frammenti-rivista-the-lady-of-shalott-john-william-waterhouse-5.jpg

Dipingere il libero arbitrio: The Lady of Shalott di John William Waterhouse

Nel 1888, il pittore preraffaellita John William Waterhouse (1849 – 1917) dipinse la sua versione di The Lady of Shalott. Mito del ciclo arturiano fra i più rappresentati dal simbolismo pittorico britannico (solo Waterhouse lo sceglierà come soggetto di ben tre opere), The Lady of Shalott è una narrazione di sorprendente modernità, le cui radici affondano nella mistica medievale, e i cui rami tendono vertiginosamente verso la scoperta della psicoanalisi.

LA DAMA: COME UN PERSONAGGIO DIVENTA PROTAGONISTA

La definizione di protagonista è spesso erroneamente utilizzata nell’ambito artistico, tendendo a identificarsi col personaggio principale. La dama di Shalott contribuisce a chiarire questo archetipo svincolandosi dal brutto epiteto di personaggio secondario per sfociare in una definizione psicoanalitica di protagonismo.

frammenti-rivista-the-lady-of-shalott-john-william-waterhouse-1.jpg

The Lady of Shalott, John William Waterhouse, 1888, Tate Britain (detail)

Il ruolo della dama è marginale solo se inserito nel più ampio contesto del ciclo bretone: senza di lei, le vicende di Artù e dei suoi cavalieri avrebbero comunque avuto luogo, al contrario di altre presenze femminili quali Ginevra, Morgana o la Dama del Lago. Decisivo e meravigliosamente attuale è però il ruolo di questo personaggio nella sua storia personale: colpita da una maledizione che le impedisce di volgere lo sguardo verso Camelot, la damigella, che Tomas Malory identificò in Elaine di Astolat nel suo La Morte d’Arthur, osserva il mondo attraverso uno specchio. Una sopravvivenza claustrale, sconvolta dall’apparizione di Lancillotto. Alla vista del cavaliere, la giovane è presa dal delirio d’amore e, consapevole del destino cui andrà incontro, sceglie di voltarsi per guardarlo. L’influsso della tradizione druidica e della mistica celtica è chiaramente presente nella struttura di questa figura.

frammenti-rivista-the-lady-of-shalott-john-william-waterhouse-3.jpg

The Lady of Shalott, John William Waterhouse, 1888, Tate Britain (detail)

Aree come l’Irlanda, la Scozia o la Cornovaglia hanno fornito un ampio storico di dee analoghe a quelle della mitologia classica: Abnoba, dea della caccia, Aeval dea dell’amore, Aeron dea della guerra. Sul terreno fertile delle credenze druidiche si è poi piantato il seme della cristianità da cui è sorto il prospero campo dell’agiografia, unico ambito in cui la cultura medievale ha dato rilevanza alla donna. Santa Brigida d’Irlanda, che scelse il velo al matrimonio; Santa Margherita di Scozia, regina protettrice dei pellegrini. La determinazione e il carisma di queste donne si riversano nella dama di Shalott, che senza il chiasso e il clamore violento tipico della ribellione maschile sconvolge la sua esistenza in nome della libertà, e sceglie la morte per dare significato alla vita. 

L’INTERPRETAZIONE OTTOCENTESCA FRA TENNYSON E WATERHOUSE

Il primo artista a far rivivere questa figura al di fuori del ciclo arturiano è il poeta laureato Alfred Lord Tennyson (1809 – 1892), che nel 1833 scrive un poemetto lirico in venti strofe titolato appunto The Lady of Shalott, cui si ispirano i pittori preraffaelliti Dante Gabriel Rossetti, William Holman Hunt e Waterhouse stesso. Se Tennyson esplora nella sua integrità la vicenda della fanciulla, il limite dell’istante tipico del dipinto fa sì che ogni pittore scelga invece un episodio in particolare. Holman Hunt la raffigura nella sua torre, intenta a realizzare una tela su cui ricama il mondo esterno; Rossetti preferisce l’illustrazione, cogliendo alcuni attimi della narrazione; da loro si discosta Waterhouse, che sceglie di dipingerla nel momento che procede la sua morte

LA MORTE E L’EMBRIONE DELLA PSICOANALISI

Il dipinto di Waterhouse, oggi conservato alla Tate Britain, rispetta alla perfezione i canoni estetici del movimento in cui si inserisce. Una tendenza all’iperrealismo, con ricami dorati a motivi grafici che spiccano sull’abito bianco, le pieghe sulla tela realizzata dalla dama che ispirano tattilità, e quasi suggeriscono la pesantezza lanosa del tessuto; le figure, sempre ricamate, di cavallo e cavaliere, forse il bel Lancillotto, forse uno dei tanti sulla via di Camelot.

frammenti-rivista-the-lady-of-shalott-john-william-waterhouse-4.jpg

The Lady of Shalott, John William Waterhouse, 1888, Tate Britain (detail)

Ancora, il romanticismo realista del preraffaellismo è presente nell’aspetto della dama di Shalott: non è la bellezza eterea del classicismo, di cui non conserva le curve prosperose, tendendo a una magrezza smunta, a una fragilità lontana dalla pienezza amata invece nel Barocco. I capelli sono scompigliati, secchi come la paglia cotta dal sole. Sono crespi e si lasciano attrarre dall’elettricità dell’aria, dal rivolo di vento che li gonfia e li sospinge in avanti. Infine il suo volto: non la classica donna angelo di cui tanto, troppo, si è sentito parlare, ma una donna comune: una commessa, una sguattera, una lavandaia, forse una prostituta. La bellezza della nobiltà, il tipico piglio aristocratico con fronte ampia, collo lungo, e tratti regolari, lascia il posto a un viso triangolare con mento sporgente, guance smunte, un accenno di occhiaie: la dama ha cucito tutta la notte, come tutta la notte ha lavorato la modella che le ha dato volto. Dove però si percepisce che qualcosa sta cambiando, nell’arte, nella società, nell’umanità intera? Esattamente dove ha sede il cuore dell’uomo: nello sguardo.

frammenti-rivista-the-lady-of-shalott-john-william-waterhouse-2.jpg

The Lady of Shalott, John William Waterhouse, 1888, Tate Britain (detail)

Rivolto verso il basso, non fissa nessun punto in particolare: è triste, contemplativo, rassegnato, così profondo da far entrare i suoi pensieri nella mente di chi guarda, così drammatico da far vivere qualcosa che non è mai esistito. Ed eccola, la psicoanalisi, che lancia un primo segnale di arrivo. In punto di morte, l’uomo riflette su se stesso e sulla sua esistenza, comprende, anche se solo per un attimo, il ciclo della sua vita, e si interroga su quale sia stato il senso del suo passaggio sulla terra. Una riflessione ancora lontana da quelle che Freud e Jung regaleranno al mondo, ma proprio nella sua semplicità sta il suo potere: è innegabile che la dama di Shalott sia triste, e spaventata, ma ancora di più in lei sorge quello che è il sentimento distruttore dell’uomo, quell’emozione che arriva quando è troppo tardi, che non lascia spazio a seconde possibilità, e che distingue l’uomo dall’animale: il rimpianto

Anna Maria Giano

Mi chiamo Giano Anna Maria, nata a Milano il 4 marzo 1993. Laureata Lingue e Letterature Straniere presso l'Università degli Studi di Milano, mi sto specializzando in Letterature Comparate presso il Trinity College di Dublino.Fin da bambina ho sempre amato la musica, il colore, la forza profonda di ciò che è bello. Crescendo, ho voluto trasformare dei semplici sentimenti infantili in qualcosa di concreto, e ho cercato di far evolvere il semplice piacere in pura passione. Grazie ai libri, ho potuto conoscere mondi sempre nuovi e modi sempre più travolgenti di apprezzare l'arte in tutte le sue forme. E più conoscevo, più amavo questo mondo meraviglioso e potente. Finchè un giorno, la mia vita si trasformò grazie ad un incontro speciale, un incontro che ha reso l'arte il vero scopo della mia esistenza... quello con John Keats. Le sue parole hanno trasformato il mio modo di pensare e mi hanno aiutata a superare molti momenti difficili. Quindi, posso dire che l'arte in tutte le sue espressioni è la ragione per cui mi sveglio ogni mattina, è ciò che guida i miei passi e che motiva le mie scelte. E' il fine a cui ho scelto di dedicare tutti i miei sforzi, ed è il vero amore della mia vita.
Avatar
Condividi:

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.