senza nome, Lamberto Pignotti, 1966/1968. Foto: arteecultura.it

Poesia concreta e poesia visiva come arte concettuale

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Bisogna partire da un’immagine ben precisa per intendere, anche soltanto un po’, la poesia visiva e la poesia concreta: questa è data dal ritratto del poeta di fronte alla condanna del foglio bianco. Per addentrarsi un pochino di più, però, si potrebbe prendere in considerazione un’altra immagine: la lettera, la parola, il verso, il foglio, e infine il poeta. Comunque la si voglia vedere, la poesia travalica i propri limiti, si fa visiva, concreta, e diventa arte concettuale.

Poesia concreta e poesia visiva: cenni storici

La poesia concreta nasce negli anni Cinquanta del Novecento ed è parola che si fa immagine, suono, oggetto inserito in uno spazio quale è la pagina bianca (non più semplice sfondo, ma spazio fisico). La poesia visiva nasce negli anni Sessanta del Novecento, in piena Neoavanguardia, si conferma negli anni Settanta, e sfrutta il materiale generato dai mass media. Sono molti gli autori, più o meno conosciuti, che hanno contribuito con le proprie opere. Tra questi vanno certo ricordati Eugen Gomringer (Silencio), per quanto riguarda la poesia concreta; e Lamberto Pignotti, per la poesia visiva, che ha dato vita a una serie di opere unendo francobolli e vignette fumettistiche (tra le tante, spicca quella del francobollo dedicato al David di Gian Lorenzo Bernini).

Silencio, Eugen Gomringer, 1953/1954. Foto: www.artsy.net

La poesia visiva diventa opera d’arte. Col(l)àr(sg) di Fabio Barricalla

Per molti potrebbe apparire blasfema, d’altronde la poesia insegnata a scuola (forse) è fatta ancora di versi recitati a memoria, di perifrasi e di parafrasi. Ma non è tutta lì: la poesia non si esaurisce tutta nei versi (e questo, bene o male, è sempre stato così). A suggerire la chiave di lettura è Marco Innocenti, professore e poeta ligure, nell’introduzione a Col(l)àr(sg), di Fabio Barricalla: «La poesia visiva è plurisensoriale, costituita associando le parole ad immagini sottratte a un certo ambito». Un po’ come fece Marcel Duchamp con un orinatoio, ecco che la poesia prende le singole parole, o altre immagini, o altri scritti, e dà a loro una nuova vita: così l’orinatoio diventa Fontana, e così l’opera di Marcel Duchamp diventa, per esempio, poesia visiva.

abbeverata, in Col(l)àr(sg), Fabio Barricalla, 2026. Foto dell’autore.

Il significato al di là della parola data

Di fatto, la poesia visiva e la poesia concreta sono quanto di più attuale si possa chiedere alla poesia stessa. Si potrebbe parlare dell’incontro (forse quasi) perfetto tra la società delle immagini e la necessità del «inserisci una breve didascalia». Proprio a questo punto la poesia si fa arte concettuale, nel suo invito a guardare oltre il segno sul foglio bianco. A chiunque è rimasta impressa nella mente l’opera di Lucio Fontana: sfondo bianco e un unico squarcio al centro della tela. Dov’è l’arte? (è questo che si chiede qualunque padre o qualunque marito messo davanti a qualsiasi opera d’arte contemporanea. Lo ricorda bene il titolo di un libro di Mauro Covacich, L’arte contemporanea spiegata a tuo marito); dov’è l’arte davanti a questa banalità? La risposta è una soltanto: oltre ciò che si sta guardando.

L’arte, così come la letteratura e, più in generale, qualsiasi forma che si possa definire artistica, nasconde il senso al di là del segno e dell’immagine. Prendendo come esempio el sol, Fabio Barricalla prende quello che appare essere un semplice punto rosso (in genere i puntini sulle «i» si mettono, in questo caso è stato dirottato) e lo pone sul foglio bianco, a ricordare visivamente la bandiera del Giappone. Ma c’è un lavoro, dietro a questo cut up, un taglio dove immaginazione e visione emergono quasi allo stesso tempo.

el sol, in Col(l)àr(sg), Fabio Barricalla, 2026. Foto dell’autore.

Si può considerare poesia visiva tutto ciò che visualizza la scrittura: vedere attraverso quello che è scritto, sentire attraverso quello che non è scritto (per riprendere come esempio l’opera di Eugen Gomringer, Silencio). Il risultato finale, per non distanziarsi troppo dall’ambito letterario, non è poi molto distante da un Frankenstein. La poesia concreta, d’altro canto, si pone l’obiettivo di un’architettura del linguaggio: è immagine, sì, e la risposta (forse) definitiva al proverbio: «un’immagine vale più di mille parole».

Il détournement: quando l’oggetto acquisisce un nuovo significato

Si aggiunge, in questo spazio artistico e letterario, una piccola nota a margine per quanto riguarda la nascita dell’Internazionale Situazionista che si afferma come movimento pluridisciplinare tra fine anni Cinquanta e inizi anni Settanta del Novecento. Piccola nota a margine poiché col Situazionismo si afferma un altro modo di procedere: il détournement. Con il détorunement si estrapola l’oggetto dal contesto d’origine e se ne modifica il significato.

Da «questo potevo farlo anche io» allo scopo dell’opera

Questa è una poesia? Questa è un’opera d’arte? È sicuro che ci sia una persona dietro? Con lo sviluppo di nuovi mezzi ormai alla portata di chiunque, la questione è sempre più rilevante. Di recente, per esempio, l’autore canadese Thélyson Orélien è stato squalificato dal premio Goncourt per aver scritto, probabilmente con l’AI, il suo romanzo. Strumenti come l’AI, se usati con consapevolezza, si rivelano ottimi strumenti per la creazione e la costruzione di un’opera. Un conto però è un suggerimento ricercato dall’autore per sviluppare ciò che è in potenza, qualcosa che già c’è all’interno dell’opera; un altro è lasciare che la stessa venga creata. L’idea deve esserci, ma da sola non basta. Come non basta l’idea e qualcos’altro che la sviluppi al posto dell’autore. Ecco allora che la poesia, così come l’opera d’arte, nell’adattarsi ai tempi e alla costante minaccia dell’emarginazione, scoprono il proprio fine: essere veicolo di pensiero.

Seleziona testo, Luca de Vincentiis, 2026.

Non è un caso l’opera presa in considerazione: Fabio Barricalla, in Col(l)àr(sg), non ha soltanto raccolto i suoi pezzi migliori e dimostrato come la poesia sia in grado di rispondere e adattarsi ai tempi che corrono; bensì ha dato vita al luogo dove poesia e arte s’incontrano: cita Duchamp, cita Fontana, e attraverso loro dà vita alla poesia visiva, a una realtà che per forza di cose s’immerge nelle profondità delle contraddizioni della società attuale per riemergere e darle un senso. Un senso che, proprio come l’arte concettuale, fa esclamare: «questo potevo farlo anche io» (già, ma non l’hai fatto).

Luca de Vincentiis

Mi chiamo Luca de Vincentiis, vivo e lavoro a Sanremo, sono libraio da ormai 7 anni. Nel tempo libero mi piace soprattutto leggere, leggere e leggere; poi mi piace scrivere, buttare giù idee, ma prima leggere. Sono anche appassionato di cinema, di serie televisive ma, prima di tutto questo, leggere. Cerco, in ogni aspetto della quotidianità, lo spunto e la parola. Ho pubblicato quattro libri di poesia, gli ultimi due sono "Fiori da ponente" e "Ciò che tu già non sai, ciò che tu non mi comandi di dirti", editi da Ensemble. Ma sapete qual è la cosa che più mi piace? Be’, non lo indovinerete mai.

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