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Arturo Ferrarin
Arturo Ferrarin. Fonte: www.itaerferrarin.it

Arturo Ferrarin e quel folle volo da Roma a Tokyo su un biplano

Nel 1920 un aviatore percorse i 18mila kilometri che separano Roma da Tokyo. Emblema della "stagione degli aviatori", qual è la storia di Arturo Ferrarin?

12 minuti di lettura

Ad oggi, a percorrere i 18.000 chilometri che separano Italia e Giappone, ci si impiega, su un qualunque volo di linea, circa 12 ore e la noia spesso la fa da padrona. Forse, il viaggio che fece Arturo Ferrarin poco meno di 102 anni fa fu leggermente diverso. Sulle ali di tela del biplano non volava solo una grande impresa, ma le storie di tante piccole grandi imprese e piccoli grandi uomini, ubriachi di sogni, belle speranze, avventure, motori e velocità.

Arturo Ferrarin: un vicentino a Tokyo

Mentre sorvolava Tokyo, Arturo Ferrarin pensò di sicuro alla sua Vicenza, che aveva lasciato circa 10.000 km indietro. Doveva fare uno strano effetto a un vicentino come lui trovarsi a qualche centinaio di metri sopra i tetti dell’India e della Cina, a bordo di un biplano con il vento che gli sbatteva in faccia. A dire la verità, non era nato proprio a Vicenza ma a Thiene, poco fuori città, il 13 febbraio 1895, in una famiglia della piccola borghesia di provincia. Il padre aveva un’importante industria tessile ma lui non era fatto per sottostare alle piccole ipocrisie borghesi. Il liceo Foscarini a Venezia, e poi di nuovo a Vicenza, al tecnico Fusinieri. Per lui, come per molti della sua generazione, fu travolgente l’esperienza della Prima guerra mondiale.

La Grande Guerra

In un’Italia in cui la partecipazione delle masse alla politica era ancora piccolissima, fossilizzata tra Giolitti e Zanardelli, vecchi baffoni bianchi e polverosi industriali di provincia, il sogno della velocità, della tecnologia e del futuro sembrava lontano anni luce. Ma, si sa, la storia nei suoi sviluppi intraprende le vie più drammatiche e contraddittorie. Così, fu proprio la Grande Guerra ad ammodernare l’Italia e a cambiare, con essa, le vite di tanti Arturo Ferrarin, giovani e decadenti borghesi in cerca di emozioni, avventura e vita che nel cancan della guerra trovavano la loro dimensione. Ferrarin entrò nell’aviazione, come mitragliere. Saliva sui trabiccoli più bizzarri: biplani, triplani, quadriplani, assieme al pilota, per ingaggiare moderni duelli tra cavalieri in aria, dove tutto si rischiava sulle virate brusche, capovolte acrobatiche e colpi ben sferrati col sole alle spalle. Incomincia a pilotare aerei nel 1918 e non smetterà più.

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Arturo Ferrarin
Sopwith Triplane - Wikipedia
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Gabriele d’Annunzio e l’idea del raid

Tra le superstar della Grande Guerra c’era sicuramente il genio istrionico di Gabriele d’Annunzio, anche lui affascinato dall’aviazione al punto da compiere la celebre beffa del volo su Vienna. Lo stato lo sostiene nelle sue imprese perché, come ebbe a dire Mussolini, «d’Annunzio è come un dente cariato: o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro». Così, quando nel 1918 il vate si convinse che era cosa buona e giusta organizzare un raid aereo da Roma a Tokyo, per dimostrare (prima di tutto al governo) la potenza dell’aeronautica e – ovviamente – l’amicizia tra i due popoli, d’Annunzio viene finanziato ingentemente dal governo, che si illude così di fargli passare quelle sue fantasie su Fiume, che invece, come sappiamo, non passeranno affatto.

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Gabriele d’Annunzio

L’arrivo di Arturo Ferrarin

Si passa alla fase organizzativa. A disposizione ci sono 7 biplani Ansaldo SVA 9, 2 biplani Caporni Ca. 33 e 1 triplano Caproni Ca.40. 30 tappe, 112 ore di volo di fronte a loro. Ma poi, all’improvviso, d’Annunzio rinuncia per andare a Fiume. Poco male. Chiamano Arturo Ferrarin, che è convalescente da un’operazione. Si parte tra qualche settimana, gli dicono. Undici compagni di viaggio. Accetta. Sette giorni prima della partenza gli danno un SVA 9. Usato. Il giorno di San Valentino del 1920, alle ore 11, parte assieme al compagno Guido Masiero, padovano. «Avrei preferito un apparecchio nuovo», dice, «ma il tempo non c’era e bisognava partire». Erano uomini coraggiosi.

L’aereo usato da Ferrarin

In mezzo agli indigeni

A Gioia del Colle, per Arturo Ferrarin, c’è il primo atterraggio d’emergenza ma riparte poco dopo. Direzione: Valona, Albania. Poi, Salonicco, dove troverà i primi 2 compagni costretti a fermarsi a causa dell’apparecchio incendiato. A Smirne, incontra altri due compagni che nel giro di qualche giorno saranno fatti prigionieri. E, mentre sorvolava il fiume Meandro, Arturo Ferrarin avvista un veicolo in avaria: Sala e Borello, morti nell’impresa. Ferrarin parte solo da Adalia. Vento fortissimo. È il momento più duro.

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Ma Arturo Ferrarin ce la fa: Aleppo, dove atterra su una pista di neve, e Bagdad, dove il suo smarmittante SVA9 interrompe una partitella di calcio disputata sulla pista. Poi la Persia e l’India. Qui il caldo è soffocante: bolle l’acqua nel radiatore. Sfruttando i monsoni, riesce a farsi trasportare fino a una pista inglese in piena zona di guerra. Costretto a un atterraggio di fortuna poco dopo, Ferrarin si trova assieme al suo motorista in mezzo a un villaggio di indigeni ribelli. Descrive così l’incontro:

Gli uomini erano completamente nudi, ma molti por­tavano alla cintola una pistola Mauser: uno solo di essi, mezzo vestito, e che non so se avesse funzioni di mi­nistro o di cattivo interprete, cominciò a chiederci se eravamo inglesi. Non mi riuscì fargli capire che erava­mo Italiani. Egli aveva in mano un manuale, dove erano segnati i colori delle varie bandiere, e, con evidente sod­disfazione, gli parve capire, confrontando le coccarde del velivolo col suo manuale, che noi fossimo Bulgari.

L’atterraggio sulla pista allagata di Canton

Accoglienze trionfali a Delhi e Calcutta, ma la strada più lunga sono i 600km da fare sopra la giungla fino a Bangkok. Dio solo sa come, Arturo Ferrarin arriva a Bangkok e dopo qualche giorno riparte per Hanoi. A Canton, invece, il campo è allagato come una risaia e l’atterraggio è a dir poco avventuroso

All’improvviso Cappannini mi avverte che siamo già senza benzina. Egli mette mano alla riserva. Ho pochi minuti utili per atterrare. Passo vicino all’Hotel Asia, molti mi salutano da una terrazza e comprendo che fra essi è Masiero, ma nessuno mi indica con gesti un punto d’atterraggio. In condizione tanto disperata, e sempre fra la pioggia, risolvo per necessità di atterrare in una piccola piazza che vedo dall’alto, benché mi apparisca cinta di case da tre lati, ostruita da navi alberate nel quarto lato e occupata qua e là da cinesi con l’ombrello aperto.

Deciso di giuocar tutto per tutto, e lo scasso dell’apparecchio e la vita di qualche cinese e la mia, atterrai invece fermandomi incolume sulle aiuole di un giardino e senza alcun danno all’apparecchio; fracassai l’ombrello a un cinese, che, di rimbalzo e per lo spavento, cadde con le gambe all’aria. Masiero, che tutto aveva veduto dall’alto, scese ad abbracciarmi.

Arturo Ferrarin raid Roma Tokio 1920
La folla festante che accoglie Ferrarin e un elefante fotografato a Rangoon

La Cina

Sorvolò la Cina e la muraglia cinese, venne accolto entusiasticamente dalle popolazioni locali, che in più occasioni vedevano un velivolo per la prima volta in vita loro. Ferrarin descrive ironicamente gli interminabili discorsi, celebrazioni, paragoni con Marco Polo, onorificenze, dignitari, ambasciatori, comunità italiane che incontrò nel suo viaggio.

L’arrivo di Arturo Ferrarin a Tokyo

Arrivato a Tokyo il 31 maggio 1920, venne accolto da duecentomila persone e una città in festa. L’imperatore aveva proclamato ben 42 giorni di festeggiamenti. Venne ricevuto dall’imperatrice e l’imperatore, che lo trattenne per ben 45 minuti. Era il vincitore indiscusso del raid. L’unico ad aver percorso tutti i 18.000 chilometri in volo, né più né meno. Il raid aveva contato due morti, svariati feriti, interminabili guasti e alcune rinunce. Ferrarin, solo, ce l’aveva fatta. Tornato in Italia, però, si dovette ricordare di non essere d’Annunzio. L’accoglienza fu modestissima, la notizia non venne neppure riportata in prima pagina. Solo un piccolo colloquio col re e una promozione. L’unico calore fu quello degli abitanti della sua piccola Thiene. 

Dopo il raid

Arturo Ferrarin rimase in aeronautica e nel 1928 istituì un record mondiale: il maggior tempo di volo senza scali, 7.188 km percorsi in 49 ore e 19 minuti da Montecelio a Touros (Brasile). Si sposò nel 1931 e morì 10 anni dopo, durante il collaudo di un caccia, nel grande e avveniristico centro di aviazione di Guidonia.

Ferrarin arriva in Giappone
Arturo Ferrarin raid Roma Tokio 1920
Ferrarin in kimono

Arturo Ferrarin e la stagione degli aviatori

Eppure Arturo Ferrarin, oggi tra i semi-dimenticati della storia, porta con sé il carico di essere l’emblema della “stagione degli aviatori”. Nobile, Balbo, Baracca, d’Annunzio stesso: eroi, folli, visionari, narcisi, temerari. I loro trabiccoli pericolanti e le leggendarie imprese furono il sogno di una gioventù bruciata dalla guerra, decadente e sognatrice, ubriaca di belle idee e miti, inghiottita e strumentalizzata, addomesticata dal fascismo. Di loro rimane la curiosità e il coraggio, la pazzia e la voglia di fuggire da una terra su cui si consumava l’ennesimo dramma, l’ennesimo bagno di sangue in cui stava per cadere l’Europa.

Ferrarin arriva a Thiene

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Andrea Potossi

Classe 2004, per Frammenti mi occupo di storia, storie e attualità. Leggo, studio, suono, scrivo, faccio cose, vedo gente. Vivo a Treviso.

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