William Shakespeare e la
rappresentazione del potere
nelle “histories” e in “Macbeth”

La notorietà di Shakespeare è dovuta non solo al suo essere ancor oggi attuale, ma anche alle sue acute rappresentazioni della storia inglese. Nelle histories, i drammi storici, il Bardo mette in scena diverse concezioni del potere attraverso figure reali o immaginarie di grande complessità.

Michael Fassbender in un fotogramma di Macbeth (2015)

Michael Fassbender in un fotogramma di Macbeth (2015)

William Shakespeare (1564 – 1616) è il drammaturgo più importante della storia del teatro occidentale, in grado di cogliere attraverso il suo playtext sia l’essenza dell’Early Modern period sia le universali dinamiche dell’uomo, tanto che il critico statunitense e professore emerito all’Università di Yale Harold Bloom sostiene che Shakespeare abbia creato dei «modelli umani» arrivati fino a noi: in questa prospettiva, può essere considerato tanto autore contemporaneo (in virtù anche del profondo influsso che esercita tutt’oggi sulla cultura di massa), quanto testimone di un’epoca storica ben precisa, della quale sa rappresentare le caratteristiche con estrema lucidità.

Tra i vari aspetti messi in scena vi è la rappresentazione del potere che prende vita soprattutto dal materiale delle histories (i drammi storici) che non escludono la raffigurazione del male come elemento predominante negli uomini, o per lo meno in alcuni – i villains. È certo da sottolineare che quello di Shakespeare non è un teatro di denuncia ma, come si teorizza col New Historicism (linea critica sviluppatasi durante gli anni ’80 del XX secolo), di containment: il teatro shakespeariano tocca tematiche importanti e di delicata trattazione, tra cui il potere politico, e ha una funzione catartica al fine di placare eventuali spinte eversive o rivoltose.

Gli anni in cui Shakespeare scrive sono gli autocratici anni dell’Età Elisabettiana (1558 – 1603) che vedono il predominio politico della regina Elisabetta I, ma i drammi storici (la prima tetralogia con le tre parti dell‘Henry VI e il Richard III e la seconda con Richard II, Henry IV parte prima e seconda ed Henry V), si svolgono negli anni precedenti, quelli tormentati dalla guerra delle due rose. Per rifarsi a questi fatti Shakespeare trae spunto dalle Chronicles of England, Scotland and Ireland (1578) del celebre Raphael Holinshed. Shakespeare accende i riflettori su una fase decisiva della storia inglese – come evidenziato dagli studi del professor Stefano Simonetta, docente di storia della filosofia medievale presso l’Università degli Studi di Milano: il passaggio tra il modello politico discendente, in cui cioè il potere monarchico trae legittimazione direttamente da Dio, e un modello ascendente, secondo cui esso è invece riconosciuto dall’approvazione dei sudditi. Questo decisivo passaggio, però, non viene in alcun modo interpretato dall’autore, che resta neutrale e si limita ad illustrare i vari momenti del cambiamento. In Europa, quindi, lo Stato inizia ad identificarsi come patto tra sovrano e sudditi, anche al fine di contrastare i tentativi di sopraffazione da parte dei poteri clericali, ma, d’altro canto, è ancora in pericolo perché, se vengono meno le condizioni da cui è nato, il patto può essere revocato da una delle due parti.

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Camilla Volpe
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