Venezia76. «The King», il Re di Shakespeare che parla al presente

The King di David Michôd poteva essere un goffo tentativo di riprodurre i già noti esempi di film in costume di tipo medievale, ma si è rivelato essere un intelligente spunto di riflessione che attraverso la Storia pone l’attenzione su alcuni aspetti della nostra coscienza.

Con un cast giovane e “pop” che include anche l’amatissimo Timothée Chalamet, The King, presentato fuori concorso alla 76esima edizione del Festival del Cinema di Venezia e ispirato all’opera Enrico V di William Shakespeare, ha gli ingredienti giusti per piacere a tutti e far parlate di se: una trama avvincente, un’ambientazione realistica ma moderna e una sceneggiatura acuta e brillante.

Il film è prodotto da Dede Gardner e Jeremy Kleiner in collaborazione con il colosso Netflix, ed è terzo film al festival realizzato del più grande produttore di cinema online del momento.

The King – Steven Elder, Timothée Chalamet, Sean Harris – Photo Credit: Netflix

The King: la trama

Nell’Inghilterra degli inizi del XV secolo il re Enrico IV ormai gravemente malato è alla ricerca del suo erede. La scelta ricade inevitabilmente sul figlio maggiore, Enrico V (Timothée Chalamet) che inizialmente rifiuta la corona per continuare a condurre una vita lontana dai centri del potere, fatta di alcool, amici e donne. Come lui stesso ripete più volte, Enrico V, soprannominato Hal, si sente infatti diverso dal padre e non è disposto a riconciliarsi con lui per assumere il suo ruolo. La morte del fratello Thomas arriva come un segno di predestinazione per il giovane che è costretto con riluttanza ad accettare il ruolo.

Fin dai primi momenti, diventa chiaro a tutti che Hal sarà un sovrano diverso. Costretto a fare i conti con un nuovo capitolo della propria vita «ancora prima di aver chiuso quello precedente», Hal si trova a ripercorrere le orme del padre, trovandosi di fronte a grandi poteri da cui derivano però anche grandi responsabilità.

Il messaggio di Shakespeare, dal Medioevo a oggi

A partire da fatti storici che potrebbero far pensare all’ennesimo film che fa della spettacolarità delle sue battaglie il suo unico punto di forza, The King sorprende il pubblico in sala per la modernità dei suoi protagonisti e per la profondità del messaggio che manda. Per un ruolo importante e di grande spessore come quello di Enrico V, Michôd propone Timothée Chalamet, uno degli attori più attuali e amati del momento che con la sua interpretazione dà nuova vita alle parole di Shakespeare.

Per chi è in sala è difficile infatti non riconoscere nell’Inghilterra del XV secolo alcuni riferimenti alla società attuale. Come spiega infatti il produttore, «spesso per comprendere le contraddizioni del nostro tempo è necessario osservarle da un altro punto di vista, da un altro periodo storico».

Enrico V: la prova di Chalamet

Il giovane Timothée Chalamet ad alcuni sembra troppo giovane e immaturo per il ruolo, ma è interessante pensare che anche Hal sia visto dal suo popolo allo stesso modo. Come spiegano i produttori in conferenza stampa, l’interesse di presentare re e governanti con il volto di autentici adolescenti imberbi con un look più moderno permette al pubblico di riconoscere una nuova generazione protagonista del cinema e portatrice di messaggi sociali dal valore universale. Tale scelta, inoltre, aderisce anche alla realtà storica del fatto narrato, dato che a quei tempi era comune diventare re a diciannove o vent’anni.

Inoltre, seguendo il filone principale di questo festival, solo partendo da un protagonista immaturo è possibile costruire un’interessante e avvincente battaglia parallela a quella sul campo, ovvero quella contro il proprio passato, le proprie paure e insicurezze per diventare adulti e consapevoli dei propri limiti e delle proprie potenzialità.

The King infatti è ben lontano dall’essere una trasposizione cinematografica esatta e precisa dell’opera di Shakespeare, è molto di più. Tra tutti, è il personaggio di Hal, il più giovane, a diventare catalizzatore delle conseguenze che il potere, la politica e la guerra hanno sulla coscienza di un uomo. Partendo da un proposito pacifista, la guerra e l’orrore della violenza contribuiscono alla crescita di Hal, corrompendo il suo iniziale idealismo. Se all’inizio del film lui rifiuta la figura paterna – il momento della ribellione in cui lo scarto generazionale risulta particolarmente forte – con il tempo e l’esperienza Hal acquisisce le caratteristiche del padre e del mondo degli adulti che tanto criticava.

La battaglia di Azincourt, una carneficina di uomini

Il punto di massima intensità del film è il momento della battaglia di Azincourt, sfondo anche di una battaglia psicologica che consacra finalmente Hal come adulto e re. La battaglia è un momento fondamentale nel film in quanto il regista non rappresenta uno scontro dai toni epici ma si focalizza principalmente sui “corpo a corpo” di piccoli gruppi di persone che, imbrattati dal fango, si dimenano pietosamente tra sangue e lacrime. Tale scelta sicuramente dissacra la battaglia, trasformandola in una disperata carneficina di uomini, non eroi, ma esseri fragili e imperfetti.

Il ruolo delle donne

É interessante rimarcare come le donne, anche se limitate a ruoli minori, rappresentano la voce della razionalità e del buonsenso in un mondo di uomini spesso caotico e trascinato dalla violenza. Come la sorella Philippa aveva avvertito Hal sui rischi della guerra, anche la giovane promessa sposa Catherine ( Lily-Rose Depp), alla fine della guerra, con le sue pacate parole aiuta Hal a riflettere con maggiore obbiettività. Grazie alla sincerità della donna, Hal si rende essere stato controllato dal desiderio di potere, assecondato da un circolo di consiglieri falsi e pronti a tradirlo.

É cosi quindi che The King è un film sulla guerra che diventa un film contro la guerra e che analizza con un sguardo fresco e consapevole il rapporto tra le generazioni, la concezione del potere e la complessità di rivestire alcune rilevanti posizioni politiche, regalando al sui pubblico una grande lezione di umanità.

Valentina Cognini

Nata a Verona 23 anni fa, ancorata alle sue radici marchigiane, in sintonia con il sentire del conterraneo Giacomo Leopardi. Dopo uno stage al Museo del Louvre e alla Pinacoteca di Brera, si è laureata in Conservazione dei beni culturali a Venezia. Ora è tornata a Parigi per specializzarsi in Museologia all'Ecole du Louvre, la cricca di storici dell'arte più ganzi che ci sia. Fa la pace con il mondo quando va a cavallo e quando disquisisce con il suo cane.
Valentina Cognini
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