Venezia76. «Saturday Fiction», Ye Lou e i sette giorni che cambiarono il mondo

Regista cinese della cosiddetta Sesta Generazione di autori ribelli, Lou Ye torna al lido di Venezia con un’opera in bianco e nero ambientata a Shanghai nei sette giorni antecedenti all’attacco di Pearl Harbor. Un’immersiva spy-story con i tratti del melò, costruita attorno a intrecci misteriosi e atmosfere suggestive.

Un film inaspettato e a più velocità, capace di confondere lo spettatore di riferimento dei vari generi che avvicina con un lavoro che riporta il suo regista al tema del doppio, già avvicinato dall’acclamato Suzhou River.

Spy story e soap

1 Dicembre 1941, l’occupazione giapponese di Shanghai ha trasformato l’isola in un terreno di guerra tra forze e obiettivi politici. A condurre questa battaglia sono però spie sotto copertura, le quali agiscono capillarmente all’interno del tessuto sociale per scoprire traditori e decodificare messaggi cifrati dei rispettivi nemici. In questo contesto entra però in gioco la celebre attrice Jean Yu (Gong Li), giunta a Shanghai per interpretare il ruolo di protagonista nell’opera scritta dal suo ex amante, Saturday Fiction, ma molto più probabilmente per portare a compimento una missione spionistica commissionatagli dal padre adottivo.

È dunque l’attrice a condurci in un terreno talmente ambiguo e frantumato tra alleati e traditori da confondersi con la realtà teatrale in cui si muove. A complicare l’interpretazione è messo in atto anche un gioco di rimandi tra l’opera messa in scena e la storia narrata, ripresa in spazi ricostruiti sul palco e diretti da Ye Lou in modo che la storia sia sempre poco definita. Immagini dalla bellezza patinata, seppur mosse dall’enigmatica camera a mano, introducono il carattere più propriamente soap, il quale muove le fila di intrecci che come in ogni buon spy-movie confluiscono nel sottosuolo narrativo emergendo in un finale stilisticamente antitetico. Il ritmo dei segreti da spia, delle incertezze delle relazioni, degli obiettivi superiori, viene infatti spezzato da un’ultima mezz’ora che accende e spegne lo schermo con colpi di pistola disperati, in cui perdere di vista i personaggi in scena, ma ritrovare il rapporto con la condizione estrema dei temi narrati.

La densità dei tempi

I sette giorni antecedenti all’attacco di Pearl Harbor vengono scanditi da scritte su schermo, le quali fungono da countdown di un evento che appare distante dagli intrecci spionistici narrati ed eppure vicinissimo. La divisione per giorni aiuta inoltre a rendere la densità della storia, la quale appare impossibile riesca ad inserirsi ed evolversi in così pochi giorni. È però la densità di periodi storici critici, quelli che un personaggio afferma con una certa profeticità essere «tempi non buoni» , e giungendo che «bisogna prepararsi al peggio».

Ye Lou

Ciò che sta per altro

Tra le pieghe della spy-story c’è anche l’affascinante tema della decodificazione dei messaggi bellici in codice. La missione di Jean Yu si scoprirà infatti riguardare proprio lo svelamento di alcune di queste parole segrete, inventate da un uomo che è così il MacGuffin attorno cui ruota tutto. Il rapporto tra la parola che sta per un’altra è dunque la punta dell’iceberg di un film che sguazza abilmente in questo piacevole gioco di rimandi, in cui niente è solo se stesso e tutto rimanda ad altro. Si dice dunque «Nord» per parlare della Russia, e «Sud» per dire America, e allo stesso modo si mostra un teatro per dire ambiguità e un’attrice per dire enigmatico.

«Non è una spia, ma resta un’attrice», afferma a un certo punto il padre: le equivalenze che definiscono le azioni. Una spia come attrice, un’attrice come spia. Il codice da decodificare è dunque il film stesso, il quale lavora per rimandi come in una decifrazione pervasiva.

Ye Lou

Non solo una spy-story, ma un’ode all’ambiguità teatrale

La basilare peculiarità di un film autoriale è lo sguardo personale che il suo regista offre. Non c’è dunque la prospettiva di un mondo schiacciato nella visione comune delle cose, ma lo squarcio profondo su una realtà messa in movimento dall’intimità di chi la racconta. Diviene così necessario fare le giuste distinzioni quando si categorizza o definisce un film sulla base di ciò che sulla carta appare, ma non su ciò che davvero l’autore racconta.

È il caso di Ye Lou e il suo Saturday Fiction, il quale è certamente un film che mostra i giorni precedenti all’attacco giapponese di Pearl Harbor, ma anche il modo per il regista cinese di ricordare un’infanzia passata a teatro, a confondere il palco e la realtà, ad imparare ad ascoltare gli attori. Tutta la porzione di film che sembra riflettere sull’aspetto scenico di vite simulate come fossero pièce è strumento per Ye Lou per rielaborare il valore della finzione nella sua vita, il cui fascino lo rese regista, e nel mondo, il cui ruolo, narrato proprio in Saturday Fiction, cambiò ogni cosa.

Ye Lou stesso racconta:

«Quando ero bambino, seguivo i miei genitori che lavoravano dietro le quinte del Teatro Lyceum di Shanghai. Lì ho trascorso molti momenti interessanti; mi mescolavo agli attori in costume e li osservavo recitare nei ruoli più disparati, mettere in scena l’amore e l’odio, le separazioni, la vita e la morte. Poi li vedevo uscire di scena e chiacchierare nei camerini. Li seguivo anche in quei momenti, quando lasciavano il teatro per ritornare alla vita reale, monotona e scialba».

Ye Lou

Questa testimonianza funge in un certo senso da vero soggetto del film, e dunque sostituisce la semplice questione storica. Il contesto viene piegato alla necessità personale di porre in scena la sensazione d’ambiguità che tanto esiste sul palco, quanto nella realtà. E se la seconda trova dimora nello sviluppo degli eventi, la prima si ripercuote in ogni aspetto proposto, dall’ambientazione teatrale, ai metodi di ripresa.

Ready? Music please

Non è un caso che il film inizi proprio sul palco teatrale, con il regista che dà letteralmente il via alle danze della fiction: «Ready? Music Please» . Il piano sequenza che prende vita da questo gesto, che combacia con il film su un piano marcatamente meta contestuale, verrà interrotto solo verso la fine, quando lo schermo nero si imporrà su un gioco di luci intermittenti utili alla tensione. Questo metodo di ripresa è particolarmente interessante ai fini della composizione orchestrata da Ye Lou, il quale utilizza il piano sequenza per rendere ancor meno facile la distinzione tra palco e realtà, e al contempo crea una visione che molto ha a che fare con l’aspetto teatrale.

Dopotutto non esistono stacchi a teatro, e nonostante la finzione regni sovrana il tutto è osservato dal vero. L’ambiguità della visione è dunque anche l’ambiguità della storia, ma non si consuma in essa, bensì ne sfrutta le forme per diventare paradigma.

Ye Lou

Saturday Fiction è dunque un film d’autore che sprofonda nella tematica storica per porre in prospettiva riflessioni relative alla società, alla finzione e all’infinito modo che ogni cosa ha di essere vera. La figura della spia è infatti il simbolo che meglio ha trasmesso nella storia del cinema il fascino dell’incertezza, quel gusto del dubbio che nei grigi, bianchi e neri di Ye Lou ritrova ampia trattamento nell’intelligente vicinanza con lo spazio teatrale.

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