“Su verità e menzogna in senso extramorale” di Friedrich Nietzsche

Di vanagloria, dell’uomo e dell’avventura umana alla ricerca d’ordine ci racconta la favola il giovane Friedrich Nietzsche nel saggio Su verità e menzogna in senso extramorale. Pur breve, il saggio contiene in nuce i più fondamentali degli sviluppi del pensiero nicciano.

Secondo Nietzsche, in principio era la tracotanza. La tracotanza della scimmia che divenne uomo, che s’alzò al di sopra dell’animale per guardarlo con l’occhio di chi sa, di chi conosce. Non appena l’uomo si fece uomo nel congedarsi dall’irrazionalità, subito e senza mediazione creò con le sue mani ancora animalesche lo strumento che lo avrebbe condannato a vivere nella menzogna: la ragione.

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E in un attimo alla ragione, dice Nietzsche, si affiancò il linguaggio, la più menzognera di ogni menzogna, perché fonte di tutte le verità; e quindi di tutte le illusioni. Ed ogni verità, per Nietzsche, altro non è che lo specchio dell’uomo. Il linguaggio, la parola, è «semplice ripetizione di uno stimolo nervoso in suoni»; la parola opera per metafore, riducendo un impulso ad un suono ed un suono ad un oggetto. Falsamente. Perché è falso credere che il dire “albero”, “sedia”, o per entrare nel castello incantato dei filosofi, il dire “causa”, “volontà”, “io”, implichi l’esistenza di ciò che si dice. La trasposizione è inadeguata, è un salto non legittimo operato dal linguaggio e con esso dalla ragione: «il concludere dallo stimolo nervoso a una causa fuori di noi è già il risultato di un’applicazione falsa e ingiustificata». La tanto decantata “cosa in sé” al linguaggio resta preclusa – un muro che non si lascia scavalcare né abbattere. Ma se questo è vero, che ne è della Verità? Se il concetto nasce per il fatto che si pone come uguale (parole e cose) ciò che uguale non è (parole e cose, appunto) che ne è di quei linguaggi che pretendono, almeno, di dirla, la Verità? Ebbene, la Verità muore, smascherata da Nietzsche, e si mostra nella sua realtà: essa è nient’altro che un esercito di «illusioni di cui si è dimenticato che sono illusioni».

L’attimo tracotante che partorì l’intelletto, «maestro della finzione », anch’esso col tempo e per cause tutte fisiche morirà – e insieme con lui morirà la pretesa umana di dire al mondo come stanno le cose. Questa vana avventura della ragione prima o poi dovrà finire, perché «ci furono eternità in cui essa non c’era, e quando di nuovo non ci sarà più non sarà successo niente».

Giovanni Fava

23 anni, studente di Filosofia presso l'Università di Bologna.
Giovanni Fava
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