Nel marzo 2026, al termine di un cantiere durato circa quattro anni, il Parco archeologico del Colosseo ha restituito al pubblico una porzione significativa dell’area meridionale dell’Anfiteatro Flavio. Si tratta di uno degli interventi più rilevanti degli ultimi anni sul monumento simbolo di Roma, non tanto per la sua scala quanto per la natura profondamente interpretativa dell’operazione.
Il progetto nasce dall’esigenza di restituire leggibilità a un settore storicamente compromesso: il fronte meridionale del Colosseo, segnato nei secoli da crolli, spoliazioni e trasformazioni che ne hanno alterato profondamente la percezione. Già a partire dal Medioevo, quest’area aveva perso la propria continuità strutturale e funzionale, trasformandosi progressivamente in uno spazio residuale, difficilmente comprensibile nella sua configurazione originaria.
In questo contesto, la nuova pavimentazione in travertino si propone come un gesto di ricomposizione visiva e spaziale. Non si limita a rendere accessibile un’area prima marginale, ma interviene attivamente nella costruzione di un’immagine del Colosseo più coerente, più leggibile e più prossima — almeno in apparenza — alla sua forma antica.
Il progetto della pavimentazione del Colosseo
Il cuore dell’intervento riguarda il restauro e la riqualificazione dei cosiddetti ambulacri meridionali, i corridoi che correvano lungo il lato sud dell’anfiteatro e che nel tempo avevano perso la loro leggibilità a causa di crolli e alterazioni successive.
Il progetto, sviluppato dallo studio Stefano Boeri Interiors, è stato preceduto da una lunga fase di indagini archeologiche avviate nel 2022, finalizzate a garantire la compatibilità dei materiali e delle tecniche con le strutture antiche. L’intervento si concretizza principalmente nella posa di una nuova pavimentazione in travertino, collocata alla quota originaria di età flavia. Questa scelta consente di restituire il perimetro perduto degli ambulacri e di distinguere chiaramente il profilo del monumento rispetto alla piazza moderna circostante.
Dal punto di vista tecnico, il progetto adotta soluzioni dichiaratamente contemporanee ma orientate alla compatibilità e alla reversibilità: i massetti e gli adesivi utilizzati sono a base di calce naturale, privi di cemento e progettati per non interferire chimicamente con i materiali antichi.
Un elemento centrale per comprendere la natura dell’intervento è rappresentato dalle posizioni espresse dallo stesso Stefano Boeri, che ha più volte chiarito come il progetto non ambisca a una ricostruzione filologica, ma piuttosto a una restituzione di leggibilità dello spazio. Nelle sue parole, l’obiettivo è quello di “riportare alla luce la geometria originaria” senza ricorrere a soluzioni mimetiche, configurando la nuova pavimentazione come una sorta di infrastruttura interpretativa più che come un elemento ricostruttivo.
Questa dichiarazione di intenti sposta significativamente il baricentro dell’intervento: non più solo restauro, ma progetto contemporaneo. La definizione stessa dello spazio come una “piazza” introduce una categoria estranea al lessico archeologico tradizionale, aprendo il monumento a una dimensione d’uso attuale e collettiva. Allo stesso tempo, l’insistenza sulla reversibilità tecnica — garantita dall’impiego di materiali compatibili e non invasivi — viene proposta come fondamento etico dell’operazione.
Tuttavia, è proprio in questa dimensione di spazio pubblico contemporaneo che emergono le ambiguità del progetto. La pavimentazione, pur dichiarandosi come intervento moderno, utilizza un materiale fortemente identitario come il travertino, attivando una forma di continuità visiva che rischia di attenuare la distinzione tra antico e nuovo. Il nuovo suolo del Colosseo si configura così come un dispositivo critico: non solo infrastruttura funzionale, ma strumento narrativo. Nel tentativo di restituire unità a un organismo frammentario, esso seleziona, ordina e in parte semplifica la complessità storica del sito.
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