Verrà la morte e avrà i tuoi occhi – un epitaffio per capire

Non c’è silenzio nei cieli pomeridiani di giugno, figurarsi nelle biblioteche bianche e porpora di Milano!
Così è nato questo articolo.

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” è l’opera poetica di Cesare Pavese pubblicata postuma dalla casa editrice Giulio Einaudi (che fu anche compagno di liceo dello scrittore, che a sua volta collaborò con la stessa) nel 1951, un anno dopo che Pavese venne ritrovato morto nell’ albergo Roma di Torino: aveva ingerito oltre dieci bustine di sonnifero. Era il 27 agosto 1950.

Il diario ‘del piemontese’  si concluse il 18 agosto di quell’anno: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più».

Le dieci poesie contenute in questa raccolta e scritte tra l’11 marzo e il 10 aprile del 1950 furono ritrovate tra i suoi scritti e documenti, in una cartelletta rossa, in duplice copia; dieci, delle quali otto in italiano e due in inglese. Perché l’inglese? Cesare aveva studiato la lingua e lavorava anche come traduttore, ma questo non è importante: ciò che importa è che nel ’49 – e quindi un anno prima della sua morte – conobbe a casa di conoscenti la bellissima attrice americana Constance Dowling, e se ne innamorò. Fu una delle tante donne che rifiutò Pavese e che, a suo occhio, lo illuse. A lei è dedicata la seconda parte del volume, in maniera più o meno esplicita (a pagina 25 del volume si trova addirittura una poesia in lingua inglese dal titolo “To C. from C.”).


Se si fossero letti questi versi prima del povero fatto, chiunque avrebbe inteso – forse è per questo che l’autore decise di non pubblicarle mai, non subito, non immediatamente come per cercare salvezza? Nella poesia omonima al volume, si comprende tutto: il ‘vizio assurdo’ è proprio il suicidio che più di una volta sfiorò la mente di Pavese nel corso dei suoi quarantadue anni e che ora sembra concretizzarsi, e nemmeno lo sguardo della (alla) bell’attrice poté far qualcosa per cambiare ciò. Ma non per questo egli si diede per vinto: al suo Wind of March – così chiamò più volte Constance Dowling – l’autore scrisse in The cats will know: “ci saranno altri giorni  / altre voci e risvegli.”. Se tutti noi leggessimo queste singole parole, isolate, come fossero del Movimento per l’Emancipazione della Poesia sui muri delle città, diremmo: si spera. Nessuno le attribuirebbe a un futuro suicida.

Cesare Pavese, del resto, scrisse all’americana in una delle ultime lettere: “Carissima, non sono più in animo di scrivere poesie. Le poesie sono venute a te e se ne vanno con te. Questa l’ho scritta qualche pomeriggio fa, durante le lunghe ore all’Hotel in cui aspettavo, esitando, di chiamarti. Perdonane la tristezza, ma ero anche triste. Vedi, ho cominciato con una poesia in inglese e finisco con un’altra. C’è in esse tutta l’ampiezza di quel che ho sperimentato in questo mese: l’orrore e la meraviglia”.
“Le poesie sono venute e se ne vanno con te”: Constance partì col suo compagno Andrea Checchi per Hollywood, tentando la fortuna; Cesare Pavese vinse il Premio Strega per “La bella estate” due mesi prima della sua morte, e questo ai suoi occhi passò in maniera apatica.

La trentasettesima e ultima pagina del volume, dice:
“Some one has died
long time ago

some one who tried
but didn’t know.”

Era l’11 aprile 1950.

I funerali si svolsero pochi giorni dopo la morte unicamente in forma civile, perché ateo e suicida.
Caro animo sperso, ancora scrivesti “c’è chi come te attende l’alba / scrutando il tuo viso in silenzio”. Lo dicesti tu stesso, che un giorno lontano lei fu l’alba…!


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Redazione

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