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Anita Ekberg, icona erotica dalla sensualità dirompente

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Tutti la ricordano immersa nell’acqua della fontana di Trevi davanti a un estasiato Marcello Mastroianni. Pochi passi che valgono una carriera, un film che, per qualche incomprensibile motivo, rimanda sempre e costantemente a quel vestito nero scollato, ai piedi nudi, all’accento british sporcato da una parlata leggermente nasale. Quando Federico Fellini la scelse per interpretare l’attrice americana in trasferta a Roma ancora non sapeva che Anita avrebbe condizionato per sempre i desideri degli italiani; era quanto di più lontano dall’ideale di donna mediterranea potesse esserci, giunonica, biondissima, procace e quasi eterea. Una Venere dai capelli d’oro e un seno maestoso.

La grazia svampita con cui una volta scesa la scaletta dell’aereo metteva piede sul suolo italiano ha fatto sì che migliaia di uomini costruissero il mito della bella svedese, disponibile e sorridente, lontana dall’austera pudicizia dietro cui ancora si celavano le donne italiane degli anni ’60. Anita Ekberg divenne prototipo e sogno proibito, centro dell’immaginario collettivo che configurava maggiorate dai muscoli tonici, i capelli biondi e gli occhi celesti. Di una bellezza scultorea difficile da replicare, l’attrice ha incarnato i desideri di una generazione, rappresentando meglio di chiunque altra la liberazione dei sensi, la passione e la carica erotica.

 

Sciolta da freni e vincoli morali la Ekberg ha sovvertito, proprio nei panni della Sylvia felliniana, a quella noia tipicamente borghese che vedeva nel sesso una valvola di sfogo dal tran tran quotidiano. Consumato per inerzia o come atto dovuto, l’amore carnale doveva restare rigorosamente confinato tra le mura domestiche, nelle lenzuola pulite, nella solitudine della camera nuziale. Che le stanze ospitassero poi amiche di famiglia, uomini d’affari pronti a sopperire ai mariti in viaggio o compiacenti signorine dalla ricompensa facile, per un individuo rispettabile degli anni ’60 l’unica preoccupazione era che ciò non si desse a vedere. Con la Ekberg quest’ipocrisia venne allo scoperto, cedette alle tentazioni e lasciò cadere quella maschera di pesante perbenismo dietro cui si era celata in un grottesco carnevale di convenzioni sociali. La scena della Fontana sintetizza la quintessenza della grande bellezza dei sensi, con quella noia esistenziale da sfogare in un «Marcello, come here» e una certa vacuità che spingeva i protagonisti verso un’idea di altrove indefinito.

vintage.nudesfor.me
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vintagepics.centerblog.net
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Nessuno meglio di lei ha incarnato i desideri d’evasione dell’Italia bigotta e nessuna dopo di lei ha saputo colmare quel vuoto di passione lasciato sullo schermo dopo il suo ritiro dalle scene. Una statua mobile destinata alla gloria imperitura nell’Olimpo delle divinità dell’Eros, una Venere nordica uscente dall’onda di una carriera baciata dalla fortuna grazie a un senso prosperoso e all’acqua di una fontana.

www.stilearte.it
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Ginevra Amadio

Nata a Roma. Ama la letteratura, il cinema e la scrittura intesa come mezzo per diffondere liberamente il proprio pensiero.

3 Comments

  1. […] Tutti la ricordano immersa nell’acqua della fontana di Trevi davanti a un estasiato Marcello Mastroianni. Pochi passi che valgono una carriera, un film che, per qualche incomprensibile motivo, rimanda sempre e costantemente a quel vestito nero scollato, ai piedi nudi, all’accento british sporcato da una parlata leggermente nasale. Quando Federico Fellini la scelse per interpretare l’attrice americana in trasferta a Roma ancora non sapeva che Anita avrebbe condizionato per sempre i desideri degli italiani; era quanto di più lontano dall’ideale di donna mediterranea potesse esserci, giunonica, biondissima, procace e quasi eterea. Una Venere dai capelli d’oro e un seno maestoso. Continua a leggere… […]

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