Günther Anders e il mondo senza l’uomo

La voce di Günther Anders (Breslavia 1902 – Vienna 1992), seppur ancora oggi incomprensibilmente inascoltata, è stata senza dubbio una delle più rappresentative del secolo scorso.

Dopo la laurea in filosofia nel 1923, sotto la guida di Edmund Husserl, diviene allievo del più importante filosofo del Novecento: Martin Heidegger di cui dopo la laurea nel 1925, inizia a seguire i seminari sulla Critica della Ragion Pura di Kant, tenuti nella città di Marburgo. Nella sua biografia non è indifferente il matrimonio con Hannah Arendt, un’altra allieva e amante del suo Maestro.

Con l’ascesa al potere dell’ideologia nazista, per continuare a pubblicare libri, il suo editore gli consiglia di cambiare il suo cognome tipicamente ebraico Stern in Anders, che significa appunto “diverso”. Oltre a questo, nel 1933, è costretto a emigrare in Francia, a Parigi, dove verrà raggiunto nel marzo dello stesso anno dalla moglie.

In un suo libro autobiografico, Anders, definirà la relazione con la Arendt come «il più grande amore della sua vita», anzi, «il primo e l’unico»; lei, invece, in una lettera rivolta alla signora Elfride Heidegger, rinnegherà questo amore affermando di aver sposato «un uomo che non amava».

Con Martin Heidegger, oltre agli studi sulla fenomenologia, si dedica allo studio della tecnica, che costituirà il fulcro centrale del suo impegno intellettuale, fino a concettualizzare una vera e propria “filosofia della tecnica”.

L’opera più importante di Anders, L’uomo è antiquato (Die Antiquiertheit des Menschen), è divisa in due volumi pubblicati in periodi differenti.

Il primo, del 1956, ha come sottotitolo Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, mentre il secondo, pubblicato nel 1980 s’intitola Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale.

Il titolo dell’opera riassume la ricerca filosofica di Anders, incentrata sull’indagine dei processi e delle cause che hanno portato l’uomo a creare un mondo del quale non è più il protagonista. Essere “antiquato” per Anders significa non essere più il centro degli accadimenti, l’uomo è dunque metaforicamente una zattera in balìa di un mare in tempesta.

Ma cos’è esattamente questa tempesta, ormai divenuta l’ambiente dell’uomo? Qual è la forza che sposta gli equilibri di questo mare?

Nel secondo volume de L’uomo è antiquato Anders risponde a queste domande, e afferma:

«Abbiamo rinunciato a considerare noi stessi come i soggetti della storia, e al nostro posto abbiamo collocato altri soggetti della storia, anzi un altro soggetto: la tecnica.[…]. Dal suo corso, infatti, e dal suo impiego, dipende l’essere o non essere dell’umanità».

Per Anders siamo dunque tornati a essere ciò che siamo stati per millenni: esseri astorici o, come Hegel, in riferimento agli uomini senza denaro, siamo «polvere sugli stivali della storia» (Staub der geschichte).

 Siamo esseri gettati (geworfen) in un mondo totalmente nuovo, nel quale gli orizzonti e le differenti “etiche del passato” perdono di senso, implodendo dinanzi al dominio della tecnica.

Ciò che caratterizza l’uomo è dunque un’inadeguatezza, definita da Anders «vergogna prometeica»; ovvero quel sentimento di subalternità che prova l’uomo dinanzi ai prodotti tecnici da lui creati e prodotti.

C’è una disparità che si fa sempre più grande tra ciò che l’uomo è in grado di produrre e l’incapacità di prevedere le conseguenze delle cose da lui prodotte.

Le macchine, a differenza dell’uomo, sono pressoché perfette, godono di un’efficienza e di una funzionalità che superano di gran lunga i limiti imposti all’uomo: ecco perché per Anders l’uomo è diventato “antiquato”.

Günther Anders, inizialmente, analizza il rapporto tra uomo e mondo seguendo le categorie legate al concetto di alienazione, raffigurando un uomo senza mondo, cioè un’umanità senza riferimenti, detronizzata dal ruolo di protagonista.

In un secondo momento invece, precisamente il 6 agosto del 1945, il giorno della bomba atomica sganciata sulla città di Hiroshima, il pensiero di Anders prende una svolta incontrovertibile. Da quel giorno, infatti, l’umanità ha dimostrato di essere irreparabilmente in grado di autodistruggersi.

Anders non sta a guardare e, dopo lo sgancio dell’atomica, decide di dedicarsi all’impegno politico, interrompendo così la sua ricerca filosofica.

Questa scelta viene spiegata da Anders nel secondo volume de L’uomo è antiquato dove afferma:

«sentivo assai più ineludibile il partecipare effettivamente alla battaglia combattuta da migliaia di persone contro una simile minaccia; e dunque, se ho piantato in asso il mio primo volume, è stato perché non volevo piantare in asso la cosa che in esso avevo rappresentata».

In queste parole è condensata la grande serietà che percorre il pensiero e l’azione di questo grande uomo, prima ancora che filosofo.

Dalla consapevolezza di ciò che stava accadendo all’umanità intera infatti nasce in Günther Anders l’esigenza di una filosofia d’occasione: un ibrido incrocio tra metafisica e giornalismo, cioè un filosofeggiare che tenga al centro della riflessione la condizione odierna dell’uomo.

È evidente che con questa nuova “filosofia” Anders inizia a prendere completamente le distanze dalla filosofia accademica, sostenendo di essersi svegliato dall’incanto ontologico del suo maestro Martin Heidegger.

Anders afferma in modo provocatorio di essere un «conservatore ontologico, poiché oggi ciò che conta è più di tutto conservare il mondo, qualunque esso sia».

Infatti, con l’invenzione della bomba atomica, cioè del prodotto tecnico capace di distruggere quel mondo che fino ad oggi l’umanità ha conosciuto, si spalancano le porte dell’ultima epoca storica.

D’altronde, non è dato conoscere all’uomo ciò che ne sarà di questo mondo, dopo la possibile deflagrazione della bomba atomica: la più alta invenzione tecnica, nonché la realizzazione più concreta del nichilismo, la riduzione dell’essere delle cose al nulla.

Dopo il 1945 viviamo dunque per Anders in un’epoca con una scadenza, potranno essere anni, secoli, forse millenni, ma una cosa è certa: nessuno di noi potrà assistere alle conseguenze che porteranno a un mondo senza l’uomo.

E, come dice lo stesso Anders nella conclusione di un’intervista intitolata “Sulla fine del pacifismo”: «Nei cimiteri in cui riposeremo nessuno verrà a piangerci. I morti non possono piangere altri morti».

 

Pietro Regazzoni

 

 

Pietro Regazzoni
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