La tristezza può essere erotica?

Articolo della newsletter n. 62 - Giugno 2026
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Ci sono persone che non si distinguono immediatamente, che non entrano in una stanza attirando tutta l’attenzione, che non si conformano a quegli standard estetici che percepiamo come desiderabili, eppure, alcune di loro, hanno un fascino difficile da spiegare. Un fascino più silenzioso che arriva dopo il loro ingresso nella stanza. Alcune persone accendono un desiderio che non nasce solo dalla loro immagine perfetta ma si fa strada anche attraverso le loro crepe. La perfezione, infatti, tende spesso a creare distanza, l’ occhio vuole la sua parte, certo, ma una bellezza troppo perfetta raramente dà l’impressione di essere veramente raggiungibile, reale. La crudezza della vulnerabilità, al contrario, rende autentici. Non in termini di romanticizzazione del dolore, nel senso tossico di “soffrire è bello”, ma in termini di una vulnerabilità che crea contatto, vicinanza. Forse è per questo che certe persone ci colpiscono senza una ragione precisa, uno sguardo opaco, una voce incerta, dettagli impercettibili a primo impatto ma che toccano qualcosa di più profondo e sono spesso molto più sensuali di qualsiasi altra immagine ben costruita. L’erotismo non è sempre qualcosa di esplicito; a volte è semplicemente una sensazione di vicinanza con l’altro.

marilyn monroe
©Bert Stern

Marilyn Monroe e il bisogno di essere desiderati

Marilyn Monroe. Ancora oggi è ricordata come una delle donne più sensuali nella storia del cinema, perfettamente in linea con gli standard di bellezza del suo tempo e, senza dubbio, una delle donne più iconiche di Hollywood. Sicuramente il tipo che quando entra in una stanza, attira l’attenzione di tutti i presenti. Eppure, andando oltre l’immagine costruita, oltre i capelli biondi e il rossetto acceso, possiamo percepire anche il suo fascino oltre l’estetica. Ciò che veramente la rendeva così magnetica erano davvero solo la sua sensualità e le sue curve? O c’era dell’altro. Qualcosa nel suo modo di essere, nello stare davanti alla telecamera, qualcosa che sembrava sempre leggermente fuori asse. Uno sguardo che arrivava un secondo dopo, un sorriso che sembrava trattenere qualcosa, una presenza sempre un po’ altrove, mai completamente nella scena, mai completamente mascherata dal suo personaggio. Forse, era anche questo a renderla così magnetica.
Se dovessimo definire Marilyn Monroe con un aggettivo “Iconicasarebbe adeguato alla sua immagine più superficiale, ma cosa rappresenta questa icona al di là della sua sensualità? Quando si parla di Marilyn, non si tratta solo del suo corpo, ma di ciò che il suo corpo era in grado di trasmettere emotivamente, un corpo che era bellezza e incertezza allo stesso tempo, fiducia e fragilità. Un corpo più intimo e più indifeso di quanto volesse apparire al suo pubblico.

La vulnerabilità come immagine erotica

Nel corso degli anni, la cultura pop ha costruito interi immaginari attorno ai due stereotipi delle donne malinconiche e degli uomini tormentati. Figure emotivamente irrisolte che diventano, quasi senza che ce ne accorgiamo, oggetti di desiderio. Nel cinema, in particolare, la vulnerabilità femminile è stata spesso resa seducente attraverso l’immagine di una donna silenziosa, fragile, distante, quasi “spezzata” e , proprio per questo, desiderabile. Basta pensare all’eleganza di Audrey Hepburn, in film come Colazione da Tiffany, dove dietro la leggerezza della protagonista appare sempre un accenno di solitudine, sempre mascherato e mai verbalizzato ma sempre presente. O Malèna con Monica Bellucci, dove il desiderio sembra nascere tanto dalla bellezza quanto dalla vulnerabilità di una donna isolata, continuamente osservata ma mai veramente compresa.

Come evidenzia Donald Spoto nella sua biografia Marilyn Monroe: The Biography, «il fascino di Marilyn si costruisce proprio su questa tensione irrisolta tra immagine pubblica e fragilità emotiva, che rende la sua presenza insieme desiderabile e instabile.»

Quindi si parla di empatia o di estetizzazione del dolore? C’è una linea molto sottile tra percepire la verità emotiva di qualcuno e trasformare la sua fragilità in un’immagine da guardare, da consumare, da ricordare più per ciò che evoca che per ciò che era veramente. Ed è qui che la figura di Marilyn Monroe torna tristemente al centro. Il mito dell’attrice, infatti, sembra essere stato costruito proprio su questo delicato confine. Da un lato troviamo una perfetta rappresentazione di sex symbol, una donna desiderata dagli uomini e imitata e invidiata dalle altre donne. Dall’altro lato ci scontriamo con qualcosa di più fragile, di meno controllabile o incasellabile. Una presenza sempre un po’ incrinata, come se dietro la questa immagine così familiare si celasse sempre qualcosa di inquieto, di non accessibile.

Marilyn. Fonte: www.redpointbeachwear.com

Come osserva Sarah Churchwell in The Many Lives of Marilyn Monroe, «Marilyn sopravvive come mito proprio perché non è mai un’immagine unica e definitiva, ma una molteplicità di proiezioni culturali che il pubblico continua a reinterpretare.»

Questa icona non rappresenta quindi solo il desiderio fisico e sessuale ma anche quel tipo di desiderio si attiva quando percepiamo una forma di vulnerabilità. Perché spesso non è solo il corpo stesso a essere erotico, ma ciò che quel corpo sembra incapace di nascondere completamente: una mancanza, un’attesa, qualcosa che non è del tutto sotto controllo. Il desiderio non nasce solo da ciò che è completamente visibile, definito, leggibile, più spesso nasce da ciò che rimane leggermente sfuocato, da ciò che non possiamo interpretare completamente. Una persona “troppo perfetta” rimane distante proprio perché non lascia spazio all’immaginazione, mentre una persona che mostra anche solo una piccola crepa apre immediatamente un varco. 

È come se quella crepa diventasse un invito silenzioso, non dichiarato, ma percepibile. Nel caso di Marilyn Monroe, questo meccanismo si amplifica così tanto da diventare quasi collettivo, con un pubblico non si limita ad osservarla ma è come se proiettasse in ciò che vede qualcosa di proprio, qualcosa di più personale. E forse è anche per questo che la sua immagine continua a sopravvivere, a ripetersi e ad essere interpretata, perchè non è mai stata completamente chiusa, completamente definita o capita. Rimane, invece, in una zona grigia, tra ciò che appare e ciò che sfugge. E se questo a volte assume una forma erotica, non è perché il dolore è desiderabile, ma perché la vulnerabilità, quando si lascia intravedere, ci ricorda qualcosa che riconosciamo immediatamente, anche senza riuscire a spiegarlo.


Illustrazione di Marco Brescianini

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Caterina De Rosa

Classe 1996, copywriter e linguista, nata a Milano ora vive e lavora in Spagna ma non perde occasione di viaggiare altrove. Entusiasta di natura, crede nel potere delle parole, nei dettagli che fanno la differenza e nelle connessioni autentiche.

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