Venezia76. «Il Sindaco di Rione Sanità» fa rivivere il messaggio universale di De Filippo

Un anno dopo Capri-Revolution e cinque anni dopo Il giovane favoloso, Mario Martone torna per la quinta volta alla Mostra del Cinema di Venezia ripartendo proprio dal teatro, suo primo amore, strumento più vero e realistico per interrogare e leggere la realtà. La carriera artistica di Martone è infatti un avvicendarsi di cinema, teatro e letteratura che lo vede non solo regista di L’amore molesto nel 1995 (presentato al Festival di Cannes e vincitore dei premi David di Donatello e Nastro d’Argento), ispirato dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, ma anche direttore del Teatro Argentina di Roma, del Teatro Stabile di Napoli e del Teatro Stabile di Torino. Autodidatta, da sempre regista, mai attore, Firma inoltre numerosi allestimenti per la lirica, da Cavalleria Rusticana e Pagliacci per il Teatro La Scala di Milano alla Aureliano e Palmira per il Rossini Opera Festival di Pesaro.

Rione Sanità

Eduardo De Filippo: dal teatro al cinema

Per il concorso della 76esima Mostra del Cinema di Venezia Martone dirige per la prima volta un testo di Eduardo de Filippo, Il Sindaco di Rione Sanità, unendo l’incondizionato amore per la sua città alla sua grande passione per il teatro. Il film è infatti un adattamento dell’omonima opera teatrale appartenente alla raccolta Cantata dei giorni dispari e riproposta qui in chiave contemporanea. Come dichiara il regista, l’idea del film deriva da un precedente spettacolo teatrale che Martone ha realizzato nel 2018 ispirato alla stessa opera e portato in scena al Teatro Nest di San Giovanni a Teduccio. Si tratta di progetto culturale dal grande senso civile portato avanti da gruppo di giovani artisti che operano in uno dei quartieri più difficili di Napoli.

Per il film Martone ha sapientemente mantenuto alcuni attori del cast originale del palco: Francesco Di Leva è il sindaco, Adriano Pantaleo interpreta l’aiutante Catiello. A loro si affianca Roberto De Francesco e Massimiliano Gallo nei panni del ricco panettiere Arturo Santaniello. Dallo spettacolo teatrale, il film eredita le musiche originali del rapper Ralph P.

Il Sindaco di Rione Sanità: la trama

In un indeterminato e abusivo regno tra Napoli e il Vesuvio si estende la proprietà di Antonio Barracano, “uomo d’onore” temuto e rispettato da tutti. Lo chiamano “sindaco”, anche se di istituzionale la sua figura ha ben poco. “Don Antonio”, il titolo che gli hanno dato i suoi aiutanti, non ha fiducia nelle cosiddette istituzioni, strutture sociali artificiali e prive di significato incapaci di comprendere gli uomini e le loro necessità. Quasi come fosse un Robin Hood moderno, Barracano difende gli ignoranti, l’anello più debole di una società “in giacca e cravatta” che con le sue “lauree”, come direbbe Don Abbondio il suo “latinorum, mette in difficoltà e umilia i più deboli. Come dice lo stesso Barracano «l’ignoranza è un titolo di rendita», e «se vivrai accanto a un ignorante, camperai gran bene».

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I due volti di una stessa Napoli

Se poi il Barracano di De Filippo era un anziano 75enne animato dai virtuosi principi morali, l’eroe di Martone è molto più giovane, tatuato e palestrato, a modello dei nuovi boss mafiosi, oggi sempre giovani, citando Roberto Saviano nella sua Paranza dei bambini. Barracano ha due case: la reggia abusiva del Vesuvio, il vero quartier generarle di cui vediamo solo una stanza dal bianco candore, e quella in centro a Napoli, un palazzo storico che mette in luce lo sfarzo e l’opulenza di uno stile di vita surreale che spesso abbiamo visto nei servizi televisivi sulla malavita.

Come i due rottweiler di Barracano, il cui più aggressivo si chiama appunto Malavita, le due case incarnano le due facce di una stessa città: una è quella più istituzionale, in centro a Napoli, e l’altra è quella clandestina, al di sopra delle regole e nascosta alla luce del sole. Il regista infatti non ci permette di esplorare quella villa. Gli spazi della casa ci vengono mostrati solo a poco a poco, via via che la trama si dirama e che scopriamo chi è veramente Antonio Barracano.

Un nuovo cinema italiano capace di racconta la malavita

Dal punto di vista stilistico, Martone adatta ne Il sindaco di Rione Sanità la magistrale opera di De Filippo al nostro contemporaneo modo di raccontare attraverso il cinema i risvolti di un sistema sociale criminale parallelo allo Stato.

Le iniziali luci al neon dei negozi notturni del Rione Sanità rimandano all’indimenticabile prima scena di Gomorra di Matteo Garrone, mentre gli abbracci e i baci sulla bocca, segno di un linguaggio segreto e  manifestazione di una gerarchia ferrea, ricordano i patti scellerati delle Anime Nere di Francesco Munzi. I giovani facinorosi ‘O Palumiello e ‘O Nait sono gli eredi di Ciro e Marco di Gomorra, che però qui non muoiono. Antonio Barracano risolve infatti con autorevolezza la disputa fra i due, che tornano a essere amici.

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Dove sta il bene e dove sta il male?

Allora è questo che Barracano fa in realtà. É un giustiziere che disprezza la morte e che parla con i cosiddetti ignoranti, quelli che vivono ai margini di una società che non dà loro alcuna speranza e dignità. Barracano si sostituisce quindi a quelle istituzioni inefficienti ed egoiste restituendo a quegli invisibili senza arte né parte una seconda possibilità.

Il confine tra bene e male diventa per lo spettatore sempre più labile e confuso con l’entrata in scena di Arturo Santaniello, un comune borghese in giacca e cravatta che alla prima impressione definiremmo “per bene”. É «un lavoratore onesto che si è fatto da solo”, “che conosce la disciplina e lo spirito del duro lavoro» , come si definisce lui stesso.

Forse è proprio dietro a quel fare posato ed educato che si annida il male. I modi bruti di Barracano evidentemente contrastano con la discrezione di Santaniello, grande imprenditore ma pessimo uomo e padre che ha rifiutato suo figlio Rafiluccio che si rivolge a sua volta a don Antonio per chiedere aiuto.

Il giovane ci è famigliare, è infatti il primo protagonista che vediamo nel film, al molo, intento a lavorare la notte per pochi soldi come sguattero. Il regista ci vuole comunicare che si tratta di un personaggio importante in quanto esempio vivente dell’oppressione di un sistema sociale e economico, qui incarnato proprio dal padre, che umilia e disconosce le nuove generazioni.

Barracano rivede nella frustrazione di Rafiluccio quella stessa rabbia che aveva vissuto lui anni fa, in occasione del suo primo e ultimo omicidio, quando si vendicò accoltellando la “carogna” Gioacchino. Barracano “entra in azione”. L’empatia che prova per il giovane si sostituisce al rapporto con il padre e la tenuta del signore, in cui tutti membri rivestono con adesione un ruolo ben preciso, si sostituisce a una Napoli priva di punti di riferimento in cui il mondo dei poveri è letteralmente nel caos.

Se infatti all’inizio Barracano ci appare come una versione partenopea del don Rodrigo manzoniano, nel finale si dimostra essere più un Fra Cristoforo pacificatore che permette alla giovane coppia formata da Rafiluccio e Rita di creare una famiglia e di avere un lavoro per porre le basi del proprio futuro.

Nel finale di Il sindaco di Rione Sanità , la trama si infittisce e la tensione cresce, Barracano diventa quasi metafora di un Cristo misericordioso che si sacrifica per la salvezza di tutti. La cena prima della sua morte ha la parvenza della biblica Ultima Cena. Il vino rosso che Barracano si versa nel bicchiere è il colore della passione di Cristo ma è anche quello del suo sangue, mentre il Giuda della situazione è proprio Santaniello, quel “brav’uomo” che poche ore prima a tradimento ha accoltellato Barracano.

Don Antonio incarna nella sua persona le due vite della Napoli di un tempo e di oggi, nell’eterno scontro tra bene e male, tra legalità e criminalità. Il bene corrisponde alla legalità e il male alla criminalità?

Con questo film che contribuisce a rendere l’opera di De Filippo universale e atemporale, Martone mette in discussione la nostra personale idea di bene e di male, attraverso una storia dai risvolti sorprendenti, perché, come dice Don Antonio, sono solo due le cose certe al mondo: lo specchio e la morte.

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Valentina Cognini

Nata a Verona 23 anni fa, ancorata alle sue radici marchigiane, in sintonia con il sentire del conterraneo Giacomo Leopardi. Dopo uno stage al Museo del Louvre e alla Pinacoteca di Brera, si è laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia. Ora è tornata a Parigi per specializzarsi in Museologia all'Ecole du Louvre, la cricca di storici dell'arte più ganzi che ci sia. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.
Valentina Cognini
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