Thomas Hardy, il poeta della perdita

1870. Emma e Thomas, entrambi ventinovenni, si incontrano per la prima volta. Lei, governante impulsiva e amante della natura; lui, architetto di giorno, scrittore di notte. E’ proprio l’architettura ad unirli: chiamato in Cornovaglia per la restaurazione di una chiesa, Thomas Hardy viene accolto alla porta della canonica non dal reverendo, costretto a letto dall’artrite, né dalla moglie, impegnata ad accudirlo. Si tratta di pura casualità se a dargli il benvenuto è Emma Lavinia Gifford, cognata del sacerdote. La ragazza è immediatamente colpita dal giovane architetto, soprattutto perché, come dirà in seguito, il suo accento e la sua voce le ricordavano qualcosa già visto in un sogno. Lui, dal canto suo, è subito attratto dai lineamenti della giovane e in particolare dai suoi lunghi capelli, raccolti in numerose ciocche che le cadono sulle spalle. L’immediata scintilla accesasi tra i due viene coronata dal matrimonio, celebrato nel 1874, e da una luna di miele in Francia. 
L’unione è, inizialmente, delle più felici. Lui ama guardare la moglie cavalcare per la campagna col suo lungo vestito; lei condivide la passione del marito per la scrittura che, nel frattempo, è diventata una vera e propria professione. Questa quiete, tuttavia, ha vita breve. La serenità della coppia inizia a vacillare nel momento in cui i due scoprono di non poter avere figli; inoltre, col passare degli anni, Emma si trova sempre più in disaccordo con le scelte di Thomas: i temi affrontati nei suoi romanzi sono spesso troppo immorali e irreligiosi, in forte contrapposizione con la fede e l’innocenza della donna. Marito e moglie iniziano così ad allontanarsi l’uno dall’altra, tanto che Thomas, una volta ottenuto un discreto successo letterario, inizia a trovare senza fatica più di un’amante. Emma si rifugia allora nell’attico della loro abitazione, dove vive in solitudine, considerando ormai il marito un semplice estraneo.
Nel 1912, a settantadue anni, la donna muore inaspettatamente, prima che Thomas possa dirle addio. Nonostante la loro storia d’amore non fosse più quella di un tempo, lo scrittore vive la morte di Emma come un trauma e, lo stesso anno, inizia a scrivere per lei numerose poesie d’amore. I temi principali di questi componimenti sono la malinconia, il rimorso, la perdita; il poeta tuttavia non si dà colpe per l’indifferenza creatasi tra lui e la defunta moglie, ma si limita a ricordare con una malinconica gioia i giorni in Cornovaglia in cui sbocciò il loro amore, tanto da intraprendere un viaggio, poco tempo dopo, nei luoghi del loro incontro e corteggiamento. Ciò che Hardy cerca disperatamente nelle sue poesie non è la moglie schiva e spenta degli ultimi anni, ma la ragazza vivace che aveva conosciuto un tempo e che aveva tanto amato, di cui improvvisamente e inaspettatamente percepisce l’incolmabile vuoto. 
Pur sposando, due anni dopo, Florence, la sua segretaria ed amante di trentanove anni più giovane, la mancanza della moglie lo perseguita tanto da fargli scrivere per lei centinaia di poesie. Così Emma, messa da parte e dimenticata mentre era in vita, torna ad essere, una volta scomparsa, un’ossessione ed un punto di riferimento per il poeta, in modo analogo – seppur con cinquant’anni di mezzo – alla vicenda di Montale e della moglie “Mosca”, divenuta vera e propria musa del poeta solo dopo la sua morte. La memoria della moglie scomparsa è un’ossessione costantemente viva nei pensieri di Hardy, tanto che le poesie dedicate ad Emma sono state – e sono tuttora – considerate da numerosi critici e letterati, come per esempio Virginia Woolf, alcuni dei migliori versi d’amore del ‘900.
 
 
emma

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