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© Elena Savino

Nel “Processo” di Kafka
il grottesco che c’è in noi

8 minuti di lettura

Dici Franz Kafka e dici “icona”. Scorri le sue pagine e ritrovi una solennità visionaria per nulla statica, che anzi vibra attraverso crepe e fratture enigmatiche pronte a esplodere. Una scrittura scarna, meticolosa e allegorica che si è incisa nella coscienza del Novecento e secondo una via quasi naturale ha varcato i confini della pagina scritta per ispirare partiture musicali e registi di cinema e teatro.

Fino a domenica 1° maggio 2016 al Teatro Verdi di Milano Annig Raimondi presenta la sua lettura del Processo, complessa metafora dell’uomo contemporaneo, che si scopre monade solitaria del dolore, senza risposte e stritolato da una macchina burocratica spietata.

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Lo spettatore è incuriosito. Forse ha in mente The Trial (1963) del grande Orson Welles, giocato sulla vertigine labirintica degli spazi, riempiti da un’infinita umanità anonima, al servizio della Legge invisibile. Nel film è l’inquadratura e l’estetismo dell’immagine a restituire lo spiazzamento che disorienta. E a teatro?

L’esperimento della Raimondi si muove su una linea che solo di recente i critici hanno cominciato ad ammettere: Kafka è comico. Già l’amico Max Brod ricordava che Franz era allegro e ironico, e si racconta che quando lesse agli amici il primo capitolo del Processo, tutti avevano le lacrime agli occhi per le risate. Kafka ci insegna a ridere delle nostre insensate tragedie con un’ironia che forse deriva anche dalla tradizione umoristica ebraica.

Messo da parte (anche se non escluso) l’involucro allegorico, è possibile riscoprire un Kafka diverso a teatro? Certamente il gioco teatrale potenzia il senso di claustrofobia del protagonista e attraverso l’uso di luci e ombre può ricreare pozze di inquietudine. Questo Processo secondo Raimondi sfrutta però anche altri elementi, semplici ma spiazzanti.

Al centro della scena una porta di legno come bocca dell’inferno-incubo, che vomita fuori i vari personaggi del Tribunale, luogo non-luogo e spazio dilagante. Con calibrate mosse da trasformisti, gli attori si avvicendano in una staffetta di figurine, una strana umanità caratterizzata da menomazioni fisiche e malattie, e soprattutto occhi sgranati, maschere di viscida cordialità o di gelida indifferenza che cela segreti. Assediano senza tregua il protagonista K., che all’inizio cerca di difendersi e di capire usando l’arma della razionalità, ma viene gradualmente preso in trappola dalla retorica cavillosa di questo mondo.

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I personaggi si producono in fiumi di parole, sillogismi in apparenza inattaccabili che però ad ogni angolazione mostrano le coordinate dell’illogico. Su questo sfondo di assurdità sempre più surreali, si innesta l’ironia, la giocosità dell’iperbole, il divertimento della beffa, la corrosione della logica, in una discesa verso esiti grotteschi che continuano però a suonarci familiari e contigui alla nostra realtà. I personaggi ridono, e spesso contagiano la platea.

Bravi tutti gli attori, fra cui si distinguono Maria Eugenia D’Aquino e Riccardo Magherini: il suo avvocato oscilla dall’arroganza di un Azzeccagarbugli fino al tuono dell’onnipotenza, pronto a indossare la maschera bonaria per untuosi consigli e raccomandazioni, calibrando nei punti-chiave del discorso studiate pause di tosse bronchitica e scrosci di risate.

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Notevole la scena della prima udienza, ingresso nell’alterità dell’assurdo che domina anche le nostre vite: i quattro giudici portano cuscini sulla testa, quasi fossero cariatidi che reggono l’edificio della Legge, e mentre K. si produce in una tirata sull’innocenza, commentano con fragorose risate, smorfie, gesti, sonorità gutturali, in un frenetico scambio di posti sulle sedie.

Interessante l’episodio a casa del pittore Titorelli: nel romanzo K. si reca da lui per avere informazioni sul proprio processo e viene infastidito da una torma di ragazzine curiose che – si dice misteriosamente – appartengono anch’esse all’organizzazione del Tribunale. La regista decide di dare voce proprio a tre ragazze, che gli parlano della possibilità di «assoluzione vera, apparente e rinvio». Il mistero si infittisce: come hanno ottenuto queste informazioni? Chi sono? Parlano sul serio o giocano? Si presentano con enormi cappelli fiorati, un’esplosione di colore che però mette inquietudine: sono reali, oppure streghe, o proiezioni mentali di K.?

Un’altra signora con il cappello (Annig Raimondi) entra ed esce dalla porta: attraversa la sala in silenzio, con movenze di danza e passa accanto a K. senza mai toccarlo, incarnazione sfuggente della Giustizia. Davanti alla porta, è lei (e non il sacerdote, come nel romanzo) a raccontare la parabola sulla Porta della Legge: un uomo attende invano per tutta la vita di varcare la Porta, ma l’accesso gli viene negato dal guardiano, spietato servitore della Legge ed esecutore non tanto del Vero (e della Giustizia) ma della Necessità (che può anche prendere le forme della menzogna). Qui, come in altri momenti dello spettacolo, il surreale ricorda certi aspetti dell’Alice di Lewis Carroll: strani cappelli, distorsioni della realtà contigue all’onirico, sillogismi che celano il caos dell’illogico.

Nel finale incompiuto del romanzo due guitti muti, in redingote e bombetta, prelevano K. per l’esecuzione. Sul palco la coppia, con gestualità comiche alla Stanlio e Ollio, si produce in un goffo numero da prestigiatori: scambi giocosi di cappelli e giacche, ma compare anche il coltello affilato. Dopo il colpo fatale contro K., che muore solo «come un cane», i due carnefici insieme alla vittima si mettono in posa, come per consegnarsi all’immortalità di un fermo-immagine inquadrato dalla luce, gli uni con il ghigno spietato del trionfo e l’altro con la totale costernazione dello sconfitto. Ci guardano e si ha la sensazione, parafrasando Fabrizio De André, che per quanto noi ci sentiamo assolti, siamo per sempre coinvolti.

Il Processo
di Franz Kafka
adattamento e regia di Annig Raimondi
Teatro Verdi, Milano

19 aprile-1 maggio 2016

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Gilda Tentorio

Grecia e teatro riempiono la mia vita e i miei studi.
Sono spazi fisici e dell'anima dove amo sempre tornare.

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