“Pecore in erba” di A. Caviglia:
l’ironia potente arma
contro gli stereotipi

Anche la nostra rubrica L’invenzione senza futuro dà il proprio contributo al Giorno della Memoria dedicando l’uscita settimanale ad un regista esordiente che ha realizzato la sua opera prima sul tema dell’antisemitismo in Italia ai giorni nostri.

Alberto Caviglia

Alberto Caviglia – www.cinemaeuropa.org

Alberto Caviglia, trentaduenne romano alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa, con il suo singolare Pecore in erba si affaccia senza timore nel mondo del cinema con un film che di per sé è una sfida, «un gioco che rompe le regole» come spiega lui stesso. Ha scelto di certo un tema delicato, sul quale è facile scivolare, e lo ha trattato in modo anticonvenzionale, riuscendo attraverso la satira a far ridere, o perlomeno sorridere, su di un tema sul quale c’è poco da scherzare. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia, Caviglia si forma presso la New York Film Academy e la London Film Academy, per poi diplomarsi nel 2011 presso la Scuola Romana di Fotografia. Dal 2006 lavora come assistente del regista Ferzan Özpetek. Uscito nel 2015, il suo Pecore in erba viene presentato alla 72^ Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, vincendo il Premio collaterale Civitas Vitae – Rendere la longevità risorsa di coesione sociale, promosso dalla Fondazione OIC Onlus, e il premio Arca Cinema Giovani come miglior film italiano.

Davide Giordano nel ruolo di Leonardo Zuliani

Davide Giordano nel ruolo di Leonardo Zuliani

Il film, costruito come un mockumentary, una sorta di documentario tanto realistico da insinuare nello  spettatore il dubbio sulla possibile veridicità di ciò che sta vedendo, ci mostra la paradossale beatificazione mediatica del protagonista, tale Leonardo Zuliani (Davide Giordano), che, dopo numerosi test ed esperimenti condotti dai più squinternati psicoanalisti internazionali viene definito un «antisemita genetico», che fa del suo immotivato e innato odio verso gli ebrei una bandiera, una propria qualità.

Leonardo Zuliani, "antisemita genetico", da bambino

Leonardo Zuliani, “antisemita genetico”, da bambino

Questo lungo servizio televisivo dallo stile semplice, efficace ed incalzante racconta la vita di Leonardo Zuliani e della sua misteriosa scomparsa, che muove i cuori e gli animi di tutti i suoi affezionati sostenitori che con indignazione rivendicano «l’imprescindibile diritto alla libertà di odiare» (in questo caso, gli ebrei), equiparabile alla libertà di amare, contro il famigerato fenomeno dell’«antisemifobia», neologismo coniato ad hoc. Attraverso “foto storiche” e commosse testimonianze dei famigliari, del migliore amico d’infanzia e della (immancabile) maestra delle scuole elementari, vediamo emergere gradualmente il ritratto di un ragazzo privo di identità, vuoto, incapace di esprimere le proprie idee, che passa dalle fila dei giovani militanti del partito cittadino Fasci e bulloni ai fautori della Lega Nerd, dai rappresentanti greci di Tramonto di Bronzo ai manifestanti propalestinesi.

Leonardo Zuliani insieme agli "amici" del partito cittadino "Fasci e Bulloni"

Leonardo Zuliani insieme agli “amici” del partito cittadino “Fasci e Bulloni”

Nel falso documentario numerosi volti noti del mondo della cultura, del giornalismo, dello spettacolo compaiono in una serie di camei dove interpretano se stessi, avvalorando il realismo della messinscena e creando con lo spettatore una sorta di complicità, di gioco alla scoperta di quanti ci abbiano messo la faccia. Da Fabio Fazio a Carlo Freccero, da Enrico Mentana ad Aldo Cazzullo, da Elio a Vittorio Sgarbi, solo per citarne alcuni, sono tanti i personaggi pubblici, anche ideologicamente distanti tra loro, che hanno aderito a questo progetto di Caviglia condividendone comunque il messaggio.

Alberto Caviglia sul set di "Pecore in erba" www.haviuethayom.com

Alberto Caviglia sul set di “Pecore in erba”
www.haviuethayom.com

Tra un sorriso amaro e una risata, Caviglia sembra possedere quel tipico umorismo ebraico, il cosiddetto Jüdischer Witz, che riduce tutto a un’ironica e pungente “storiella”, dove chi è ebreo si ritrova a raccontare e a stigmatizzare la propria condizione di alterità portando al paradosso tutti quei fittizi stereotipi che da sempre sembrano precederlo nel suo rapporto con gli altri. Sull’onda di un umorismo vicino allo stile geniale di Philip Roth e Woody Allen, lo spettatore viene coinvolto in una “dimostrazione per assurdo” che sfocia nell’irreale con i tratti del comico, che sguazza nel paradosso fino a rappresentare nel finale un mondo capovolto, dove le contraddizioni sembrano moltiplicarsi ogni istante che passa. Non c’è freno a una carica invettiva che non risparmia nessuno, che fa nomi e che non ha paura di puntare il dito contro l’universo mediatico e i tanti intellettuali che lo costellano.

Nulla è quello che sembra, l’antisemitismo è una minaccia imprevedibile e latente che attanaglia e paralizza la nostra società, soprattutto oggi. È un male strisciante ed effimero, figlio della disinformazione e di una subdola paura del diverso. Pecore in erba non ha l’ambizione di cambiare il mondo, di stravolgere le coscienze dei singoli individui, vuole solo farci riflettere sulla nostra realtà.

La folla scesa in piazza per la scomparsa di Leonardo Zuliani

La folla scesa in piazza per la scomparsa di Leonardo Zuliani

Il protagonista, Leonardo Zuliani ci ricorda l’omonimo personaggio di Zelig di Woody Allen, che vive un’incomprensibile e tormentata crisi d’identità in cui la componente ebraica crea in entrambi i casi un effetto di spaesamento nel personaggio, che trova poi come unica soluzione un conformismo sconcertante. Sono personaggi ormai inetti, incapaci di agire e di affermarsi, sono vittime travolte dal corso degli eventi. Leonardo è infatti un uomo nato dalle notizie, privo di parola, sono gli altri che parlano per lui. È centro attrattivo di un complesso “sistema solare” che non distingue più il labile confine tra vita pubblica e privata. Il suo antisemitismo congenito lo rende una vittima da “adottare”, un incompreso, un beniamino di Trastevere che diventa icona di una società irrazionale, sorda, rumorosa, sempre pronta a scendere in piazza, figlia delle ideologie, delle false coscienze, delle posizioni e degli schieramenti, dalle curve dello stadio ai cortei di protesta. In un tale susseguirsi di folle urlanti pronti a qualsiasi cosa pur di dire la loro, pur di prendere assolutamente una posizione, non è quindi difficile fraintendere la realtà. E così, senza che nessuno se ne accorga, ecco che la scritta apparentemente innocua «troppe pecore in erba» sugli spalti di uno stadio si trasforma attraverso un anagramma nel ben più inquietante «ebreo trippone crepa».

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Valentina Cognini
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