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Aborto, donne e maternità: la libertà è solo libertà di scegliere

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9 minuti di lettura

Il 22 ottobre 2020, in Polonia, il governo ultraconservatore di Jarosław Kaczyński ha reso pubblica la legge contro l’aborto. Il governo polacco ha impedito così qualsiasi tipo di interruzione di gravidanza, compreso quello in cui il feto può compromettere la vita della madre o casi in cui il feto presenta malformazioni gravissime. In ogni caso la vita dovrà vedere la luce e poter avere una sepoltura. Non è che un altro esempio di un corpo che non è una questione personale, ma un fatto puramente politico e sociale. Il corpo delle donne è quello su cui si iscrivono da sempre leggi, normative, divieti e concessioni secondo delle logiche che non tutelano assolutamente quel corpo. Al contrario, sul corpo delle donne si portano avanti ideologie e programmazioni sociali che vanno ben oltre la volontà di genere e la volontà personale.

L’aborto come unione e separazione

In che cosa consiste esistenzialmente l’aborto? È una separazione di due corpi: esattamente come nel momento della nascita il corpo del bambino o della bambina si stacca dal corpo della madre, così durante un aborto vi è una separazione di due corpi che fino al momento prima erano due, ma in uno solo. Infatti, fino a quando la creatura viene alla luce, il suo corpo è anche quello della madre che lo ospita. Dunque è la madre a dover decidere di un corpo che è un altro da sé, ma che fisicamente appartiene al suo corpo. È la madre che nutre, è la madre che respira e ogni decisione che la madre prende come seguire uno stile di vita sano oppure continuare a fumare, si ripercuote sulla vita del bambino o della bambina. Il corpo della madre diventa il corpo di una creatura che non ha indipendenza, né capacità di scegliere e di decidere.

Come sostiene Catherine Malabou in Che tu sia il mio corpo, saggio scritto a quattro mani con Judith Butler:

Sono perfettamente d’accordo nel dire che: a) la “forma” stessa non è qualcosa di semplice, qualcosa che potrebbe essere assimilata ad una forma fissa e immobile. Le “forme vengono dall’essere e se ne allontanano; b) la “forma” è così presa nel doppio movimento della propria conservazione e della propria perdita; c) il corpo stesso comporta un processo di formazione e di dissoluzione. (…) la plasticità designa proprio questo movimento.

(Butler, Malabou, 2017- 91)

Il corpo come elemento plastico

aborto

La forma di un soggetto e del corpo che lo ospita non è adducibile ad una dimensione fissa, ma è soggetta ad una continua mutazione, ad una plasticità, come la chiama Malabou.

La gravidanza appare come una trasformazione del corpo femminile, ma come tale non è irreversibile. Una donna, che dispone di una capacità di auto- determinazione, come soggetto pensante e senziente, può decidere autonomamente di interrompere la gravidanza se ritiene che non sia un momento ideale della sua vita per mettere al mondo un figlio. È vero, alcuni potrebbero dire che ne va di una vita umana, ma è vero anche la nascita di un figlio o di una figlia comporta una responsabilità enorme nei confronti dell’altro e che essere consapevoli di non poter portare avanti quell’atto di responsabilità, in realtà, è un atto di responsabilità esso stesso.

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Certo, nel mondo della contraccezione libera, è facile poter evitare una gravidanza indesiderata, ma è anche vero che a volte capita comunque.

La sacralità della vita non viene compromessa, anzi. È sacro anche essere consapevoli di non essere in grado di diventare genitori. È anche sacra la libertà di decidere della propria vita e del proprio corpo che prima di essere il corpo di una madre, è quello di una donna.

Il diritto all’aborto come invito alla responsabilità

Quello all’aborto è un diritto, esattamente come quello alla vita. Certo, prima di decidere per un aborto si dovrebbero vagliare le varie ragioni sociali, psicologiche, morali che portano una donna a desiderare di voler interrompere una gravidanza. Ma per fare tutte queste valutazioni in maniera serena, si dovrebbe comunque agire in un contesto libero e laico. Se questo non è possibile, però, si rischia di mettere sottopressione una scelta che dovrebbe solo contemplare il bene di una donna e quello del suo bambino.

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La libertà di abortire è un atto di responsabilità che non deve andare a coprire un colpo di testa o un atto di leggerezza, ma che deve garantire la possibilità di scegliere. Al contempo, ovviamente, non può essere abusato come se si stesse trattando di lasciare un prodotto in cassa al supermercato perché ci siamo accorti che in realtà non ci serve.

La legge sull’aborto in Italia

In Italia la legge sul diritto all’aborto risale al 22 maggio 1978, appena quarantadue anni fa. La legge 194 sanciva la possibilità alle donne di decidere di poter interrompere una gravidanza. Fu un’enorme conquista dato anche l’enorme numero di aborti praticati in maniera illegale senza nessuna garanzia di igiene e di riservatezza da persone che di solito agivano tra le mura domestiche, senza strumenti medici o precauzioni. Questa pratica sovente metteva in pericolo la vita della madre. La 194 definì la libertà delle donne e aprì la strada ad una maggiore emancipazione decisionale al femminile. Ma si ribadisca che il diritto all’aborto non è il diritto di disporre in maniera irresponsabile della propria vita e di quella del feto, bensì è lasciare aperta la possibilità di scegliere. Perché la libertà è libertà di scelta. Oggi, nel 2020, le donne polacche si vedono private più che dello stesso diritto all’aborto, alla possibilità di scegliere se diventare madri oppure no.

Photo by 🇨🇭 Claudio Schwarz | @purzlbaum on Unsplash

La maternità come scelta

Relegare infatti la donna al ruolo di madre e addurre la maternità ad una conseguenza naturale dell’essere donna è il retro-pensiero buio e troglodita di una cultura maschilista e patriarcale che ha fin troppo governato il nostro Occidente. Bisogna estinguere questo tipo di cultura e puntare ad un nuovo mondo, delle nuove visioni più larghe ed espansive secondo cui una persona, una donna, possa liberamente scegliere cosa diventare e soprattutto possa farlo attraverso un sistema governativo che si faccia garante di questa libertà, promuovendo un senso di responsabilità comune e personale che tenga conto del diritto alla vita così come del diritto alla morte.

 


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Antonella D'Eri Viesti

Classe 1990, millennial. Dopo il dottorato in filosofia e teoria dei linguaggi e gender studies decide di dedicarsi solo alla sua passione, la scrittura.
Content writer e blogger per mestiere.
La verità sta negli interstizi, nei margini e sui lati oscuri.
Tanti fiori, Nutella e caffè.

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