Quando gli hashtag non bastano: solo un’opposizione vera può salvare la sinistra

Sono tempi molto duri per il Partito Democratico, o forse più in generale per la sinistra in Italia. Lo si era già capito dal risultato disastroso alle elezioni politiche dello scorso 4 marzo, ne abbiamo avuto una conferma (come se ce ne fosse bisogno) con i ballottaggi delle amministrative, tenutisi ieri in diverse città italiane. Il centrosinistra ha perso anche Siena, Pisa, Massa, sue roccaforti storiche. Come ha fatto notare Enrico Mentana, è ormai cambiata la geografia politica d’Italia, al punto che non si può più parlare di «regioni rosse». L’unica consolazione per la sinistra, per quanto riguarda i capoluoghi di provincia, è la riconferma ad Ancona della sindaca Valeria Mancinelli.

PD da partito del popolo a partito delle élite

Ne ha preso atto anche il segretario reggente del PD, Maurizio Martina, che sul suo profilo Facebook parla di dover riscrivere il progetto del partito dalle fondamenta. C’è poco da girarci intorno: sempre meno italiani sentono di poter dare fiducia al PD per risolvere i propri problemi, così guardano altrove, volgono lo sguardo a chiunque altro sembri offrire soluzioni migliori. La prima cosa da fare, per il PD, sarebbe cercare di capire che cosa non ha funzionato in quanto fatto negli ultimi anni, perché qualcosa non ha funzionato per forza se quello che nasceva come partito di sinistra è oggi percepito dai più come partito delle élite e se la classe operaia sembra dare più fiducia ai partiti anti-establishment o, peggio, di estrema destra.

Diritti civili vs diritti sociali

Come ha scritto meno di un mese fa la filosofa Michela Marzano su La Repubblica, forse una delle cause del crescente insuccesso del PD è l’opposizione percepita fra diritti civili e diritti sociali. Gli ultimi governi si sono indubbiamente spesi molto per i diritti civili, riuscendo per esempio a far approvare la legge sulle unioni civili (pur privata della stepchild adoption) e quella sul biotestamento. Mentre venivano portate avanti queste battaglie, molti dicevano che non erano questi i veri problemi degli italiani. C’era chi lo diceva solo per fare ostruzionismo, ma c’era anche chi stava vivendo altre tragedie personali e aveva la sensazione che il governo non fosse interessato ad aiutarlo. Forse ignorando queste voci si è davvero creata l’idea – sbagliata – che i diritti civili sono opposti ai diritti sociali, e che quindi o si è pro comunità Lgbt o si è pro operai che perdono il posto di lavoro. Un aut-aut che probabilmente non era nelle intenzioni del PD, ma che è stato percepito da molti italiani in difficoltà economica, che si sono sentiti sistematicamente inascoltati.

Pochi mea culpa

Un’altra possibile causa di questa débâcle del PD è stata la sua scarsissima tendenza a mettersi in discussione nel corso degli ultimi anni, a partire dai tempi ormai sempre più lontani del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Già all’epoca il popolo si era espresso palesemente a sfavore delle politiche portate avanti dall’allora governo, ma si erano ottenute solo le dimissioni di Matteo Renzi da premier, con conseguente nascita del governo Gentiloni (e con il suo consiglio dei ministri quasi identico a quello del governo precedente, causa del malcontento di moltissimi, che si sono sentiti un po’ presi in giro). Nessuno ha provato davvero a capire perché gli italiani avevano detto in massa no al referendum costituzionale, che era un po’ come dire no a Renzi e al suo operato. È sacrosanto credere in quanto si è fatto e si sta facendo, e non volerlo spazzare via. Tuttavia, è anche indice di intelligenza ammettere che qualcosa non ha funzionato, tentare di capire perché e magari cercare un compromesso che riporti gli elettori dalla propria parte. Il PD ha invece dato l’idea di andare avanti a tamburo battente per la propria strada, rinunciando al dialogo con i propri elettori scontenti (e perdendoli forse definitivamente).

Oggi la principale accusa che viene mossa dagli elettori che ancora si professano di sinistra è la mancanza di una vera opposizione. Dovrebbe far riflettere il fatto che una pagina Facebook satirica come Kotiomkin se ne sia recentemente venuta fuori con una frase di questo tipo, in cui il bersaglio non sono solo le uscite opinabilissime dell’attuale ministro dell’Interno Matteo Salvini:

PD

Ripartire dall’opposizione

L’opposizione, per ora, non c’è. Gli esponenti di partiti come il PD o Liberi e Uguali al momento si limitano a rispondere a quanto dice Salvini scrivendo post su Facebook e Twitter, ma un hashtag non basta per fare opposizione. I loro elettori – sia quelli che li hanno votati e ci sperano ancora, sia quelli che li votavano un tempo, poi sono passati al Movimento 5 Stelle, sono pentiti e ora non sanno più a chi dare fiducia – si aspettano un’opposizione vera, concreta, che vada oltre le frecciatine sui social. Magari si aspettano anche che i partiti di opposizione si coalizzino contro il «nemico» comune, anziché bisticciare tra loro. Se solo i partiti di sinistra (che è giusto siano diversi, c’è chi è più moderato e chi meno) iniziassero a focalizzarsi più su ciò che li accomuna che su ciò che inevitabilmente li differenzia, se addirittura smettessero di litigare su chi è «più di sinistra» e facessero fronte comune…

Errori in passato se ne sono fatti, e questo non si può cancellare. Si può e deve prendere atto di questo, e ripartire, ma ripartire nei fatti e non solo negli hashtag. Chiunque si professi di sinistra non si sente rappresentato dal governo attuale. Che siano almeno i partiti dell’opposizione a farlo sentire rappresentato! Forse questa potrebbe essere una buona strada da seguire per far rinascere, prima ancora della sinistra italiana, la fiducia degli elettori.

 

Foto in copertina: Maurizio Martina (www.mauriziomartina.it)

 

Francesca Cerutti
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