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Quando una sfilata diventa arte: dialogo tra moda e performance

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Negli ultimi anni si è intensificata la pratica di commissionare a coreografi, artisti e performer la realizzazione scenica delle sfilate, unendo così due mondi fino ad allora inspiegabilmente divisi: moda e performance. Le sfilate non si presentano più, dunque, come semplici esposizioni di prodotti, da considerare opere d’arte essi stessi, ma esprimono un potenziale performativo capace di condurre ad una riflessione più profonda, producendo un’eccedenza, uno spazio ulteriore e culturale, in cui avviene qualcosa, un atto di resistenza, una presa di posizione.

Michele Rizzo per Marni, collezione uomo autunno/inverno 2020

In uno spazio organizzato non nella modalità classica della sfilata, anche se riconoscibile come tale, i performer sfilano sullo stesso piano degli spettatori, i quali sono in piedi. Questo espediente permette di costruire un’assialità teatrale tipica della festa, in una modalità ordinaria di visione del mondo. Lo spazio diventa una sorta di contenitore nel quale le figure si muovono, un perimetro segnato dagli spettatori, uno spazio chiuso e non lineare, senza – quasi – vie d’uscita. Uno spazio in movimento, che ritorna e ricade su se stesso.

Con una temporalità rallentata all’inizio, poi accelerata, dettata dalla musica tecno, Michele Rizzo, per la collezione uomo autunno/inverno 2020 di Marni, mostra una ricerca di movimento legata alla cultura del clubbing, quindi ai rituali dello sballo e dell’abbandono di sé. La temporalità è dunque non condivisa dai vari performer, ma alternata e vissuta diversamente e personalmente da ciascuno. La nozione coreografica applicata sfrutta la coesistenza di più tempi, in un elogio alla pluralità. Questo elogio lo si ritrova anche nella qualità assemblativa e decostruttiva degli abiti stessi, in quanto molto forte è la connessione tra il prodotto e la sua messa in opera.

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Le sonorità, con gradazioni musicali mai concluse o compiute, senza climax, esprimono tuttavia una campitura affettiva molto forte, in una costante progressione orizzontale. In egual modo i movimenti dei performer, collegati alla campitura sonora mediante la messa in scena di resistenza e non abbandono al ritmo. I corpi rimangono assieme sul piano spaziale, ma si trovano in tutt’altra dimensione temporale.

L’opera di Michele Rizzo è un grande esempio di ricchezza performativa e innovativa per il genere sfilata. Il corpo, in questo caso, non si fa oggetto di un soggetto che lo trascende – l’abito – ma soggetto esso stesso, strumento attivo d’incontro, in una sovrapposizione infinita di immaginari.


Sharon Eyal per Dior, collezione donna primavera/estate 2019

In una costruzione più cronologica della musica, e dunque meno drammaturgica rispetto all’esempio precedente, lo spazio, che sovrasta il pubblico e i corpi dei modelli e dei performer, è molto più ampio. Lo spettatore è rialzato e seduto, dunque con una visione privilegiata e più tradizionale, distante, in uno spazio non negoziato, come invece era quello di Marni. Modelli e performer, in questo caso, si differenziano nei ruoli. La cura luministica è straordinaria e valorizza sia i corpi che gli abiti, restituendo in termini visivi la ricchezza della collezione e il budget sicuramente molto elevato.

L’operazione messa in pratica da Sharon Eyal per Dior si relaziona al lavoro di Rizzo per l’attenzione e la creazione di un piano ulteriore, oltre la performance, dedicato all’abito. La portata significativa della performance è presente e visibile, bisogna solamente essere in grado di coglierla. Eyal opera però uno spostamento di piano rispetto a Rizzo, concentrandosi non più sul corpo ma sull’abito. È l’abito qui ad essere agito e danzato, non il corpo.

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La differente gestione della temporalità tra i due coreografi sottolinea la differenza tra danza americana ed europea. La danza americana si caratterizza, infatti, per una continuità di movimento volta all’intrattenimento. Quella europea accoglie invece l’interruzione, in modo anche teatrale, come facente parte della temporalità e del movimento, ma anche della spazialità.

Scopo della performance è quello della costruzione e della messa in scena di ulteriori mondi possibili. L’intervento sul tempo è un atto di resistenza, in un’esposizione a diverse temporalità, che racconta di un mondo in cui vi può essere spazio per chi vive in modo differente. L’atto performativo è sempre un atto politico, una presa di posizione, anche se inconsciamente o per opposizione. Lo scegliere di non essere politico può essere visto come un atto di conservazione rispetto ad una proposta di esposizione.


Constanza Macras, Dorky Park per NikeWomen 2005

Coreografa fortemente politicizzata, Constanza Macras nel 2005 ha presentato per Nike, in occasione della Milano Fashion Week, SURE, shall we talk about it?, forte performance sull’immagine femminile nella società. Il titolo è chiaramente una provocazione: davvero dobbiamo parlare della necessità che la donna debba essere bella, attraente, inarrivabile? Obiettivo della performance è avere corpi non uniformi, vari, di donne forti e presentate in tutti gli ambiti quotidiani possibili. L’immagine della donna non è prestazionale, come invece la società, in modo più o meno diretto, richiede. L’uniformità dei corpi nella sfilata di Dior qui sparisce, come la continuità tra corpo, gesto e abito che si ritrova in Marni.

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La sovrapposizione moda-performance avviene mediante l’azione, il gesto che si rivela essere vero fulcro, motore dell’incontro di due ambiti così diversi, quasi opposti. Ci si presenta una disarmonia studiata, prestabilita, che porta al compimento l’incontro tra moda e performance. È una disarmonia che si esprime in una forma drammaturgica molto complessa, tipica dell’opera di Macras. Culmine dell’azione è il momento in cui le performer stracciano gli abiti. L’azione si pone dunque come ponte.

Rebecca Sivieri

 


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