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Gli «Studi sull’isteria» di Sigmund Freud

11 minuti di lettura

Gli Studi sull’isteria (1892-1895) di Sigmund Freud, scritti insieme al suo mentore e collega Joseph Breuer, sono un’opera a cui è riconosciuta tutta l’importanza storica che merita, forse poco letta e approfondita per il suo carattere di esordio. Paragonata all’edificio teorico successivo potrà forse apparire acerba, sebbene lo stesso Freud non faccia che ripetere come il nucleo centrale della sua teoria, pur a distanza di anni e decenni, rimanga la serie di scoperte fatte all’epoca. L’isteria non era solo femminile, questo era un fatto che cominciava a sganciarla dal riferimento al puro corpo biologico. Le storie cliniche riportate, però, trattano per lo più di donne. La prevalenza della sindrome nella popolazione femminile era innegabile. Il caso più celebre è quello di Anna O., la prima paziente su cui Joseph Breuer, negli anni 1880-1882, sperimentò il cosiddetto “metodo catartico”, progenitore di quello psicoanalitico.

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Oltre ad essere il “caso zero”, un altro dei motivi della sua popolarità sta nella ricchezza dei suoi sentieri, spesso tortuosi, eccentrici, imprevedibili, a tratti inquietanti per i rovi di sofferenza cui conducono, mai abbastanza edulcorati dall’asetticità con cui Breuer cerca di assorbirli nella neutralità propria del medico, del ricercatore, dello scienziato di stampo positivista. Anna O., nome letterario di Bertha Pappenheim, che coniò la fortunata espressione “talking cure”, quando parlava soltanto in inglese, pur comprendendo il tedesco.

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Cura con la parola, della parola, fondata sulla parola. Anche lo sciamano e il prete curano con la parola, si dirà. Si può anche intendere: cura parlante, così come parla il sintomo isterico, traccia di traumi rimossi, compromesso e scarica di un conflitto tra rappresentazioni inconciliabili. All’emersione di queste rappresentazioni, sotto ipnosi, e al loro sfogo by talking, sparisce il sintomo. La psicoterapia, di qualunque orientamento si tratti, integrata con i metodi più disparati, è tutt’oggi una “talking cure”, almeno nel primo senso: una ventunenne affetta da impedimenti atroci aveva centrato la questione, in due parole. La chiamò anche “chimney-sweeping”, spazzare il camino. Aveva capito.

Curioso paradosso: Bertha, cresciuta a Vienna in una famiglia tradizionalista ebrea-ortodossa (quasi un personaggio della serie tv Unorthodox), schiacciata dai privilegi accordati al fratello minore maschio, costretta per lungo tempo ad assistere il padre malato fino alla sua morte e proprio lì colpita dai primi disagi, descritta come intelligente e brillante, dopo la guarigione ebbe una vita per niente scontata. Si laureò con ottimi voti, fu attivista nel campo dei diritti delle donne svantaggiate, scrisse testi sul tema, fondò nel 1904 lo Jüdischer Frauenbund, la lega delle donne ebree, di cui rimase presidentessa per vent’anni. Ci sarebbe da chiedersi cosa ne sarebbe stato oggi di Bertha e di quanti psicofarmaci l’avrebbero imbottita.

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E’ certificato che dopo la guarigione non volle più parlare né della malattia né di psicoanalisi, probabilmente per la terribile gestione del transfert erotico da lei sviluppato, fenomeno clinico, ai tempi, ignorato da BreuerRipensando all’affaire Spierlain-Jung, romanzato nel film A Dangerous Method di David Cronenberg, la questione, all’epoca, era piuttosto selvaggia. Senza entrare nel merito di cosa si intenda oggi per soggetto isterico e simili, né del rapporto complesso e controverso tra femminismo, psicoanalisi e in particolare la teoria freudiana, Bertha fece del suo dolore motore di un cambiamento sociale tutt’altro che reazionario. Di nuovo, mica male per una giovane donna data per spacciata, come erano le isteriche ai tempi, prima che Freud desse loro parola. Niente se non questo: voi, reiette della medicina contemporanea, parlate. Su ciò che è stato creato a partire da quell’atto, gli scontri concettuali sono stati feroci, e tali rimangono. 

Eppure, opera di due medici, negli Studi sull’isteria il riferimento sociale è costante. Per fare un esempio, Breuer afferma

“[…] Il matrimonio porta nuovi traumi sessuali. C’è da stupirsi che la prima notte non agisca più spesso in senso patogeno dato che, purtroppo, tanto spesso non ha per contenuto una seduzione erotica, bensì uno stupro. […] Quelle storie cliniche alla cui pubblicazione dovemmo rinunciare, ne contengono un grande numero, esigenze perverse dell’uomo, pratiche innaturali, ecc. Non credo di esagerare affermando che la grande maggioranza delle nevrosi gravi nelle donne proviene dal letto matrimoniale”[1]

Seppur con una dose di essenzialismo, la diagnosi di come funzionavano le cose è chiara. Con una punta di classismo, qualche riga sotto, Breuer afferma che le figlie di contadini e operai se la passavano meglio, ma lui trattava le giovani borghesi, e loro se la passavano male. Sessualità di cui non si poteva parlare nel personale, tabù dei tabù del femminile, schiacciata tra aggressività e perversione nel maschile, e di cui si parlava profusamente nel discorso medico[2], sapere centrale nei dispositivi del potere disciplinare dell’epoca, mostrerà Michel Foucault lungo gli anni settanta. In effetti, ne La volontà di sapere, il filosofo francese indica che il “dispositivo di sessualità”, nato in seno alla borghesia nella sua autoaffermazione di classe, ci mise del tempo a diffondersi capillarmente, e in modi irregolari, nei vari strati della società[3], quasi confermando la notazione di Breuer. L’iniziazione al sessuale, di per sé evento, avveniva non solo per aggressione, violenza, intrusione, ma all’interno di una tecnologia politica dei corpi a farne specifica molla propulsiva e cornice di significati. E la dinamica di funzionamento fu ritrovata nel più intimo del mentale. E oggi?

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E’ risaputo che nel 1896 Freud elaborerà la teoria della seduzione, poi subito abbandonata, postulando che alla base dell’isteria vi fosse una seduzione reale avvenuta durante l’infanzia[4]. Si ricrederà, pensando, anche giustamente, che il sessuale ha di per sé carattere evenemenziale, che esiste una sessualità infantile e l’attività fantasmatica inconscia, o ciò avrebbe significato un’epidemia di abusi a sfondo pedofilo nella Vienna di fine ‘800. Un dato, però, è certo: c’era un vaso di Pandora, psichico e sociale, che veniva scoperchiato, e in tutta la sua portata di repressione, negazione, rimozione, con bruschi ritorni del rimosso. Ciò che queste donne non potevano simbolizzare, passava attraverso il teatro corporeo, sfidando una medicina violenta e una società autoritaria, patriarcale e oppressiva. Lacan tributerà a Marx la scoperta del sintomo[5]. A non poter prendere parola pubblica, qualcuno parlava pagando via corpo; del resto, freudianamente, ciò che non va, trova sempre il modo di parlare. Bisognerebbe analizzare cosa sia rimasto di tutto ciò, e quali nuovi conflitti sociali, taciuti e rimossi, emergano nelle forme più varie e a spese di chi, a spese di che parti di sé. 

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Note:

[1] S. Freud & J. Bleuer, Studi sull’isteria, traduzione di Carlo Federico Piazza. In Cesare L. Musatti (Cur.) Opere: Studi sull’Isteria e altri scritti (1886-1895). (Vol. 1, pp. 162-440). Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p. 389
[2] Nello specifico, le figure della donna isterica e dell’adulto perverso, in riferimento a Gli anormali e a La volontà di sapere di Michel Foucault. 
[3] M. Foucault, La volontà di sapere, traduzione di Pasquale Pasquino e Giovanna Procacci, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 108-110
[4] S. Freud, Eziologia dell’isteria, traduzione di L. Schwarz. In Cesare L. Musatti (Cur.). Isteria e angosciaIl caso di Dora, Inibizione, Sintomo e Angoscia e altri scritti (UBB, nn. 100/101). (pp.47- 80). Torino, Bollati Boringhieri. (Originariamente pubblicato nel 1974) 
[5] J.Lacan, Il seminario. Libro XVII.  Il rovescio della psicoanalisi 1969-1970,  ed. it a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi,2001.

Mattia Giordano

Classe 95', milanese, laurea magistrale in Psicologia, appassionato di psicoanalisi, filosofia, teoria critica, letteratura per lo più italiana e francese. Anche di cinema e teatro, perché ci sono, e ci saranno sempre, film e spettacoli belli. Musicista e scrittore a tempo perso, si spera un giorno a tempo pieno. Ha fatto un po' di tutto, quindi, probabilmente, niente.

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