Negli anni Sessanta Andy Warhol decide di trasformare Marilyn Monroe in uno dei simboli più riconoscibili della cultura americana. Ma è davvero il volto colorato e ripetuto delle serigrafie realizzate dall’artista ad averla resa apparentemente immortale?
Ridurre Marilyn Monroe alla reinterpretazione artistica di Andy Warhol significherebbe ignorare un aspetto fondamentale: Marilyn era già un’opera mediatica, ben prima di entrare nell’universo della Pop Art.
Il sistema hollywoodiano
Cinema e fotografia avevano da tempo costruito la sua immagine pubblica, contribuendo a renderla un’icona, una figura universale. Marilyn Monroe nasce infatti all’interno del sistema hollywoodiano degli anni Cinquanta, un sistema spietato che aveva la capacità di creare e controllare le proprie star. Gli studios non si limitavano a produrre film, ma costruivano identità complete: dall’aspetto fisico ai comportamenti pubblici, fino alla vita privata. Dietro questo personaggio c’è però una donna, Norma Jean Mortenson, plasmata in ogni minimo dettaglio in modo da essere una figura riconoscibile e soprattutto vendibile. Il sistema delle star funzionava come una macchina industriale, in cui l’immagine contava più della persona reale. Una dinamica con cui ancora oggi si ha a che fare.
Eppure, dietro la costruzione artificiale della star esisteva una dimensione più privata e meno nota. Negli ultimi anni della sua vita Norma Jean si dedicò infatti al disegno e alla pittura: gli schizzi e gli acquerelli, accompagnati da frasi come «I’d die if I could», dal punto di vista tecnico non rivelano una grande artista ma mostrano una figura vulnerabile. Ad emergere è soprattutto la necessità dell’attrice di dedicarsi a una forma di espressione personale, intima, nascosta dal mondo dello star system. Queste creazioni possono essere interpretate come un tentativo di sottrarsi, anche solo momentaneamente, al controllo dell’immagine pubblica. Un modo per non sfuggire a se stessa.
Marilyn Monroe, prodotto della cultura di massa
A questo punto, film come Gentlemen Prefer Blondes e The Seven Year Itch non fanno altro che contribuire a consolidare la sua immagine. Prima ancora delle riproduzioni seriali di Andy Warhol, il volto di Marilyn Monroe è già ovunque: sulle copertine delle riviste, nei poster pubblicitari, nei servizi promozionali. La sua immagine viene riprodotta e consumata su larga scala. L’obiettivo è quello di renderla riconoscibile anche al di fuori del contesto cinematografico.
È proprio questo ciò che fa la Pop Art: riprende questo tipo di logica della cultura di massa mettendola al centro della propria riflessione artistica e Marilyn è la perfetta personificazione di tutto ciò. La Pop Art non inventa la riproduzione dell’immagine, ma la rende soggetto dell’opera, spostando l’attenzione dal contenuto al processo di consumo visivo. È dunque questo il contesto in cui interviene Andy Warhol. Nel 1962, poco dopo la morte dell’attrice, realizza opere come il Marilyn Diptych, utilizzando una fotografia pubblicitaria del film Niagara come base per una serie di serigrafie colorate. L’attrice è un mero oggetto di consumo, ed è questo che Andy Warhol riporta. Non cerca di rappresentare la persona reale né di coglierne la psicologia. Ciò che gli interessa è il volto della diva hollywoodiana, che ormai sembra non appartenerle più. Marilyn Monroe con il tempo diventa poco umana: è un simbolo, un prodotto di massa mediatico. È l’emblema degli Stati Uniti.
L’operazione di Andy Warhol non ha uno scopo celebrativo. Vuole mostrare il funzionamento della società americana e della perdita dell’individualità. Della perdita di Marilyn Monroe, di una donna, di un’attrice, di Norma Jean. Un tipo di trasformazione che non riguarda solo il passato, ma che anticipa un meccanismo ancora attuale, in cui l’immagine pubblica tende a prevalere sull’identità reale.
Marilyn Monroe oggi
Negli anni artisti come Yasumasa Morimura hanno ripreso direttamente il volto di Marilyn Monroe attraverso la propria trasformazione fisica, reinterpretando fotografie iconiche dell’attrice e mettendo in discussione l’identità stessa della diva hollywoodiana. In questo caso non è soltanto rappresentata, ma è un personaggio da interpretare. Anche nella ricerca di Cindy Sherman, pur senza una citazione diretta, emerge lo stesso processo attraverso scatti fotografici che rimandano alla figura della star e alla sua artificialità.
In altri casi più che l’attrice, ad essere omaggiato è Andy Warhol. Ne è esempio Amanda Lepore as Marilyn, l’immagine di David LaChapelle in cui Amanda Lepore interpreta l’attrice, un’evidente citazione al maestro della Pop Art dove protagonisti sono i colori accesi, gli stessi delle serigrafie.
Ad oggi ciò che rimane è dunque un simbolo riconoscibile e universale, che è sopravvissuto al corso del tempo. Questo meccanismo non riguarda solo l’arte, ma anche la vita reale. L’immagine della star continua a circolare nei media, anche attraverso casi come quello di Kim Kardashian, che al Met Gala del 2022 ha indossato un abito appartenuto all’attrice. In questo modo ne ha letteralmente “indossato i panni”, riattivando la sua immagine e il suo valore simbolico. Marilyn Monroe è ormai una figura svuotata, un oggetto di consumo e un personaggio da interpretare e reinterpretare.

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