Il populismo spiegato da Sanremo

Il Festival di Sanremo, si sa, è molto più di una competizione musicale. L’Ariston ogni anno si conferma un grande palcoscenico del nazionalpopolare dove non va in scena solo la canzone italiana ma, tra i vari siparietti intra ed extra teatrali, l’Italia intera. E certo l’edizione 2019 dovrebbe essere ricordata per le modalità con cui è stata politicamente e populisticamente sfruttata.

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Per affrontare un discorso del genere, le premesse sono importanti: di cosa parliamo quando trattiamo di populismo nel 2019 e in questa porzione occidentale di mondo? Il populismo è un movimento che nasce con una spinta demagoga di esaltazione del “popolo”, un gruppo sociale che si oppone alle élite. Politicamente pone le sue radici nel terreno fertile delle spaccature sociali nate dalla globalizzazione: il cosiddetto popolo riconosce l’esistenza di un’élite politica sovranazionale e liberale che detiene il potere. Tale percezione è facilmente riassumibile con le parole del sociologo Zygmun Bauman, «Politics is national while power is global» (la politica è nazionale mentre il potere è globale).

Questa percezione, certo, trova terreno florido in tempi di crisi economica. Una politica efficace a livello di consensi, infatti, è la sintesi perfetta di tre fattori primari: contesto, domanda e offerta. E così un buon leader populista, grazie al suo carisma, si presenta come un eroe (o come un profeta, se vogliamo rifarci a Max Weber) in un contesto di crisi, riuscendo a rispondere a una domanda strettamente legata ai bisogni più concreti di un popolo. 

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Queste dinamiche politiche e sociologiche hanno avuto ampio margine di azione durante l’appena conclusa edizione del Festival della canzone italiana. Sia Matteo Salvini che Luigi Di Maio, infatti, hanno saputo sfruttare Sanremo per la loro propaganda politica, appagando il loro pubblico con un teatrino sicuramente ben architettato. 

Al vicepremier leghista, in realtà, è bastato poco. È stato sufficiente muovere un dubbio su quella che era stata definita la “canzone italiana più bella” per far scatenare i suoi fedeli proseliti con commenti razzisti: questi egiziani ci rubano anche Sanremo!

 Ma l’opera, certo, più ingegnosa è quella del vicepremier cinque stelle che sempre dal suo profilo Facebook invoca la democrazia diretta di Sanremo: «Non ha vinto quello che voleva la maggioranza dei votanti da casa, ma quello che voleva la minoranza della giuria, composta in gran parte da giornalisti e radical chic».

Come a dire: se il popolo non ha il pane, facciamogli credere che conti qualcosa, quantomeno a Sanremo. Non ci si sarebbe certo aspettato nulla di diverso dal leader di un movimento che invoca la volontà popolare per ogni questione (anche le più complesse e delicate). Rinforzando l’idea che l’élite sia lontana dal “Paese Reale” a cui lui si rivolge e su cui – a quanto pare – l’élite esercita il suo potere, l’obiettivo è quello di accentuare una spaccatura che esiste già e che fa piacere ad una certa politica.

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Salvini e ancor più Di Maio per l’ennesima volta hanno colto l’occasione per rinfrancare un movimento di opinione che ha a che fare da una parte con il razzismo e dall’altra con la democrazia diretta ottenendo consensi e sostegno dai più. 

 

Camilla Volpe

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Camilla Volpe
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