È il momento di (ri)leggere «Persepolis»

Era il 2002 quando Marjane Satrapi pubblicava il primo di una serie di fumetti che sarebbero diventati una delle graphic novel più amate del decennio 2000-2010. Persepolis (acquista) nasce con dei semplici tratti di matita e una storia da raccontare. Un racconto autobiografico, quello di Marjane, che si intreccia con la storia del suo Paese d’origine, l’Iran, consolidandosi presto come caso editoriale in tutto il mondo.

Poi, nel 2007, la trasformazione in film d’animazione che vince il Premio della giuria del Festival di Cannes di quell’anno. Da allora sono passati tredici anni, eppure Persepolis resta una delle graphic novel più lette e amate dal pubblico. I motivi per leggerla (o rileggerla) sono tanti, noi proviamo a riassumerli tenendo conto dei punti di forza di una storia che sembrava esser stata già raccontata tante volte, eppure si è rivelata unica grazie alla luce di una verità autobiografica.

Perché «Persepolis» è una storia di formazione

Del fatto che i romanzi di formazione potessero ispirarci in ogni fase della vita ci aveva già convinto J. D. Salinger, con il suo Il Giovane Holden, ma Persepolis lo fa in una forma nuova, quella del fumetto. Nella storia assistiamo all’infanzia e all’adolescenza di Marjane, al maturare del suo gusto musicale, del suo pensiero politico e della sua sessualità. Viviamo i suoi primi amori, il suo cinismo, le sue paturnie. Entriamo nella sua psicologia e vediamo la storia del suo Paese scorrerle intorno, influenzarla.

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Si tratta di un percorso lungo, fatto di distanze e riavvicinamenti. La relazione tra Marjane e il suo Paese non sembra essere diversa da quella tra due persone: le contraddizioni emotive, le nostalgie, la rabbia si alternano nel corso della vita della protagonista fino alla sua età adulta.

Perché ci racconta un Paese di cui sappiamo poco

Il lettore europeo è spesso a corto di nozioni geografiche ben definite quando si parla del continente asiatico e dei Paesi islamici. Così tra Iraq e Iran, spesso, crede cambi solo una lettera, che ovunque si parli arabo, che i persiani siano soltanto quelli che, nell’antica Grecia, furono sconfitti dallo spartano Leonida.

Persepolis, senza essere didascalico, ci racconta queste differenze, spesso abissali, e punta i riflettori su alcune delle vicende politiche che hanno segnato non solo la storia dell’Iran, ma quella del mondo intero: la Rivoluzione Islamica del ‘79, la guerra tra Iraq e Iran, l’invasione del Kuwait. In un modo o nell’altro, tornerà alla mente quello che, ancora oggi, ascoltiamo al Tg quotidianamente e se ne capirà finalmente l’origine.

Per l’immedesimazione con la protagonista

Il racconto di Marjane è universale. Sin dalle prime pagine l’imprinting con il suo personaggio è guidato da un istinto di immedesimazione: vive in un Paese diverso dal nostro, in un contesto totalmente differente, eppure non è difficile leggere in lei gli stessi dubbi che, da bambini e adolescenti, abbiamo vissuto anche noi.

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Certo, con lo svolgersi della trama la sua storia si complica e si arricchisce di eventi che probabilmente nessuno di noi ha mai vissuto, ma quella scintilla che all’inizio abbiamo colto in lei ci ha ormai reso coscienti che le similitudini sono maggiori delle differenze.

Perché ci fa godere meglio il film

Il film d’animazione Persepolis è stato distribuito nelle sale nel 2007: si tratta di una trasposizione molto fedele alla storia narrata nella graphic novel, con un’animazione sospesa tra quella in bianco e nero (nei ricordi) e quella a colori (solo quando si tratta del presente). Nella versione italiana a doppiare la protagonista è stata l’attrice Paola Cortellesi. La voce di suo padre, Ebi Satrapi, è stata invece affidata a Sergio Castellitto.

Per l’equilibrio tra scrittura e immagine di «Persepolis»

Spesso, nelle graphic novel, l’estetica prevale sul contenuto. In questo caso, invece, le illustrazioni sono semplici e godibili, perfettamente al servizio di una narrazione mai noiosa, ricca di sfumature e spunti. In Persepolis l’autrice non tenta mai di stupire il lettore con un’illustrazione, anche quando la crudezza della storia potrebbe essere fonte di immagini dal forte impatto, e il suo tratto semplice è uno stile che non stanca né rallenta in alcun modo la trama.

Sin dalle prime pagine ci si rende conto che il linguaggio, nonostante le imposizioni di forma dettate dal genere, ha una forza non diversa da quella che assumerebbe in un romanzo. I pensieri e i dialoghi, dettati senza filtri, non portano traccia di alcuna alterazione eccessiva. Sono reali, diretti. In poche vignette si è nella vita di Marjane: da lì si esce solo più di trecento pagine dopo. Dentro resta la stessa nostalgia della protagonista e l’appagamento di un cinismo intelligente. L’antica città di Persepolis diventa qualcosa di diverso: non è più in Iran, nella millenaria Persia, ma uno stato d’animo, accompagnato dall’odore del mar Caspio, che riesce ad arrivare ovunque al mondo le si rivolga un pensiero.


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Gianluca Grimaldi
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