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La santità della vodka: bere in URSS

Bevanda incolore e insapore, la vodka in Russia è da sempre più di una semplice base per popolari cocktail come il Cosmopolitan e il Moscow Mule. Qual è la sua storia e che posto aveva nella cultura russa ai tempi dell'URSS? È ancora oggi così?

11 minuti di lettura

«Vot kak», ovvero “Ecco come”, disse lo zar Pietro il Grande davanti a un manipolo di aristocratici russi e viaggiatori stranieri, rovesciando la testa e ingollando per intero un bicchierino di distillato di cereali. Quella bevanda trasparente avrebbe preso poi il nome di “vodka”, proprio per assonanza con la frase dimostrativa pronunciata dallo zar. Questo racconta la leggenda; la versione ufficiale, sulla quale sono d’accordo storici e linguisti, è invece quella della comunanza con la radice slava “vod-”, che designa l’acqua, unita al suffisso diminutivo “-ka”. 

La vodka, simbolo della Russia ma prodotta anche in numerosi paesi ex sovietici, era accomunata all’acqua non solo nell’aspetto, ma anche nella sua presenza ubiquitaria e al suo consumo irrinunciabile. 

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L’alcol prima e dopo la Rivoluzione d’Ottobre

Prima della rivoluzione industriale portata dal comunismo, in Russia il consumo sfrenato di alcol non era un vizio di tutta la popolazione. I contadini bevevano poco e più che altro bevande come il kvas (bevanda di pane fermentato, a basso tenore alcolico) e l’idromele. La vodka non era a buon mercato, di conseguenza era consumata soltanto dall’élite, offerta dallo zar in occasioni speciali.

Nel XIX secolo, a industrializzazione avvenuta, la situazione degenerò. Molte persone dovettero allontanarsi dalla campagna e dalle comuni – dove il bere era regolamentato – e trasferirsi in città. L’alcolismo si appropriò così di tutte le classi sociali.

La campagna antialcol di Michail Gorbačëv

Poster antialcol ucraino
“L’alcol fa male alla salute”. © T.M. Fomichova, 1981, Ucraina

Appena fu eletto, nel 1985, il segretario generale del PCUS Michail Gorbačëv diede il via a una crociata contro l’alcolismo che stava soggiogando gran parte del paese, la Russia in particolare. La maggioranza delle distillerie e dei birrifici fu costretta ad alterare radicalmente la produzione, dovendosi indirizzarsi alle bevande analcoliche. Allo stesso tempo, chiuse l’80% dei negozi specializzati, mentre quelli che rimasero aperti potevano vendere alcol solo tra le 14 e le 19, e mai più di due bottiglie pro capite. L’eccezione era rappresentata da matrimoni o funerali, eventi per i quali era possibile acquistare più bottiglie, ma soltanto dopo aver compilato dei moduli. 

Purtroppo, la campagna ebbe effetti catastrofici per l’economia. Nel 1986, i cittadini spesero 15.8 miliardi di rubli in meno in alcolici – cifra aumentata l’anno successivo, con 16.3 miliardi in meno. Questo significò anche meno entrate all’erario, con perdite di almeno 37 miliardi di rubli per lo stato. Michail Gorbačëv si augurava che i soldi non spesi in alcol potessero servire all’acquisto di beni di prima necessità, ma le fabbriche non riuscirono a supplire al cambiamento repentino di domanda e offerta. 

Il passo successivo intrapreso dal governo fu quello di raddoppiare il prezzo degli alcoliciun’altra mossa ingenua, che non fece altro che incoraggiare la produzione casalinga di vodka (il cosiddetto “samogon”, cioè “auto-distillato”).

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La vodka: uno stile di vita

L’atteggiamento russo verso l’alcol acquista toni fatalistici, benché faceti, come dimostra il proverbio: «Se non bevi o non fumi, morirai sano». La vodka mantenne sempre, e mantiene tuttora, il primato di spirito più diffuso. Era vista con rispetto poiché considerata bevanda pura; il suo status le faceva guadagnare nomignoli affettuosi. Questo amore prevalente per la vodka andava di pari passo con lo sdegno per altre bevande alcoliche: per molti lo champagne si chiamava “shampoo”, il vino rosso “inchiostro”, quello bianco “aceto” e il cognac “piscio di cavallo” – opinioni che, per i più tradizionalisti, valgono ancora oggi. 

Come se ciò non bastasse a far comprendere la sua importanza nella cultura russa e sovietica, la vodka talora fungeva da moneta in diverse situazioni. Non era raro che lavoratori non specializzati venissero retribuiti con delle bottiglie; allo stesso modo, era buona abitudine ripagare un prestito fatto da amici con della vodka di buona qualità. Da ciò emerge lo stereotipo dei soldi come materia sporca, in contrapposizione alla purezza della vodka.

Le buone maniere della vodka

Oggi così come una volta, chi riesce a reggere tanto alcol è rispettato dai suoi compari. Bere tutto d’un colpo o, come si dice oggi, alla goccia, è segno di rispetto. Per i più devoti, il metodo più efficace per bere è il cosiddetto “à la bolt”: il bevitore ruota la bottiglia in modo da creare un vortice, butta le testa indietro e rovescia il liquido direttamente nell’esofago. Inoltre, in compagnia la bottiglia deve essere “ammazzata”, cioè finita, perché è peccato avanzare la vodka. Non solo: chi non ingolla il suo bicchierino per intero dopo un brindisi, manca di rispetto al brindatore stesso.

Benché gli zakuski (ovvero gli antipasti, come tartine di caviale, aringhe, cetrioli in salamoia e carne affumicata) siano diffusissimi e rivestano una parte importante della cucina russa, le sedute alcoliche più serie non accettano la presenza alimenti – un divieto che sembra suggerire una visione del cibo come elemento peccaminoso, al contrario della vodka, venerata alla stregua di un elisir o di una pozione magica. 

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Una bevanda del Divino

Il vino, nettare alcolico associato perlopiù ai paesi mediterranei, deve il suo successo alla piacevolezza dei suoi sapori e alla fragranza dei suoi odori. Sa essere fresco, caldo, vibrante, dolce, amabile, tannico. Il vino regala tante espressioni gradevoli per molti palati. 

Non si può dire lo stesso della vodka, bevanda incolore e insapore che, una volta ingerita, provoca una sensazione di calore di fortissimo impatto. Nonostante sia errato confrontarla col vino, che del resto non è un superalcolico, la vodka è comunque diversa anche dai suoi consimili, il gin e il rum, che vantano profili gusto-olfattivi riconoscibilissimi. 

Perché questa differenza? Potrebbe essere collegata all’aura di santità che avvolge il bevitore, per il quale più una bevanda era sgradevole, più essa poteva avvicinarlo al Divino. Per questo stesso motivo, c’era chi osava andare oltre la vodka, trangugiando liquidi tossici come profumi, DDT, antigelo e persino alcol denaturato: bere diventa una sorta di missione trascendentale, o un martirio. 

Cocktail micidiali

Un uomo sorseggia lozioni e profumi in un poster anti-alcol.
“Un poliglotta”. © V. Kyunnap, 1985, Russia

Siamo abituati ad associare la vodka a cocktail come il Cosmopolitan o il Moscow Mule. Eppure, un tempo in URSS si aveva la propensione a mischiare la vodka con qualsiasi cosa: il “Luci del Nord” era un cocktail con lo champagne, lo Yorsch con la birra, l’”Orso Bruno” con il cognac e il “Chiodo Arrugginito” con il Porto. Esistevano però anche intrugli a dir poco nocivi, come la “Morte Bianca”, che prevedeva l’unione di acqua e alcol puro, e la “Volpe Argentea”, un mix di alcol denaturato e birra. Bere non era perciò solo un vizio, ma una condanna a morte. Ecco perché svegliarsi il mattino dopo una sbornia era considerato alla stregua di una resurrezione. 

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Una questione identitaria

In URSS, lo stereotipo del povero alcolista che annega i suoi dispiaceri nell’alcol si era originato nella letteratura novecentesca, ma fu portato avanti da Michail Gorbačëv non appena salì al governo. Tuttavia, esisteva sin da subito una fazione opposta che declamava con vigore i pregi degli alcolici, appoggiandosi a diverse tesi: innanzitutto, che fu Dio stesso a dare all’uomo il vino, perciò l’alcol non poteva essere fonte di male; inoltre, era stato dimostrato come l’alcol sapesse rilassare, rinforzare e allietare, stimolare riflessioni.

In URSS (e oggi ancora in Russia) la vodka non era dunque una questione di classe, bensì di cultura, di identità – da non ridurre mai a mera propensione al bere ma da comprendere su basi storiche e sociologiche innanzitutto.

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Caterina Cantoni

Classe 1998, ho studiato Lingue e Letterature Straniere all'Università Statale di Milano. Ammaliata da quella tragicità che solo la letteratura russa sa toccare, ho dato il mio cuore a Dostoevskij e a Majakovskij. Viale del tramonto, La finestra sul cortile e Ritorno al futuro sono tra i miei film preferiti, ma ho anche un debole per l'animazione. A volte mi rattristo perché so che non mi basterebbero cento vite per imparare tutto ciò che vorrei.

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