Salvatore Fiume: di forme semplici, sesso e ironia

Le forme semplici, ciò che vediamo. La quantità di corpi, pur sempre accomunati da un certo ordine di senso. Lo sfiorarsi, spesso ironico e provocatorio. L’incastrarsi delle luci calde con le geometrie dei corpi. Trovarsi immersi in un’opera di Salvatore Fiume è un atto semplice eppure così complesso, ironico erotismo: l’ossimoro è la figura retorica che può essere preso in prestito per descrivere gran parte delle sue opere. 

Salvatore Fiume

Salvatore Fiume, siciliano di origine (Comiso, 1915 – Canzo, 1997), è stato un artista a tutto tondo e un avido viaggiatore. Pittore, scultore, architetto, scrittore – ha pubblicato romanzi, racconti, tragedie, commedie e poesie – e scenografo – ha collaborato col Teatro alla Scala di Milano, con il Covent Garden di Londra e col Teatro Massimo di Palermo. Tutto è estremamente connesso nell’atto artistico di Salvatore Fiume.

Il gesto, il corpo femminile, quello maschile, quello animale, l’architettura, il mito, lo spazio metafisico, la leggenda, il viaggio e il sogno. Nelle opere di Salvatore Fiume tutto si condensa in modo armonioso: la semplicità della luce della classicità mediterranea, l’esotismo di ogni angolo di mondo, la rappresentazione del sesso e l’ideale di forma e dell’ironia.

Leggi anche:
La fotografia di Anne Barlinckhoff, tra umanità e natura

Nelle sue acqueforti, nelle serigrafie, perfino nelle architetture si ritrova la ricerca formale di Fiume: un essere artista indispensabile alla sua stessa sopravvivenza. Esemplari le parole di Bufalino nella Prefazione dell’antico libro ritrovato: Il signore delle isole di Enzo Leopardi (1991). Egli parla di un pittore che dipinge, come un’altra persona mangia o respira:

«Senza che questo, peraltro, limiti la sua arte ad un istinto, a un dono spontaneo. Fiume ha, dietro di sé, un’ingente cultura visiva che gli consente sempre di coniugare calcolo e invenzione, in un inestricabile e felice connubio.»

Al centro della sua ricerca formale e pittorica sicuramente la figura femminile. Il corpo di donna viene studiato, osservato e contemplato, quasi come in un’ossessione, anche piuttosto piacevole. La tecnica soccombe ai corpi di Fiume: Ad ogni viaggio intorno al mondo, ad ogni nuova avventura corrisponde lo studio di un corpo, di una luce diversa, di una pelle, o di un mito legato al corpo femminile.

La luce stessa assume una carnalità e una semplicità che riesce a dialogare con i soggetti e con il loro ambiente.

Le scelte di stile sono impeccabili e sono instancabilmente alla ricerca di una risposta. Gli abiti che i soggetti indossano, o non indossano, ci parlano di un epoca, di un determinato territorio, di ambiente, e non per ultimo di un sogno, bizzarro, strano, eccessivo ma sempre ben studiato, raccontato con le parole giuste, e con radici ben ancorate nella ricerca.

La sua figurazione delle Odalische è onirica. Un’eterna rappresentazione del sogno. Poi il sesso, le gambe aperte, il pelo come indicatore di amore puro (l’origine) e continuo (la ricerca del sesso nell’altro). Tutto ciò che non si dice affatto viene messo in evidenza, aperto di fronte allo spettatore.

Leggi anche:
«La grande Odalisca» di Ingres: sensualità ed esotismo

Se seguiamo le sue opere nel divenire degli anni (1930-1997), Salvatore Fiume abbraccia tutte le influenze dei suoi incontri. Arrivato a Milano nel 1936 incontra Dino Buzzati e Salvatore Quasimodo, stringe amicizie che finiscono inevitabilmente nelle sue opere pittoriche, nelle sue prose o poesie. Pochi anni dopo il suo trasferimento a Ivrea per lavorare nella Olivetti. Diventa un componitore prolifico quanto muove le mani sui dipinti: si trasferisce a Canzo per dedicarsi unicamente al suo primo amore, o forse l’ultimo, la pittura. 

Si sposa più volte con gli stili che incontra, interroga i mezzi di espressione come se fosse alla continua ricerca di una risposta che trova compimento solo nello studio. Ci sono innumerevoli Salvatore Fiume che possiamo così riconoscere: il giovane Fiume che vince il bando per illustratori di libri e studia a Urbino, l’amico di Buzzati o Quasimodo, il Fiume esotico arrivato oltreoceano, ormai grande di età anagrafica, per scoprire fino in fondo cosa aveva ispirato Gauguin. Fiume è tutto questo insieme, è un’eccellenza, è ispirazione ancora oggi.

C’è un’estrema considerazione per le parole, un rispetto verso i corpi ritratti, dipinti e scolpiti. C’è un senso di erotismo ancestrale che coniuga natura e cultura. C’è un essere uomo e artista consapevole. Lo esalta nel modo giusto Pierre Restany, lo fa con un grande omaggio di parole che ci permettono di apprezzare ancora oggi com’era vivere da Salvatore Fiume.

«Il lettore potrà forse meravigliarsi di pensare che Salvatore Fiume e Pierre Restany hanno passato tutto un pomeriggio del 1992 a parlare del sesso della donna. Del sesso della donna e non del sesso degli angeli, davanti alle tele meravigliose del maestro! L’esperienza rimarrà incisa per sempre nella mia memoria. Tengo di Fiume un’impressione esaltante, quella di una civilissima lezione di verità nell’emozione e di bellezza nel gesto. Amare la donna non è la cosa più bella del mondo? Bisogna essere capaci però di tradurre la qualità unica di questo amore nella coerenza logica del linguaggio. E si tratta allora non solo di talento ma anche di morale. Se si prende la morale nel suo senso primario, cioè la filosofia dell’azione umana e non nella sua dialettica riduttiva del bene e del male, Salvatore Fiume si presenta come un vero e grande poeta dell’amore, nel cuore della più alta linea pittorica dell’Eros. Non esito a dirlo e sono ben felice di assumerne la testimonianza. Gli artisti che sanno abbinare la maestria tecnica con la ricchezza affettiva di una cultura planetaria sono rarissimi. Appartengono al bene comune dell’umanità, fanno parte del suo eterno patrimonio».

Pierre Restany
da La natura integrale di Salvatore Fiume
Arte Immagine Santerasmo International, Milano, 1992

Segui Frammenti Rivista anche su Facebook e Instagram, e iscriviti alla nostra Newsletter

 

* * *

Sì, lo sappiamo. Te lo chiedono già tutti. Però è vero: anche se tu lo leggi gratis, fare un giornale online ha dei costi. Frammenti è una rivista edita da una piccola associazione culturale no profit, Il fascino degli intellettuali. Non abbiamo grandi editori alle spalle, anzi: siamo noi i nostri editori. Per questo te lo chiediamo: se ti piace quello che facciamo, puoi sostenerci con una donazione. Libera, a tua scelta. Anche solo 1 euro per noi è molto importante, per poter continuare a essere indipendenti, con la sola forza dei nostri lettori alle spalle. 

Fausta Riva
Condividi: