Carla Capponi | Uomini in rivolta

Il 23 marzo 1944, qualche minuto prima delle quattro del pomeriggio, una colonna tedesca passava cantando in via Rasella. Poi, un forte boato. Carla Capponi, abbracciata al fidanzato Sasà Bentivegna, scappava poco lontano. Forse ancora non sapeva di aver fatto la storia. Ma chi era?

La contessina Carla Capponi

Carla Capponi, o meglio la contessina Capponi, era nata il 7 dicembre 1918, ultima erede di una tanto antica quanto spiantata – e perennemente sul lastrico – famiglia nobiliare. Famiglia tanto sul lastrico che, quando morì il padre, nel 1940, si ritrovò costretta a lasciare la facoltà di giurisprudenza per l’impiego di segretaria.

Carla Capponi

Capelli ricci, appassionata di cinema, sguardo gelido, temperamento marmoreo, non aveva mai avuto timore delle sue idee (al liceo aveva persino consegnato al figlio di un gerarca un opuscolo di propaganda comunista). Così, quando gli americani bombardarono il quartiere San Lorenzo nel 1943, si unì alle dame di San Vincenzo aiutando prima i feriti del bombardamento e poi quelli della modestissima difesa della città. Con l’8 settembre Roma si riempì di tedeschi che, con un malgarbo che la contessa non poteva non notare, imprigionavano, occupavano e torturavano. 

La rivolta di Carla Capponi

Carla Capponi era una donna che capiva l’importanza di rivoltarsi, alle convenzioni sociali quanto alla dittatura, e di certo non aveva intenzione di relegarsi a donnetta di casa o cocotte dell’occupante, e fu così che venne in contatto con i primi GAP. Dei fasti della famiglia Capponi non erano rimasti a lei altro che il titolo e un appartamento spazioso nel palazzo una volta di loro proprietà, poi venduto all’asta. I larghi saloni furono quindi i luoghi dei dibattiti tra partigiani cui partecipava con carattere, prolungati per ore e ore. E fu proprio in questi saloni nebbiosi di fumo che si innamorò del capo del gruppo, Rosario “Sasà” Bentivegna. Poco dopo decise di andare a vivere con loro, diventando “Elena”, in una carbonaia umida ottenuta grazie a un “compagno” portinaio.

carla capponi
Via Rasella dopo l’attentato

Lì avrebbe dovuto limitarsi a rammendare le calze ma, neanche a dirlo, non era cosa da lei. Perciò, alla prima occasione, sfilò la pistola ad un milite fascista sul tram per dimostrare di essere compagna quanto gli altri. Ma ai gappisti non bastava: se voleva essere come loro, doveva anche usarla. Qualche giorno dopo, quindi, il suo battesimo del fuoco in via Veneto con un ufficiale tedesco. L’esperienza la sconvolse, tanto che scappò con la pistola ancora in mano.

La preparazione di via Rasella

Roma era distrutta: piena di file per il cibo, con macerie fumanti ad ogni angolo (la città, con gli americani bloccati ad Anzio, veniva bombardata quasi quotidianamente) e quindi piena di sfollati. Molti dormivano nel traforo Umberto I, altri a Cinecittà e altri ancora nelle nascenti borgate. La città che doveva essere “città aperta”, cioè lasciata libera da qualsiasi forza di occupazione, era invece tappezzata di pattuglie tedesche, tra le quali una che era solita passare verso le 14:30 cantando proprio di fronte agli sfollati, passando per via Capo le Case, via del Tritone e via Rasella.

carla capponi
Roma dopo uno dei tanti bombardamenti

Il GAP di Carla aveva deciso: agire contro quei 156 soldati. Il Regio Esercito si occupò dell’esplosivo, portato da Carla in diversi viaggi con grandi borse. A fabbricare l’ordigno, che doveva esplodere in 50 secondi, ci pensò Giulio Cortini, fisico nucleare (il GAP era formato per la maggior parte da studenti universitari di buona famiglia).

L’esecuzione

Il 23 marzo 1944 Sasà Bentivegna era arrivato, vestito da spazzino e con la pesante bomba nel bidone, in via Rasella, di fronte a Palazzo Tittoni. Carla Capponi aveva terminato il suo compito, consegnando le quattro bombe a mano che portava in borsa agli altri membri del GAP e ora aspettava il fidanzato con un impermeabile in mano, che avrebbe dovuto coprire la divisa da spazzino. Per ingannare l’attesa era andata alla sede del Messaggero, dove stavano esposti i giornali del giorno, ma era stata importunata da due poliziotti in borghese.

carla capponi
Un palazzo di via Rasella all’angolo con via del Boccaccio che ancora porta i colpi dei militari

Tornata in via Rasella, scacciò dei bambini che giocavano a pallone per timore che potessero ferirsi. Intanto, però, i tedeschi non passavano. Passate le 15, i membri del gruppo decisero che alle quattro se ne sarebbero andati. Ma, mentre Carla cercava di liberarsi dei poliziotti che l’avevano inseguita per molestarla, il segnale arrivò: i tedeschi stavano per passare. Mentre le voci si facevano più forti, Sasà accese con la pipa la miccia della bomba e scappò nelle braccia dell’amata che, tremando, contava i secondi prima che la bomba esplodesse, sperando che le gambe di Sasà fossero abbastanza veloci da scappare in tempo, nonostante i pasti saltati.

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Appena gli mise indosso l’impermeabile, via Rasella esplose. Subito dopo urla e colpi all’impazzata dei tedeschi, convinti di essere stati attaccati dall’alto delle finestre. Il bilancio fu di 35 morti, di cui 33 militari e 2 civili (un uomo che aveva sbagliato fermata del tram e un ragazzino di 12 anni, attirato dai canti dei militari), più svariate vittime dovute ai colpi sparati a vanvera dei militari superstiti. 

Carla Capponi dopo via Rasella

Carla, dopo la liberazione di Roma, sposò Sasà dal quale, nel 1945, ebbe la figlia Elena, nata dalle macerie della guerra. Medaglia d’oro al valor militare, fu deputata nel 1953 e nel 1972 con il PCI. Nel 1974 divorziò dal marito, senza per questo interrompere i rapporti con lui.

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Morì nel 2000 e fu sepolta al cimitero del Verano. Alla morte dell’ex marito, nel 2012, il cimitero acattolico di Roma negò loro l’ultimo desiderio: essere sepolti insieme in 80 centimetri di terra. La figlia Elena quindi procedette ad eseguire il piano che i genitori avevano pensato qualora fosse fallita la strada della sepoltura: la cremazione e la dispersione delle ceneri nel Tevere.

Via Rasella e le fosse Ardeatine

Spesso si associa via Rasella alle Fosse Ardeatine come se i partigiani avessero intenzionalmente causato, con il primo atto, il secondo. In realtà però non c’era mai stata nei, pure se numerosi, precedenti attentati (una serie di attacchi che faranno odiare Roma ai tedeschi) una rappresaglia. Le uniche ripercussioni erano torture e fucilazioni di partigiani, ma mai di civili. Tuttavia, l’episodio di via Rasella scatenò l’ira di Hitler che, ormai totalmente privo di senno, ordinò la famosa legge del “Un militare tedesco ucciso=10 civili italiani uccisi”.

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Fu così che Kappler e Priebke svuotarono Regina Coeli e le case degli ultimi ebrei e partigiani, fucilando 335 persone (5 in più del “dovuto”) . E tutto questo all’insaputa degli stessi partigiani, che non hanno quindi pensato a consegnarsi al nemico (la notizia verrà data il giorno dopo con la famosa espressione “L’ordine è già stato eseguito”). Ad ogni modo è chiaro che l’attentato fu un gesto tremendo, osceno, sanguinolento, che nessuno avrebbe fatto né farebbe in condizioni normali. Fu una tragedia incommensurabile che coinvolse anche dei civili innocenti, ma fu un gesto tragicamente necessario. E la vera follia non fu di chi compì il gesto stesso, bensì di chi lo rese necessario.


Con Uomini in Rivolta raccontiamo i gesti che hanno cambiato il corso della storia. Perché dietro quei gesti ci sono quasi sempre delle ragioni, dei fatti e delle vite. Questo vogliamo raccontare: personaggi, contraddizioni, fatti e vite di epoche più o meno lontane partendo da un punto di vista insolito.

 


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