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Microcosmi medievali: in che cosa consiste la vicinìa?

In un’epoca spesso ricordata per la sua presunta inumanità, si costituì una forma di socialità tanto affascinante quanto sottovalutata. Ma, nello specifico, che cos'era la vicinìa?

9 minuti di lettura

Relazionarsi è insito nella natura umana. Abbiamo bisogno di rapportarci con i nostri simili da quando abbiamo scoperto che è tutto molto più semplice se viviamo in gruppo: la storia sociale è la disciplina che si occupa di studiare le particolarità di questi rapporti calati nei vari contesti culturali del passato. Non è facile, perché spesso si tratta di mondi da cui ci siamo allontanati radicalmente, che non appartengono più al nostro vivere: in pratica sono esistiti legami tra le persone in forme e declinazioni che oggi abbiamo dimenticato. Ciò è particolarmente vero per il Medioevo, epoca in cui tendiamo a ridurre i rapporti sociali alla brutalità di un’epoca senza valori né organizzazione. Inutile affermare per l’ennesima volta che non è così; proprio nel complesso mondo bassomedievale si è costituita una forma di socialità tanto affascinante quanto sottovalutata dagli studiosi: la vicinìa.

La definizione di vicinìa è ampia e sfuggente: provando a riassumere le spiegazioni degli esperti (e l’ambiguità delle fonti), si può parlare di una naturale estensione dei rapporti domestici negli spazi della propria quotidianità, di quel microcosmo di legami personali che si coltivavano nelle immediate vicinanze di casa (peraltro quasi sempre corrispondente con il luogo di lavoro), giorno dopo giorno, per le questioni più svariate. In pratica la vicinìa consiste nei rapporti sociali e professionali che si creavano nel proprio quartiere.  
Si tratta di un ambito profondamente radicato nel contesto dei comuni dell’Italia centro-settentrionale, luoghi economicamente dinamici, in cui era importante fidarsi del vicino di casa, o perlomeno mantenerci buoni rapporti: le massime autorità sull’argomento concordano sul fatto che la vicinìa fosse il legame più importante tra gli abitanti delle città medievali, secondo solo al nucleo familiare e delle amicizie più strette (e sembra che ai tempi il confine tra amicizia e parentela fosse molto più aperto di quanto non lo sia per noi). Lo dimostrano ad esempio le liste degli invitati ai matrimoni, in cui vengono elencati prima i consorti (quindi parenti e amici), e subito dopo i vicini: è evidente che si trattasse di persone importanti.

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Il quartiere medievale discendeva direttamente dalla suddivisione fondamentale della città romana in quattro quadranti, separati dalle due strade che la attraversavano da nord a sud (cardo) e da est a ovest (decumano). Nel Medioevo questo schema razionale tornò in auge nel momento in cui i comuni iniziarono ad organizzare sistemi raffinati di raccolta delle tasse. In ogni quartiere si stabiliva una certa quantità di denaro che sarebbe dovuto entrare nelle casse del comune, poi ripartito più o meno equamente tra gli abitanti. Allo stesso modo, oltre ad una determinata quota di versamenti fiscali, ogni quartiere doveva fornire al comune anche un certo numero di uomini armati in caso di guerra, che riuniti sotto uno stemma comune ricordavano di star combattendo non solo per la città, ma anche per il proprio microcosmo quotidiano.

In alcuni luoghi più densamente popolati fu inevitabile aumentare la complessità del sistema, dividendo i quartieri in sezioni ancora più piccole. A Firenze, ad esempio, ogni quartiere fu suddiviso in quattro parti ulteriori (ottenendo un totale di sedici circoscrizioni), i gonfaloni, ognuno con il suo stemma e la sua cultura locale. Un’idea che ci è forse più familiare è quella delle diciassette contrade senesi, in cui possiamo vedere ancora oggi la forza della questione identitaria, anche se in forme alterate dal tempo.

L’idea fondamentale a livello teorico era che con una simile suddivisione fosse più facile distribuire in modo equo il prelievo fiscale, oltre ad amministrare più efficacemente l’intero quadro cittadino. Chi gestiva il singolo gonfalone (un consiglio di probi viri, cioè di uomini ritenuti onesti dai loro concittadini) aveva una conoscenza più veritiera e affidabile del contesto locale e delle sue esigenze rispetto a chi comandava l’intera città. Non solo: anche l’effettiva capacità economica dei nuclei familiari – e quindi la quantità di denaro che avrebbero dovuto fornire alle casse cittadine – poteva essere valutata con più attenzione. Quest’ultima era però un’arma a doppio taglio: se in effetti da una parte si arrivava più frequentemente ad una ripartizione più sensata, dall’altra sono evidentissime le manipolazioni praticate dai micro-gruppi dirigenziali locali per risultare meno abbienti di quanto non fossero davvero, facendo ricadere le loro quote sui concittadini che non appartenevano alla stessa cerchia o addirittura su altre circoscrizioni territoriali.

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È proprio qui che entrava in gioco il concetto fondamentale della vicinìa (che a questo punto potremmo definire come il legame sociale ed istituzionale che sussisteva tra gli abitanti di alcuni isolati). Era qualcosa di molto più stretto di quanto lo concepisca la grande maggioranza di noi oggi. I vicini erano quelle persone che si incrociavano per strada mentre si andava a fare compere, i clienti che frequentavano la bottega, gli amici con cui si andava all’osteria, il padrino o la madrina di battesimo dei propri figli, i testimoni di nozze, persone di cui molto spesso si diventava parenti nel momento in cui ci si sposava con un componente della loro famiglia. Legami fondamentali e naturalissimi. Erano anche reti di ammortizzazione sociale: erano proprio i vicini i primi ad organizzare raccolte di denaro per aiutare le persone cadute in disgrazia a rialzarsi, in attesa di tempi migliori, consapevoli che sarebbe potuto succedere a tutti.

Ma c’è una questione più intricata, quella della politica. Se un rapporto armonioso e coordinato tra i membri di una vicinìa poteva portare a benefici fiscali (proprio per la questione della distribuzione spiegata sopra), il quartiere era la prima, immediata sfera in cui si costruivano strategie per l’ascesa sociale. Proprio grazie alla frequenza di certi rapporti, giorno dopo giorno si costruivano alleanze e ci si scambiava favori, nel tentativo di scalare i gradi della politica cittadina. Nel ginepraio delle cariche comunali era fondamentale poggiare la propria posizione su fondamenta locali solide: essere un buon vicino (ben conosciuto, dalla fama ineccepibile, onesto lavoratore, educato) era uno dei passaggi fondamentali, che implicava la fedeltà spesso incondizionata di almeno una parte della cittadinanza. E sostenere l’ascesa al potere di un vicino rendeva naturalmente più probabile anche per tutti gli altri uomini potenti del suo quartiere altrettanto successo.

Lo sapevano bene i Medici, che furono attenti e abilissimi nel corso di tutto il Quattrocento a costruirsi una fama inattaccabile, quartiere dopo quartiere, con reti di alleanze e matrimoni.

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Insomma, il quartiere è una forma sociale che ha inciso nella storia dell’umanità molto più di quanto pensiamo. Intrighi e storie d’amore nati nelle immediate vicinanze di casa hanno permesso spesso di cambiare il corso degli eventi. Sarà il caso di ricordarselo la prossima volta che incroceremo il vicino antipatico sul pianerottolo?

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Daniele Rizzi

Nato nel '96, bisognoso di sole, montagne e un po' di pace. Specializzato in storia economica e sociale del Medioevo, ho fatto un po' di lavori diversi e temo di avere la vocazione per l'insegnamento. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

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