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Il senso della parola: il linguaggio secondo Merleau-Ponty

14 minuti di lettura

Se nel tardo Settecento per il pittore Francisco Goya era stato il sonno della ragione a generare mostri, a cavallo tra il XIX e il XX secolo è l’ipertrofia della stessa, nella sua declinazione scientifico-positivista, ad originare la chimera di un mondo da poter completamente assoggettare — in linea con il sogno d’ispirazione baconiana e cartesiana — al dominio della tecnica.

La crisi delle scienze

Se per le scienze positive, difatti, non sembra sussistere realtà altra al di fuori di ciò che può essere ridotto ad una connessione oggettiva, ne La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale (1936)al contrario, il fenomenologo Edmund Husserl rimarca sull’aspetto genetico della scienza come realizzazione dello spirito umano, riconducendo le cause del suo drastico allontanamento dal divenire della vita e dalla creatività del mondo proprio al suo progressivo incedere — e ricadere — nelle trame del positivismo.

il senso della parola

Un aspetto, quest’ultimo, che aveva già trovato una propria tematizzazione nella riflessione di Henri-Louis Bergson, costituitasi come un tentativo di salvaguardare la dimensione spirituale dell’uomo dalla fagocitazione scientifico-positivistica della realtà, restituendoci un’intuizione di grande portata: benché i meriti delle scienze fossero talvolta indiscutibili, urgeva soffermarsi su quale mutilazione del senso dell’esistenza umana scaturisse dall’eleggere la scienza ad unica chiave di lettura del mondo. 

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La riflessione del filosofo francese Maurice Merleau-Ponty prende vita più o meno da queste premesse, trovando snodo in un pensiero irrequieto, relativamente asistematico, teso a riportare al centro l’Uomo come fibra originaria della tessitura del senso del mondo, facendo ritorno alla consistenza del mondo della vita. Ciò perché, dietro quel pensiero di sorvolo[1]che disloca il significato del mondo nei modelli interni di una scienza dimentica del «senso dell’opacità del mondo[2]», per Merleau-Ponty sussiste ancora, tacita ma superstite, l’eco di un mondo primordiale non ancora filtrato dalla ragione che necessita di rifarsi parola presentevibrante.

il senso della parola

Prestarle ascolto significa esigere che quello stesso pensiero, nel proprio sorvolo, plani, facendovi ritorno, nel cuore di quella concretezza del mondo dove le cose si offrono ancora nella loro nudità; in quella «prossimità vertiginosa che ci impedisce di coglierci come puro spirito separato dalle cose o di definirle come puri oggetti senza alcun attributo umano[3]», lasciandoci così rieducare ad uno stupore antico quanto recondito, smarrito. 

Mondo, corporeità, linguaggio

L’indagine di Merleau-Ponty si indirizza innanzitutto verso una risignificazione della corporeità come chiave di ogni possibile accesso al mondo; finalità che trova certamente un suo primo compimento nel suo capolavoro Fenomenologia della percezione (1945), ma che prosegue battendo altresì la direttrice del grande problema del linguaggio. Potremmo dire, sommariamente ed in maniera introduttiva, che la riflessione merleau-pontyana sul linguaggio cerca di risalire al senso della parola come espressione, come gesto, nella sua dimensione vibranteparlante.

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Alla parola, cioè, non nel suo significato sedimentato, comune (la parola come «involucro del pensiero», come abito esteriore aggiunto a esso per poterlo rendere comunicabile[4]») ma alla parola come «corpo vivente linguistico[5]»: non come trasposizione fonica di un pensiero pre-esistente, ma come compimento del pensiero stesso. Obiettivo sembrerebbe dunque quello di ritrovare il linguaggio nel suo spessore vitale, recuperandolo nel liquido amniotico della propria genesi pre-riflessiva, ricucendo la frattura tra segno e significato.

Nel problematizzare un senso linguistico che non scaturisce dall’attribuzione di un soggetto ma che sgorga dal movimento stesso della parola — dalla sua ricerca al suo pronunciamento — Merleau-Ponty ci insegna a reimparare a vedere il linguaggio partendo non dai significati, ma dalle parole stesse.

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Ci insegna ad interrogare la parola nella sua genesi, nel suo darsi, nel suo «procedere a tastoni intorno a una intenzione di significare che non si regola su di un testo [perché] appunto lo sta scrivendo[6]».  Un insegnamento che il filosofo eredita in parte dal linguista Ferdinand de Saussure, secondo cui il senso di ogni segno si dà per scarto, per differenza. Cosa vuol dire? Che il significato di una frase non dipenderà dalla semplice sommatoria dei singoli significati delle singole parole: ciascun segno, se considerato indipendentemente dalla propria relazione con la totalità, risulterà equivocobanale, volendo ricorrere alla terminologia impiegata dallo stesso Merleau-Ponty. Il segno, cioè, riesce a significare solamente a partire dal modo in cui si relaziona con tutti gli altri. 

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Se il senso si struttura per differenza e non per termini atomisticamente intesi, il linguaggio diviene ben più di una semplice rete da sovrapporre al mondo: la parola diviene un modo di agire nel mondo attraverso la fonazione. In questo agire, il linguaggio, per significare, necessita tanto della pienezza quanto della vacuità. Ciò si traduce nell’urgenza di risignificare i vuoti, i silenzi, gli intermezzi tra una parola e l’altra, restituendo pari dignità maieutica tanto al suono quanto alla sua assenza, poiché parimenti levatrici di senso: «dobbiamo considerare la parola prima che sia pronunziata, considerare lo sfondo di silenzio che continuamente la circonda, senza il quale essa non direbbe niente, o anche mettere a nudo i fili di silenzio di cui è inframezzata[7]».

Il senso della parola e la voce del silenzio

Occuparsi dei silenzi significa occuparsi di tutto ciò che non concerne il nucleo “parlante” del linguaggio, ma che è proprio ciò che, in ultima istanza, lo fa esistere. La parola che non si avvale del silenzio è la parola ridotta a mero gorgheggio, figlia di una connessione puntuale tra significante e significato. Da qui, la necessità per l’autore di tracciare un distinguo tra la parola parlante e parola parlataeleggendo a criterio di tale distinzione il modo in cui ciascun versante si rapporta al silenzio. Da un lato, dunque, troveremo la parola parlata, la parola nel suo uso empirico, richiamo di un segno prestabilito; dall’altro, la parola parlantevibrante che libera il senso prigioniero nella cosa e il cui significato sgorga dal suo stesso darsiè parola autentica perché è l’unica che riesce a ritrovare la possibilità dell’esperienza, l’unica ad avere la capacità di dire l’esperienza.

il senso della parola

Il linguaggio, perciò, non coinvolge la parola in un pensiero pre-esistente: la relazione tra linguaggio e pensiero si dà come avvolgimento di una nell’altra. Parlare, per il filosofo francese, significa entrare in una situazione linguistica, costruire il pensiero attraverso la parola stessa. Proprio perché non sussiste alcun pensiero antecedente per cui “trovare le parole”, il linguaggio non costituisce affatto un ostacolo per la coscienza. Ciò perché per la coscienza «non sussiste distinzione tra l’atto di raggiungersi e quello di esprimersi»; perché «il linguaggio, per come nasce e si sviluppa, è il gesto di riappropriazione e di recupero che mi riconduce a me stesso[8]». Tale coincidenza tra parlare ed esprimersi ci conduce per mano verso il disvelamento della genesi corporea del linguaggio. 

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È nel dialogo con l’altro che, nella visione di Merleau-Ponty, veniamo in contatto con «potere autentico della parola[9]». Parlarecomunicare, cioè, non si traduce nel mero indicare un significato che sia noto ad ambo le controparti: parlare, comunicare, è porre in essere, fare esistere quel significato, il che fa della parola sì un gesto, ma un gesto che deve sopprimersi come tale e superarsi verso un significato. Le mie parole quanto quelle dell’altro-da-me 

non si limitano, in chi ascolta, a far vibrare, come delle corde, lo strumento delle significazioni acquisite, o a suscitare qualche reminiscenza; occorre che il loro svolgimento abbia il potere di lanciarmi a mia volta verso una significazione che né io né lui possediamo. […] Quando parlo all’altro e lo ascolto, ciò che sento viene a inserirsi negli intervalli di ciò che dico, la mia parola è confermata lateralmente da quella dell’altro, io mi sento in lui ed egli parla in me[10].

Comunicare viene così dipinto nei termini di uno sconfinamento, di un qualcosa che abolisce il confine tra ciò che sono io e ciò che è l’altroparlare è lasciarsi trasportare dal movimento del discorso, tessuto di detti e non detti, di linguaggio e di silenzio. Parlare è recuperare la parola viva, recuperare il rapporto vivente sussistente tra i soggetti parlanti prima che essa si ponga come enunciato, abbandonando l’idea che «fuori dagli enunciati ci siano solo balbettii e insensatezza[11]»; è soprattutto capire che, come afferma Zhuāngzi «la ragion d’essere delle parole è il senso» e che «una volta afferrato il senso, si dimenticano le parole». 

Da qui potremmo forse chiederci, sulla scia della sua saggezza: «dove troverò l’uomo che sappia dimenticare le parole, per scambiare con lui due parole?».


Note:

[1] Merleau-Ponty, Maurice, L’Œil et l’Esprit, Paris: Gallimard, 1964; trad. it di Anna Sordini, L’occhio e lo spirito, Milano: Sellerio, 1989, pp. 13.
[2] Ibidem.
[3] Merleau-Ponty, Maurice, Causeries 1948, Paris: Édition du Seuil, 2002; trad. it. Federico Ferrari, Conversazioni, Milano: Sellerio, 2002, cit. p. 39.
[4] Ivi, p. 69.
[5] Merleau-Ponty, Maurice, La prose du monde, Paris: Gallimard, 1969; trad. it. di Pierre Dalla Vigna, La prosa del mondo, Milano-Udine: Mimesis Edizioni, 2019, cit. p. 20.
[6] Ivi, p. 71.
[7] Ivi, pp. 71-72.
[8] Merleau-Ponty, Maurice, La prosa del mondo, cit. p. 56.
[9] Ivi, p. 165.
[10] Ivi, p. 173.
[11] Ivi, p. 175.

 


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Sara Campisi

23 anni. La mia vita è un pendolo che oscilla tra la Filosofia e la perdita di diottrie.

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