fbpx
marilyn monroe
©Bert Stern

La sensualità fragile di Marilyn Monroe nelle foto di Bert Stern

6 minuti di lettura

La mattina del 5 agosto 1962 Marilyn Monroe venne trovata senza vita nella sua camera da letto. La cornetta del telefono in mano, i barbiturici sul comodino, le lenzuola disfatte. E poi subito i fotografi, le prime pagine, i complotti, J. F. Kennedy e il fratello Bob, Joe DiMaggio distrutto, Arthur Miller sfuggente. Una stella assurta al cielo da sola e spentasi nel clamore, vittima del suo stesso bagliore e dell’invidia del firmamento. Una morte divenuta un caso, controversa, combattuta. Una figura sfruttata e cannibalizzata, mai lasciata a riposare nemmeno dopo lo spegnersi dei riflettori sulla vita.

marilyn monroe
©Bert Stern
marilyn monroe
©Bert Stern

Ha avuto pochi amici Marilyn Monroe, pochi angeli custodi della sua persona fragile; uno era Joe DiMaggio, il secondo marito da cui si separò in seguito alla sequenza della gonna svolazzante in Quando la moglie è in vacanza. Un amore vero, sincero, che lasciò il posto a un rapporto nuovo e più sano, libero da vincoli e gelosie e per questo orientato a un senso di protezione per Marilyn necessario come l’aria.

L’altro fu Bert Stern. Il fotografo che immortalò la Lolita di Stanley Kubrick e divenne famoso per il primo piano della Vodka Smirnoff nel deserto conobbe la Monroe nel giugno del 1962, sei settimane prima della morte. Ne fu amico sincero, tanto da accusare Madonna, nel suo periodo di massima ispirazione monroniana, di oltraggiare la salma perennemente senza tregua di Marilyn. L’occasione d’incontro tra la diva più sexy di tutti i tempi e il maestro dell’arte fotografica fu una sessione di scatti per il mensile Vogue, realizzata nel giro di tre giorni all’hotel Bel-Air di Los Angeles. 2500 fotografie considerate tra le più belle e naturali mai scattate a Marilyn. Un documento unico, fissato per sempre con il nome The Last Sitting, l’ultima seduta.

©Bert Stern
©Bert Stern

Ci misero un istante, quegli scatti, a far parlare di loro. Dove c’era Marilyn Monroe c’era scandalo, eccitazione, voyeurismo, quello che nelle fotografie di Stern manca in virtù dell’assoluta spontaneità dell’attrice che davanti all’obbiettivo sapeva dare il meglio di sé. Fragile e impaurita lontano dagli schermi, naturalmente e ingenuamente sensuale all’accensione delle luci. Alcune immagini la ritraevano nuda, oppure candidamente coperta da un foulard trasparente, come in un gioco di seduzione condotto con la naturalezza di a chi basta un battito di ciglia per scatenare un uragano.

©Bert Stern
©Bert Stern

«Era così bella a quel tempo. Non le dissi “posa nuda”. Avvenne tutto spontaneamente, come se ti togliessi un vestito alla volta. Lei si mise a pensare per un momento. Io dissi qualcosa e la posa finale venne da sé»

E così Stern ritrasse Marilyn Monroe, candidamente adagiata su lenzuola bianche, sorridente in piedi dietro un foulard giallo a righe bianche. E ancora di profilo con il seno ombreggiato da un velo rosa schocking, oppure ammiccante con il filo di una collana stretto tra i denti bianchissimi fino ai provini delle foto marchiati a fuoco dall’attrice con un pennarello colorato. Le lenzuola stropicciate ad avvolgere il corpo scultoreo mentre Marilyn beve champagne scivolano poi silenziosamente verso i bordi del letto, mentre la diva si mostra in un vedo o non vedo di casta provocazione.

marilyn monroe
©Bert Stern
marilyn monroe
©Bert Stern

«Fotografare per tre giorni Marilyn in una camera dell’Hotel Bel-Air di Los Angeles è una di quelle esperienze che capitano una volta soltanto nella vita» spiegò Bert Stern in Original Madman, il documentario girato nel 2010 dalla moglie Shannah Laumeister. Immortalarla sorridente e radiosa, a pochi mesi dalla tragica fine, lo è ancora di più.

Grazie a Stern il mito di Marilyn Monroe continua a sopravvivere nel suo alone di velata e innocente sensualità, lontana dallo scintillio ammiccante della pubblicità e dalle operazioni di marketing costantemente in bilico sul crinale dello sciacallaggio. The Last Sitting restituisce a Marilyn quel che è di Marilyn, ossia la casta innocenza di una donna trasformata in diva, vittima, lei stessa, dei suoi fantasmi interiori.

marilyn monroe
©Bert Stern

 

 

Ginevra Amadio

Ginevra Amadio nasce nel 1992 a Roma, dove vive e lavora. Si è laureata in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi sul rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta. È giornalista pubblicista e collabora con riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema, letteratura e rapporto tra le arti. Ha pubblicato tra gli altri per Treccani.it – Lingua Italiana, Frammenti Rivista, Oblio – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Otto-novecentesca (di cui è anche membro di redazione), la rivista del Premio Giovanni Comisso, Cultura&dintorni. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del cinema italiano dedicato al cortometraggio. Un suo racconto è stato pubblicato in “Costola sarà lei!”, antologia edita da Il Poligrafo (2021).

1 Comment

  1. […] La mattina del 5 agosto 1962 Marilyn Monroe venne trovata senza vita nella sua camera da letto. La cornetta del telefono in mano, i barbiturici sul comodino, le lenzuola disfatte. E poi subito i fotografi, le prime pagine, i complotti, J. F. Kennedy e il fratello Bob, Joe DiMaggio distrutto, Arthur Miller sfuggente. Una stella assurta al cielo da sola e spentasi nel clamore, vittima del suo stesso bagliore e dell’invidia del firmamento. Una morte divenuta un caso, controversa, combattuta. Una figura sfruttata e cannibalizzata, mai lasciata a riposare nemmeno dopo lo spegnersi dei riflettori sulla vita. Continua a leggere… […]

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.