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Referendum giustizia: tutto quello che c’è da sapere

Domenica 12 giugno gli italiani sono chiamati al voto per il referendum sulla giustizia. Cosa prevedono i cinque quesiti? Ecco tutto quello che c'è da sapere.

7 minuti di lettura

Quella del 12 giugno sarà una domenica di elezioni. Dalle 7 alle 23 gli italiani saranno chiamati alle urne per votare i cinque quesiti del referendum sulla giustizia. Quali sono? Che cosa potrebbe cambiare?

Com’è nato il referendum sulla giustizia

Tutto nasce quando Maurizio Turco, segretario del partito radicale, raccoglie le firme per 8 quesiti referendari, di cui uno sull’eutanasia, uno sulla legalizzazione della cannabis e gli altri 6, insieme alla Lega, sulla giustizia, tema allora molto caldo visto lo scandalo Palamara

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Nonostante il raggiungimento delle 500mila firme necessarie, il comitato «Giustizia giusta» ha presentato i quesiti sulla giustizia non come iniziativa popolare, depositando quindi le firme, ma come votati da 9 consigli regionali (in soldoni: la raccolta delle firme non è servita). Questo ha impedito di ottenere i 2,5 milioni di risarcimento per la raccolta firme, e fa sì che solo i delegati regionali (della Lega) possano ricevere sussidi statali come comitato referendario. Così, insomma, si è tagliato fuori il partito radicale dopo averlo usato.

Il 16 febbraio la Corte costituzionale dichiara, non senza suscitare polemiche, l’inammissibilità di 3 quesiti (cannabis, eutanasia e responsabilità civile diretta dei magistrati). Dunque, i quesiti abrogativi del referendum della giustizia, su cui si voterà domenica 12 giugno, sono solo cinque

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Referendum sulla giustizia: cosa prevedono i quesiti

Quesito 1 – Abolizione della Legge Severino

I condannati in via definitiva per gravi reati penali non possono, secondo la legge Severino, candidarsi alle elezioni e, se sono in carica, decadono. Per gli enti locali, invece, la sospensione dalla carica è automatica anche solo dopo la sentenza di primo grado.

Il primo quesito propone di abolire tale norma e di fare in modo che sia un giudice a decidere volta per volta l’effettiva incandidabilità del condannato. Si rischia di lasciare nelle liste mafiosi e criminali? In parte sì, ma, secondo i sostenitori del referendum, si eviterebbero anche molte inique sospensioni ad amministratori locali per i quali le condanne, specie se provvisorie, sono all’ordine del giorno.

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Quesito 2 – Custodia cautelare

Per l’ordinamento italiano, la custodia cautelare (limitare in modo più o meno forte la libertà di una persona non ancora condannata ma sotto processo) si può applicare solo se c’è il pericolo di fuga, inquinamento delle prove o di reiterazione del reato. 

Il referendum della giustizia vuole togliere la reiterazione del reato tra le possibili motivazioni, mantenendola solo per i reati gravi. Si punta quindi a limitare quindi l’utilizzo della custodia cautelare, di cui secondo molti si abusa. 

Quesito 3 – La separazione delle carriere dei magistrati

Si tratta di uno dei quesiti più lunghi della storia dei referendum, ma la questione, un sempreverde del dibattito politico, è tutto sommato semplice. I giudici, in Italia, possono passare fino a quattro volte dalla funzione inquirente (ovvero il ruolo di pubblico ministero, che fa le indagini e accusa) alla funzione giudicante (ovvero il giudice vero e proprio, che emette le sentenze).

Il quesito previsto dal referendum sulla giustizia propone d’imporre ai giudici di scegliere sin dall’inizio della carriera se diventare pm o giudici, e di svolgere dunque un ruolo solo nella carriera. Questo perché, secondo i promotori, la «mentalità inquirente» porta spesso i giudici ad emettere condanne più severe o a parteggiare per i pubblici ministeri, favorendo uno spirito corporativo che alla fin fine danneggia sempre gli imputati.

Quesito 4 – La riforma del CSM

Il quarto quesito del referendum sulla giustizia prevede una riforma delle candidature per il Consiglio Superiore di Magistratura, l’organo di autogoverno della magistratura italiana, composto da 24 membri, che ha la funzione di tutelare l’indipendenza del potere giudiziario. Attualmente i membri sono eletti per un terzo dal parlamento e due terzi dagli stessi magistrati. Per candidarsi, bisogna presentare le firme di almeno 25 magistrati.

Il problema, come lo scandalo Palamara ha evidenziato, è che all’interno della magistratura sono presenti diverse correnti politiche (come Magistratura democratica). Questo fa sì che le nomine in CSM siano spesso politiche ed espressione delle lotte intestine alle correnti. Per arginare questi meccanismi, la riforma vuole abolire il limite delle 25 firme per la candidatura. Il fatto è che anche abolendo questo limite, è difficile che venga eletto un magistrato che non abbia alle spalle il sostegno delle correnti.

Quesito 5 – Valutazione dei magistrati

Ogni quattro anni, in Italia, i magistrati subiscono una valutazione effettuata dal CSM e dai consigli giudiziari. I consigli giudiziari sono composti da magistrati, ma anche da avvocati e professori universitari, che non hanno però diritto di voto. Il referendum sulla giustizia vorrebbe garantire anche a questi membri «non togati» il diritto di voto in queste valutazioni. I sostenitori del sì dicono che «i magistrati non possono valutare i magistrati», adducendo il fatto che quasi nel 100% dei casi la valutazione espressa è positiva.

Referendum sulla giustizia: i dubbi

Il referendum della giustizia, come molti altri, ha però un problema: affinché le decisioni vengano ratificate, bisogna raggiungere il quorum. E la lotta all’astensionismo si annuncia ardua. Dopo la bocciatura dei quesiti che più avevano interessato l’opinione pubblica, vale a dire quelli su eutanasia e cannabis, è infatti sceso di molto l’interesse relativo al referendum sulla giustizia e il quorum sembra ormai un miraggio. Non aiuta il fatto che l’approvazione o il respingimento della riforma non cambierebbero secondo molti lo stato delle cose nell’ambito giustizia. Dunque, il referendum del 12 giugno è destinato a rivelarsi l’ennesimo bagno di sangue per le casse dello stato? O può diventare una grande prova di democrazia? La risposta spetterà ad ognuno di noi.

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Andrea Potossi

Classe 2004, per Frammenti mi occupo di storia, storie e attualità. Leggo, studio, suono, scrivo, faccio cose, vedo gente. Vivo a Treviso.

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