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Morti sul lavoro o per lavoro? La situazione in Italia

Fin qui, nel 2021 tre persone al giorno sono morte sul lavoro. Un dramma su cui non possiamo più permetterci di perdere altro tempo.

13 minuti di lettura

Oltre tre morti al giorno sul lavoro nel 2021. Tra questi, dodici incidenti plurimi conclusi con 29 decessi solo nei primi otto mesi di quest’anno. Questi sono solamente alcuni dei dati agghiaccianti che emergono dalla realtà di quella che dovrebbe essere una “Repubblica fondata sul lavoro”.

Le morti sul lavoro sono un tema il cui dibattito dovrebbe non solo essere centrale, ma strettamente prioritario sempre, e ancor di più in una fase di sperata ripresa economica come quella post-pandemia. I dati sono preoccupanti, volendo usare un eufemismo, e la volontà politica e sociale di porvi rimedio deve essere messa in primo piano.

Passare all’azione

Il presidente del consiglio Mario Draghi ha infatti annunciato che verranno prese «pene più severe e immediate». Il lavoro più grande dovrebbe però essere svolto a monte, non per punire ma per prevenire. Creare un luogo sicuro dove i cittadini passano la maggior parte della giornata, dove si impegnano per poter poi dare un futuro alla propria famiglia. Un luogo che dovrebbe essere una certezza, e non una precaria speranza. Per questo un’altra iniziativa sarà appunto legata alla “collaborazione interna alla fabbrica e all’azienda per l’individuazione precoce delle debolezze in tema di sicurezza sul lavoro”.

Aumentare i controlli e le ispezioni, rendendoli regolari e non campionari, sarebbe già un passo fondamentale per trovare i punti critici all’interno del sistema. In entrambi i casi le misure avranno un impatto sui titolari e i responsabili delle aziende, mentre non graveranno sui lavoratori.

Morti sul lavoro

Risale infatti al mese scorso l’intesa tra il Presidente del Consiglio Mario Draghi e i sindacati riguardo alla stretta sulle sanzioni per violazioni in tema di sicurezza sul lavoro. Tra le misure adottate per decreto alla fine di settembre, volte a contrastare il fenomeno, compare un potenziamento delle prerogative e dei mezzi dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), con l’assunzione di 2100 nuovi dipendenti nel settore, un abbassamento dal 20% al 10% della quota “tollerata” di lavoratori irregolari prima della sospensione delle attività aziendali, l’imposizione alle aziende di continuare a pagare gli stipendi in caso di blocco dell’attività per violazione delle normative e il progetto per la creazione di una banca dati unica che, secondo il nuovo direttore dell’INL Bruno Giordano, è fondamentale per coordinare le attività di vigilanza.

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Questi gli strumenti messi in campo per ora. Ma ci dobbiamo augurare che sia l’inizio di un piano strutturato per cercare di mutare alla radice i fattori che creano le condizioni per una strage permanente. Perché come dichiarato dal Ministro del Lavoro Andrea Orlando in occasione della 71° Giornata Nazionale per le Vittime del Lavoro «Dovremmo smettere di chiamarle morti bianche perché questo significa togliere responsabilità agli incidenti sul lavoro».

Il primo passo verso una presa di responsabilità è rendersi conto della portata del fenomeno.

Gli effetti del Covid-19

Il Covid-19 ha stroncato circa 130.000 vite da inizio pandemia in Italia, i contagi hanno interessato praticamente tutti gli ambiti della vita sociale e il contesto lavorativo è ovviamente uno di questi. La rilevanza, anche in termini quantitativi, degli effetti che la diffusione del virus ha prodotto nel campo degli infortuni sul lavoro con esito mortale è testimoniata dai dati riportati dall’INAIL nella Scheda Nazionale infortuni sul lavoro da Covid-19, aggiornata al 31 agosto 2021.

Nel report si contano 747 denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale dovute a Coronavirus, di cui 548 nel 2020, che rappresentano un terzo dei decessi sul lavoro in quell’anno.  

Ad oggi, nel 2021, sono in aumento le denunce per infortuni sul lavoro dovute a Covid-19, cioè le segnalazioni di contagi, ma sono in netto calo i casi in cui l’esito di esse è mortale. La distribuzione è di questo tipo: 73.4% di morti sul lavoro da Covid-19 nel 2020, il restante 26.6% nel 2021, 1 decesso su 3 causato da Covid-19 nel 2020, 1 su 5 nel 2021.

La concentrazione delle morti nelle prime fasi di diffusione del virus, quindi nel 2020, è il risultato dell’assenza o carenza di misure di protezione a disposizione dei lavoratori, del sovraffollamento degli ospedali, dell’inesistenza in quel periodo dei vaccini. La drammatica introvabilità di mascherine e altri dispositivi di protezione individuale ha costretto per settimane lavoratori, soprattutto sanitari ma non solo, ad esporsi ad un rischio di morte inimmaginabile in una condizione diversa da quella d’eccezione in cui il paese e il mondo si trovavano tra marzo e maggio 2020.

FONTE: INAIL – Scheda Nazionale infortuni sul lavoro da Covid-19

Il settore sanitario è stato indubitabilmente il più colpito, quello a cui si riferisce il 22.8% dei decessi, seguito da quello dei trasporti e magazzinaggio, delle attività manifatturiere e dell’amministrazione pubblica. Parliamo dei settori appartenenti alla categoria di “servizi essenziali” che non hanno visto sospensione, o hanno visto sospensioni molto limitate, anche durante le fasi più acute della pandemia. La condizione emergenziale vissuta però non dovrebbe scansare tutti i dubbi riguardo la buona gestione delle misure di sicurezza. Scelte discutibili riguardo le spinte per le riaperture e pressioni da parte di attori esterni al governo dovrebbero essere oggetto di riflessione. 

Morti sul lavoro: scontri, pressioni e interessi

Risalgono infatti al periodo tra marzo e aprile 2020 i forti scontri tra Confindustria e sindacati sul tema della definizione di quali fossero i “servizi essenziali”. Gli industriali premevano sul governo Conte nelle fasi di stesura dei Dpcm chiedendo – già tra l’ultima settimana di marzo e la prima di aprile, quindi in uno dei momenti peggiori della pandemia – di ampliare le liste dei servizi essenziali da mantenere in attività. Il suggerimento riportato da Confindustria nella lettera presentata all’allora premier Giuseppe Conte era di garantire alle imprese la possibilità di autocertificare “l’esigenza di prosecuzione” delle attività, cioè la loro presunta essenzialità, tramite “procedura amministrativa molto semplificata”. Consiglio non accolto dal governo.

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I sindacati, in forte opposizione a questi “suggerimenti”, sostenevano con energia la necessità di porre il diritto alla salute dei lavoratori dipendenti come prioritario rispetto agli interessi e alle esigenze del sistema produttivo. Dopo l’emanazione del Dpcm in questione, i sindacati minacciavano lo sciopero generale e denunciavano le pressioni da parte di Confindustria. Hanno infatti evidenziato come esse avessero avuto successo, avendo ottenuto di mantenere più lunga del dovuto la lista di attività essenziali, costringendo quindi molti più dipendenti del dovuto a presentarsi sul posto di lavoro e rischiare il contagio.

Oltre il Coronavirus, la situazione generale dei morti sul lavoro

L’INAIL, l’istituto nazionale assicurazioni infortuni sul lavoro, ha pubblicato i dati relativi alle morti e agli infortuni sul lavoro dei primi otto mesi dell’anno. Da gennaio 2021 ad agosto 2021 le morti registrate sul lavoro sono state 772, oltre tre al giorno. Le denunce di infortunio ammontano invece a 349.449. Per capire l’evoluzione e la portata del fenomeno è opportuno leggere i dati comparandoli con le annate precedenti.

Questa operazione non è però da sottovalutare, specialmente per quanto riguarda gli ultimi tre anni. Nell’analisi degli open data del 2019-2020-2021 bisogna tenere conto del grande taglio portato dalla pandemia e dalle conseguenti misure prese per contrastarla. Il calo verificatosi nel 2020 è stata una conseguenza delle numerose, se non quasi totali, chiusure ricadute su tutti i settori del lavoro. All’inizio dell’anno corrente le riaperture hanno subito un forte slancio, e con esse anche il numero delle cosiddette “morti bianche”, ma il ritmo e la “capienza dei posti” non hanno ancora ripreso a pieno ritmo come nel 2019. Confrontando l’intervallo dei primi cinque mesi tra 2019 e 2021, si nota una tendenza in calo, soprattutto al netto dei contagi. Nonostante le riaperture, dunque, quest’anno non sembra aver raggiunto l’apice del 2019.

Fonte: INAIL – Open Data mensili giugno-luglio 2021

Altri dati

Questo vale sia per gli infortuni sul lavoro che quelli in itinere (molti casi di incidenti avvengono infatti sul tragitto verso il luogo di lavoro). Senza tenere conto dei casi Covid-19, la diminuzione nel 2021 si amplifica e risulta complessivamente del -28,5% rispetto al 2019, inoltre considerando i soli casi sul posto si passa ad un -27%. Il dato riguarda tutti i settori, compresi sanità e alloggio-ristorazione, dove il trend si differenzia molto se invece si conteggiano gli effetti del contagio della pandemia.

Il calo vale sia per la componente del lavoro femminile che quella maschile, seppur quest’ultima sembra essere la più marcata. In quanto agli incidenti mortali, sempre nell’intervallo tra gennaio e maggio, il numero sul 2021 è di 434 morti, 43 in più rispetto al 2019. Se leviamo però i casi di contagi, si registra un numero in calo del 2%.

Concentrandosi invece solo sulle morti in occasione di lavoro, notiamo un aumento dell’11,5%. Le cause maggiori sono quelle degli schiacciamenti di persona da materiali pesanti e di cadute, riconducibili al settore Industria e servizi.

Oggi in vigore c’è il decreto legislativo n°81 del 2008, il Testo unico per la sicurezza sul lavoro che viene aggiornato in seguito alle necessità che si presentano sul campo.

La sicurezza sul lavoro è oggi un tema che viene messo in risalto di giorno in giorno in seguito alle vite perse che passano davanti. Al di là dei numeri si trovano storie e persone che entrano, tramite i notiziari, nella realtà di tutti. L’importanza di prendere delle misure per contrastare questi avvenimenti si è manifestata anche al governo.

PIL e comfort accessibili per la popolazione da un lato, vita e salute dei lavoratori dall’altro erano e sono i pesi sul piatto della bilancia. Con i dati alla mano rimane il dovere di chiederci se abbiamo effettivamente fatto e se stiamo facendo di tutto per puntare sul peso giusto.

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Francesca Campanini

Classe 1999. Bresciana di nascita e padovana d'adozione. Tra la passione per la filosofia da un lato e quella per la politica internazionale dall'altro, ci infilo in mezzo, quando si può, l'aspirazione a viaggiare e a non stare ferma mai.

Ilaria Raggi

20 anni, studentessa di scienze politiche sociali ed internazionali. Nata con il mare sotto i piedi, ora mi accontento dei colli bolognesi. Se mi siedo o mi riposo c'è qualcosa che non va. John Steinbeck, il cinema e la scrittura sono il mio Sacro Graal, per il resto condisco la mia vita un po' di curcuma alla volta. Vivo di sarcasmo e politica internazionale, fortunatamente il periodo in cui sono nata mi permette di non dover mai scegliere l'uno o l'altro.

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