagine di un uomo messo di fronte alla gestione della vita di un essere umano e alla sua decisione di abusarne, di torturarlo.

Un animale che caccia, che cerca la preda per la sua sopravvivenza, attacca, uccide, ma non tortura.

Torturare è presente solo nell’essere umano, è una perversione che non fa parte di nessun’altra specie vivente, e pensando in questi termini viene da rabbrividire: è una follia.

Il titolo dello spettacolo è “L’ospite (una questione privata)” e dà il senso quasi di una contrapposizione: c’è un’apertura suggerita dalla parola “ospite”, colui che accoglie o che viene accolto, che viene immediatamente contrastata con l’espressione “questione privata”, che dà invece un senso di chiusura. Definirebbe questo spettacolo come un gioco introspettivo? Una sorta di scherzo sotto gli occhi dello spettatore che si trova inevitabilmente a fare i conti con ciò che spesso e volentieri preferisce tenere nascosto?

Oscar De Summa gioca parecchio sulla dicotomia con ironia, gli piace il sarcasmo, cita battute di Tarantino, crea situazioni ironiche.

Questo spettacolo è la dimostrazione palese del giocare: in alcuni momenti sembra addirittura che ci sia veramente la figura dell’ospite, ma in realtà si tratta di una persona legata e torturata.

Per quanto invece riguarda il termine “privato”, abbiamo tantissimi saggi al riguardo, dal Marxismo in poi, e non ci basterebbe una vita intera per discuterne.

Sicuramente il concetto del “mio, mio, tutto mio” qui viene sottolineato e contemporaneamente ironizzato proprio sulla base di quella che è la debolezza dell’anima umana costruita sul niente.

Marika Di Carlo

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Redazione

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