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La sfida di Gaia: note intorno all’ontologia di Bruno Latour

Gaia è un problema, una sfida, una provocazione. Le questioni che pone sono inscindibilmente ontologiche, epistemologiche e politiche. Latour provoca il pensiero, abbatte le divisioni disciplinari e scuote la filosofia.

12 minuti di lettura

La tesi principale del filosofo francese Bruno Latour è che ciò che esiste non sono cose, o aristotelicamente, sostanze, ma «agenti» o «attori» o, ancora meglio, «attanti» definiti «solo dalle loro prestazioni, ovvero dopo che coloro che li osservano sono riusciti a registrare come si comportano» (B. Latour, La sfida di Gaia, cit., p. 93.). Come scrive in maniera molto efficace, «dobbiamo sostituire ciò che gli dèi, i concetti, gli oggetti e le cose sono con ciò che fanno» (Ivi, cit., p. 133.).

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Ne La sfida di Gaia, Latour denomina «agency» (Una prima formulazione di quest’idea si trova in B. Latour, Agency at the time of the Anthtropocene, in «New Literary History», v. 45, n. 1, 2014, pp. 1-18.) la «potenza d’agire» più che l’azione stessa (M. Croce, Bruno Latour, cit., p. 73. Croce sottolinea a ragione l’affinità di questa prospettiva con l’immanentismo spinoziano.) – che definisce ciascun esistente, ovvero l’effetto potenziale che quest’ultimo può produrre sul mondo, riverberandosi – cioè affettandoli – sugli altri esistenti: «un agente, un attore, un attante, per definizione, è quel che agisce, quel che possiede, quel che è dotato di una agency» (B. Latour, La sfida di Gaia, cit., p. 139.). Non è un caso, dunque, che Latour scriva come il concetto di agency permette di situarsi «in una posizione antecedente alla distinzione fra natura e cultura, qualità primarie e secondarie, scienza e politica» (Ivi, p. 326.), giacchè queste sono una cristallizzazione delle agency, un modo particolare di ordinarle e ripartirle.

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Gli attori, specifica Latour, «con le loro forme e capacità multiple, non smettono mai di scambiare le loro proprietà» (Ivi, p. 95.), ossia sono soggetti a metamorfosi continue, veicolate dalle trasformazioni di cui sono, insieme, causa ed effetto. Ogni attore, cioè, è insieme soggetto e oggetto di agency: soggetto perché ne porta, oggetto perché la sua agency è almeno parzialmente affettata da quella degli altri attori. In questo senso, la figura del soggetto viene desostanzializzata: bisognerebbe parlare, più che di soggetti, di «quasi-soggetti» (o, mutuando un termine whitheadiano, di «super-getti»: soggetti che acquistano la propria sostanzialità solo relazionalmente, in divenire, nel contatto reciproco con altre potenze d’agire – Cfr. A. N. Whitehead, Processo e realtà, tr. it. M. R. Brioschi, Milano, Bompiani 2020.), giacché «essere un soggetto non significa agire in modo autonomo in rapporto a un contesto oggettivo, ma piuttosto condividere l’agency con altri soggetti che hanno ugualmente perso la loro autonomia» (Ivi, p. 102. Corsivo nel testo.). Ogni esistente, in altri termini, è assoggettato all’agency degli altri, in una rete di trasformazioni, di concatenamenti infiniti che non possono essere ridotti l’uno all’altro ma vanno mantenuti nella loro estrema complessità e differenza reciproca (Quella proposta da Latour, come ha giustamente suggerito Croce, è dunque una sorta di «ontologia piatta», nella quale «non è possibile giungere ad alcuna classificazione degli enti che abitano il mondo. Nessuna separatezza tra quanti sono dotati di intenzione e capacità di scelta razionale e quanti invece sono privi di quelle facoltà tradizionalmente riconosciute come decisive ai fini dell’azione consapevole; e tantomeno tra esseri dotati di pensiero e linguaggio ed esseri dotati del solo istinto o persino quelli privi di vita, come gli oggetti inanimati». Cfr. M. Croce, Bruno Latour, cit., p. 57. Su questo punto concorda anche Haman, cfr. G. Haman, Prince of Networks, cit., p. 33.).

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Ecco un altro punto fondamentale all’interno dell’analisi di Latour: il principio, che è insieme – come ha scritto Isabelle Stengers – una «messa in guardia e un’esigenza» (I. Stengers, Le politiche della ragione, tr. it. C. Biasini, F. Giardini, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 21.), che guida tutta la proposta filosofico-sociologica di Latour, sin dagli scritti sulla vita del laboratorio (B. Latour, S. Woolgar, La vie de laboratoire. La production des faits scientifiques, La Decouverte, Paris 2006. L’ontologia latouriana, imperniata sul concetto di irriduzionismo, è esposta nella sua forma più sistematica in B. Latour, Pasteur: Guerre et paix des microbesSuivi de: Irréuductions, La Decouverte, Paris, 2011, pp. 161-266. Un commento rigoroso a questa proposta si trova in G. Haman, Prince of Networks, cit., cap. 1.), è che «nulla può essere ridotto a null’altro» (M. Croce, Bruno Latour, cit., p. 22.). Gli attanti non possono, cioè, né essere identificati con gli effetti ai quali sono assoggettati, né a quelli che causano, ma ogni attante negli effetti che produce è preso in un «vortice» di agency che va ricostruito in maniera più complessa possibile. Ridurre, in altri termini, significa passare da «questo è quello», a «questo non è altro che quello» o «è soltanto quello» (I. Stengers, Le politiche della ragione, cit., p. 21.); al contrario, l’irriduzionismo latouriano tenta di rintracciare, in maniera mai definitiva e sempre da rimodulare, i concatenamenti di agency che danno luogo ad un evento, e far in modo che tale concatenamento sia più ricco possibile di connessioni tra ciò che raccoglie (M. Croce, Bruno Latour, cit., p. 22.). Ogni concetto, allora, nella distribuzione di agency che compone, non può che ridurre l’infinita complessità di ciò a cui si applica. Ma questo non significa che l’impresa filosofica sia vana di principio. Al contrario: è necessario prodursi nello sforzo di comporre, in maniera quanto più possibile articolata, collettivi, assemblaggi, reti di esistenti che rendano ragione della congiuntura – essa stessa in divenire, e perciò mutevole – presente.

Sorge qui un problema. Si sarà notato che, nella definizione di attore compare il termine, fondamentale, «osservazione» (gli attanti sono definiti in base alle loro prestazioni, «dopo che coloro che li osservano sono riusciti a registrare come si comportano»). Ma, si potrebbe chiedere, chi osserva? La risposta che, almeno in un primo momento, ci sembra Latour proponga ne La sfida di Gaia è che, anzitutto, sia il linguaggio ad animare o disanimare – ossia conferire agency agli – gli esistenti, e, poi, più in particolare, sia la scienza ad assicurare una giusta ripartizione delle agency in gioco attraverso la precisa descrizione dei loro effetti: «L’idea di un mondo inerte [ossia ripartito in Natura e Cultura] è essa stessa un effetto di stile, un genere particolare, un certo modo di mettere in sordina le agency che è indispensabile fare proliferare ogni volta che iniziamo a descrivere qualsiasi situazione» (B. Latour, La sfida di Gaia, cit., p. 109.).

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Tuttavia, Latour insiste sul fatto che tale partita – relativa al conferimento linguistico delle agency agli esistenti – non si gioca esclusivamente all’interno del discorso umano, risolvendosi in un’ontologia di stampo linguistico. Il linguaggio, piuttosto, traduce – ossia trasforma – un particolare tipo di agency in un’altra, per l’appunto linguistica: «le agency sono sempre là, qualsiasi cosa facciamo», sono «proprietà del mondo stesso e non soltanto un fenomeno del linguaggio sul mondo». È quindi, piuttosto, la presenza di attori nel mondo a determinare la possibilità stessa del linguaggio, che è a sua volta animato da essi. Detto altrimenti: non esiste il mondo perché c’è linguaggio, ma, viceversa, esiste linguaggio perché c’è un mondo (animato): «ogni possibilità di discorso [… è] dovuta alla presenza di agenti in cerca della loro esistenza». Il linguaggio, dunque, non essendo fuori dalla realtà, è esso stesso un esistente che media e ripartisce le agency, affacciandosi su quella che Latour chiama «zona metamorfica» ossia l’insieme di tutti i «morfismi» – di tutte le potenze d’azione ed i loro effetti multipli – che compongono il mondo, e che concetti come quello di Natura/Cultura ordinano e fissano in una maniera determinata – in questo caso, in una maniera disanimata. È chiaro, dunque, che non si tratti di «far parlare le cose», ma, attraverso il linguaggio, di rappresentarne la potenza d’agire entro collettivi il più possibile complessi.

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Giovanni Fava

25 anni; filosofia, Antropocene, geologia. Perlopiù passeggio in montagna.

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